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Perché pagare il canone Rai?

7 Marzo 2022 | Autore:
Perché pagare il canone Rai?

Chi ha stabilito l’obbligo di fare l’abbonamento televisivo anche se si tiene la tv spenta? E quanti soldi finiscono veramente a viale Mazzini?

Anche quando non sembra, ogni imposta ha il suo perché. Pure la tassa per l’abbonamento televisivo, per quanto molte volte ci si chieda perché pagare il canone Rai. Probabilmente, la tv tradizionale non morirà mai ma viviamo in un’era in cui chi si mette davanti a un televisore preferisce le piattaforme tematiche (le varie Netflix, YouTube, Amazon prime, ecc.) anziché «i canali di sempre». Per scegliere e non per subire quello che si vede nel piccolo schermo.

E allora si torna alla domanda di base: perché pagare il canone Rai se la maggior parte delle volte i canali della tv di Stato vengono ignorati? Perché pagare il canone Rai se si vuole vedere Mediaset, La7, Sky? Perché pagare il canone Rai se si tiene il televisore spento dalla mattina alla sera? Vediamo se questa imposta ha il suo perché.

Da quando si paga il canone Rai?

È probabile che il canone Rai detenga un record mondiale assoluto: quello di essere stato introdotto nella normativa 16 anni prima che la televisione arrivasse in Italia. Può sembrare assurdo ma è così.

Il canone fu imposto niente meno che il 21 febbraio 1938 con un Regio Decreto, il n. 246. La prima trasmissione televisiva andò in onda nel nostro Paese il 3 gennaio 1954. Ma allora, si pagava un abbonamento ad una cosa che non esisteva?

Ovviamente no. In realtà, il Regio Decreto del 1938 diceva così: «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento. La presenza di un impianto aereo atto alla captazione o trasmissione di onde elettriche o di un dispositivo idoneo a sostituire l’impianto aereo, ovvero di linee interne per il funzionamento di apparecchi radioelettrici, fa presumere la detenzione o l’utenza di un apparecchio radioricevente».

Ecco risolto il mistero. Dal 1938 si pagava per ascoltare la radio. Anzi, si pagava un canone anche se non si aveva un apparecchio in casa per sentire le trasmissioni radiofoniche: bastava che l’immobile fosse predisposto a ricevere il segnale per presumere che chi ci abitava avesse la radio in casa. Poi arrivò la tv, per la quale venne applicato lo stesso principio.

Questa norma è stata l’embrione di quello che oggi conosciamo con il nome di canone Rai. Nome improprio, a dire la verità, perché si tratta di un abbonamento al servizio televisivo. Come nel 1938 si pagava per avere la radio, oggi si paga per avere la tv in casa. Non per guardarla ma per averla.

Canone Rai: il principio di presunzione

Perché una persona dovrebbe avere un televisore in casa per tenerlo sempre spento? Non farebbe prima a venderlo o a regalarlo a qualcuno e così libera spazio? È quello che si chiedono la logica e il legislatore (anche se tra di loro non sempre vanno d’accordo).

Il principio di presunzione espresso nel Regio Decreto del 1938 (quello secondo cui basta avere la predisposizione a ricevere il segnale per presumere la detenzione dell’apparecchio) è stato modificato nel tempo. Oggi, un cittadino può avere l’antenna sul tetto ma non pagare il canone Rai perché non ha il televisore in casa. La tassa, infatti, si paga all’Erario per il possesso dell’apparecchio, cioè per lo stesso motivo per cui si pagano ad esempio l’Imu (per il possesso di un immobile, anche se non ci abita) o il bollo auto (per il possesso di un veicolo, anche se resta parcheggiato sotto casa).

L’unica differenza sta nel numero dei beni posseduti. Chi ha tre case paga l’Imu almeno su due (ci sarà pure una prima casa che dà diritto all’esenzione). Chi ha tre automobili paga tre bolli auto. Chi ha tre televisori in casa, invece, paga per uno: il cittadino paga l’abbonamento al servizio televisivo, non una tassa per ogni apparecchio che ha in casa (quella, in realtà, l’ha già versata pagando l’Iva al momento dell’acquisto del televisore).

Allo stesso modo, chi ha due immobili con dei televisori in entrambe le case paga un solo abbonamento tv nella bolletta della luce dell’abitazione di residenza: il canone Rai sulla seconda casa non si paga.

Canone Rai: a chi vanno i soldi?

Il fatto che sia lo Stato ad incassare il canone Rai non significa che si tenga tutti i soldi per sé e che alla tv pubblica non arrivi nulla. Dell’abbonamento pagato dai cittadini, cioè di quei 90 euro versati a testa ogni anno, alla Rai arriva poco più dell’83%, secondo i vertici di viale Mazzini.

Significa, per quel che fanno sapere i dirigenti della tv di Stato, che su 90 euro pagati da ogni telespettatore (o potenziale telespettatore), «solo» 78,40 euro finiscono nelle casse della Rai. Il resto, fra imposte forfettarie, tasse di concessione governativa e Iva, lo trattiene l’Erario.

Qui, però, viene istintivo seguire questo ragionamento:

  • lo Stato ci dice che il canone Rai è, in realtà, un abbonamento al servizio televisivo pagato da chi ha la tv in casa;
  • l’offerta che il cittadino trova accendendo il televisore per il quale paga l’imposta è quella della Rai ma anche di Mediaset, La7, Sky, Discovery, le reti locali, ecc.;
  • lo Stato dirotta quasi l’84% di quanto incassato dall’abbonamento televisivo solo alla Rai, mentre si tiene il resto per sé;
  • le altre reti che fanno parte dell’offerta televisiva per la quale si paga l’imposta non vedono un euro dall’abbonamento al servizio televisivo, ma si devono accontentare dei contributi del ministero dello Sviluppo economico, ben più bassi di quello che la Rai incassa dall’abbonamento.

Tanto vale, quindi, continuare a chiamarlo canone Rai e basta.



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1 Commento

  1. Per un bisticcio “burocratico” di residenze, in questi ultimi mesi mi sono trovato a DOVER SUBIRE DUE BALZELLI – leggi: DUE CANONI tv – su due diverse utenze elettriche che però confluiscono entrambe sulla mia persona. Data la situazione ho provveduto a dare disdetta all’abbonamento tv e, vista la “sordità” da parte di mamma Rai ad accettare “l’affronto”, ad ogni scadenza di bolletta elettrica provvedo al pagamento della stessa ricorrendo all’autoriduzione. Stiamo a vedere chi si stancherà prima. Diceva un tale: “Voi. suonerete le vostre trombe e io suonerò i miei QRCode e i bollettini postali in bianco”. Se non gli sta bene, che Lorsignori mi venissero a cercare… Come Zelensky, NON scappero’!!! ..

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