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Mostro di Firenze – I grandi processi d’Italia

7 Marzo 2022 | Autore:
Mostro di Firenze – I grandi processi d’Italia

Fu veramente Pietro Pacciani il serial killer autore di 16 omicidi? Che ruolo hanno avuto i compagni di merende? Gli assassini potrebbero essere stati altri?

Tra i grandi processi d’Italia, un posto di spicco spetta a quello del mostro di Firenze, alias Pietro Pacciani, che dopo anni di indagini venne ritenuto colpevole di una serie di omicidi di coppiette appartate. Secondo le sentenze non agiva da solo: operava insieme a due suoi «compagni di merende», i due complici chiamati così perché erano soliti aggirarsi nei boschi per spiare i fidanzati durante i momenti intimi nelle loro auto. Guardoni, insomma, ma ritenuti anche assassini, e infatti processati e condannati per questi delitti.

Ma la sentenza di condanna di Pacciani fu annullata in appello, e poi la Cassazione annullò con rinvio quell’assoluzione. Pacciani è morto prima del secondo processo d’appello, dunque da innocente. I suoi complici, invece – Giancarlo Lotti, che si era autoaccusato, e Mario Vanni, chiamato in causa dal primo – hanno avuto l’ergastolo. Ma era davvero Pietro Pacciani il mostro di Firenze? Secondo alcune ipotesi ricostruttive no.

Mostro di Firenze: gli omicidi

Gli omicidi attribuiti al mostro di Firenze furono 16: otto giovani coppie (una di queste era composta da due uomini, probabilmente omosessuali), colte in momenti di intimità mentre si trovavano nelle loro autovetture, di notte, nelle campagne toscane. Questi delitti coprono 17 anni di storia: il primo fu compiuto nel 1968, l’ultimo nel 1985. La pistola utilizzata per uccidere era sempre la stessa: una Beretta calibro 22, che non fu mai rinvenuta.

La vicenda del mostro di Firenze occupò la cronaca per decenni, prima per i delitti e poi per i lunghi processi. Fu il primo grosso caso di serial killer italiano, e contribuì ad un’apertura sociale: i genitori concessero più libertà ai figli nei loro incontri sentimentali, per evitare di trovare l’intimità in luoghi e orari pericolosi. Fra gli anni Settanta e gli anni Novanta era considerato rischioso appartarsi al buio.

Mostro di Firenze: le mutilazioni dei cadaveri

Nella maggior parte degli omicidi, l’assassino aveva deturpato le vittime donne, asportando dai cadaveri il seno o il pube. Queste mutilazioni hanno un senso per gli assassini seriali, che gli attribuiscono un valore simbolico, di macabro trofeo. Alcuni ritengono che Pietro Pacciani non potesse essere il vero mostro di Firenze, perché i tagli sui cadaveri erano stati eseguiti in modo preciso, quasi chirurgico. Poteva compierli in quel modo un esperto di medicina, non un contadino come lui, senza alcuna istruzione.

Sviluppando questa pista investigativa fu compiuto un accostamento tra il mostro, che delitto dopo delitto continuava a restare ignoto, e un giovane e brillante medico, Francesco Narducci, che morì annegato, in circostanze mai chiarite (suicidio o omicidio?). Narducci fu rinvenuto cadavere in un lago dopo la sua scomparsa, che avvenne nel 1985, l’epoca dell’ultimo delitto del mostro. Solo più di trent’anni dopo, nel 2017, una sentenza, emessa al termine di una tortuosa serie di processi (in cui si era indagato anche per un possibile scambio di salme), proclamò l’estraneità di Narducci alla vicenda.

Mostro di Firenze: la setta satanica

Altri inquirenti seguirono la pista di una fantomatica setta satanica, o esoterica, che avrebbe commissionato i delitti, utilizzando Pacciani e i suoi complici prima come esecutori materiali e poi come capri espiatori. Si ipotizzava che i capi di questa associazione occulta avessero pagato Pacciani per compiere gli omicidi, necessari a procurare le parti anatomiche tagliate alle donne durante i riti satanici.

Tuttavia questa ipotesi, a parte alcuni deboli riscontri (il conto in banca di Pacciani, negli anni degli omicidi, era inspiegabilmente aumentato, così come i suoi investimenti in buoni postali fruttiferi) non portò a nulla di concreto. Non fu mai possibile accertare da dove provenisse quel denaro – somme sicuramente incompatibili con il suo modesto reddito di operaio agricolo – e se effettivamente fosse il pagamento dei costosi feticci dei cadaveri femminili. Secondo alcune stime, il «tesoro di Pacciani» ammontava a poco più di 150 milioni di vecchie lire.

Mostro di Firenze: Pacciani assolto

Pietro Pacciani fu inizialmente ritenuto colpevole e condannato in primo grado non solo per i suoi gravi precedenti (di violenza sessuale, commessa anche in danno delle figlie, e di un brutale omicidio), ma anche per altri indizi, come il fatto che collezionava i ritagli di giornale dell’epoca che parlavano del mostro sottolineandoli. Non è vero, invece, che collezionava le parti anatomiche strappate alle vittime conservandole in vasetti sotto spirito: le asportazioni di seno e pube ci furono, ma non poterono essere attribuite a Pacciani.

La Cassazione annullò la decisione della corte d’Appello che, ribaltando il verdetto di primo grado, aveva assolto Pacciani. Il processo di rinvio non poté svolgersi perché nel frattempo l’imputato era morto, nel 1998, a 73 anni di età. Va anche detto che all’epoca non esisteva ancora il metodo del Dna e le tecnologie investigative erano rudimentali. Inoltre, spesso la scena del crimine veniva inquinata dalla presenza di troppe persone, a partire dagli agenti che non indossavano indumenti protettivi (le famose tute bianche dei Ris).

Mostro di Firenze: un caso ancora aperto?

A distanza di più di 50 anni dal primo omicidio ancora non si è riusciti a stabilire con certezza se vi fu un unico mostro di Firenze, oppure un gruppo di assassini accomunati dalla stessa perversione sessuale – con qualcuno in più dei due soli «compagni di merende» condannati – e magari manovrati da un “terzo livello” rimasto sconosciuto. Alcuni criminologi, sulla base dell’identikit psicologico dell’assassino, ipotizzarono che fosse uno psicopatico dotato di intelligenza superiore alla media: un buon tiratore (come dimostrano i colpi esplosi, andati sempre a segno), dotato di freddezza e mano ferma (evidenziata dai tagli netti di asportazione degli organi) e capace di muoversi con scaltrezza senza essere visto, e senza mai lasciare tracce della sua presenza nei vari luoghi in cui ha agito.

Durante gli anni degli omicidi, alcuni esponenti anonimi, apparentemente ben informati sui fatti, segnalarono più volte agli inquirenti la presenza di alcune autovetture e persone sui luoghi dei delitti in orari compatibili con la loro commissione. Il più delle volte si trattava di depistaggi, ma qualcuno fu arrestato, e poi scagionato, per mancanza di prove. Non fu possibile riscontrare in maniera oggettiva quelle segnalazioni anche perché non esistevano le telecamere di videosorveglianza, e tantomeno i rilevatori satellitari Gps, per individuare gli spostamenti delle autovetture, o i telefoni cellulari per stabilire la posizione dei loro possessori. Le indagini avvenivano sulla base di informazioni di polizia – inutilizzabili nei processi – di testimonianze – che non ci furono – e di alibi forniti per il giorno e l’ora del delitto, che scagionavano sempre i vari indiziati.

Forse è vera, per la sua capacità di cogliere la fatica investigativa e alla fine l’incapacità del sistema giudiziario di arrivare alla verità dei fatti, una lapidaria frase pronunciata da un ispettore di polizia nel film del 2007 “Hannibal Lecter – Le origini del male”, che si ispira alla vicenda del mostro di Firenze: «per quello che è adesso, non esiste un nome, a parte “mostro”».


note

Immagine: Today.it


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