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È arrivato il tempo dello smartwatch

13 Luglio 2014
È arrivato il tempo dello smartwatch

Dopo Samsung arriva Lg e presto ne seguiranno altri; ma servono davvero?

Duecento euro, anzi 199,90 per essere precisi. Questo il prezzo di listino al pubblico del G Watch, il nuovo smartwatch di Lg che ha debuttato in questi giorni sul mercato italiano: è il primo “indossabile” della casa coreana a dotarsi del sistema operativo Android Wear.

Basta questo attributo per definirlo un gadget di nuova generazione, al pari del Gear Live di Samsung, anch’esso concepito con il software mobile di Google?

Forse no, ma rispetto ai primi esemplari di orologi intelligenti apparsi a settembre 2013 il passo in avanti c’è stato. E, almeno in apparenza, anche sensibile. Innanzitutto perché, come ha spiegato Sundar Pichai (il numero di Android e Chrome in seno alla società di Mountain View) alla comunità degli sviluppatori in occasione dell’ultima I/O conference, “gli orologi basati su Android Wear nascono per fornire le informazioni che ti servono proprio quando ne hai bisogno”. E quindi promettono, in modo semplice, di andare un po’ oltre la funzione di oggetto “companion” dello smartphone che ne ha segnato gli esordi.

Più precisamente, rispetto ai primi esemplari che puntavano tutto sulla visualizzazione delle notifiche in arrivo dal telefonino, i nuovi dispositivi Android Wear replicano di fatto il funzionamento di Google Now, e cioè il sistema di assistenza personale intelligente (legato alle ricerche effettuate online) di BigG.

Per esempio: avendo al polso il G Watch, le schede informative saranno visualizzate per interesse e ordinate in base al contesto, sia che riguardino i tempi di percorrenza per tornare a casa (calcolati in real time in base al traffico) piuttosto che il meteo della città di destinazione segnata come viaggio in calendario.

Ma non solo. I nuovi orologi, che possono lavorare (una volta collegati via Bluetooth) con qualsiasi terminale Android aggiornato alla versione 4.3 o superiore, permettono di inviare messaggi di testo o aggiungere eventi in agenda attraverso i comandi vocali e si vestono da fitness tracker per tenere traccia, grazie ai sensori di cui sono dotati, dei passi percorsi ogni giorno e dello storico dei giorni precedenti.

Android Wear, questo uno dei “jolly” messi sul tavolo da Google per incontrare una moda sempre più diffusa, è inoltre capace di rilevare i battiti cardiaci se il dispositivo ha dalla sua un sensore dedicato: il Gear Live ce l’ha sul retro, il G Watch invece ne è privo.

Alcuni difetti originali, per contro, vedi la limitata autonomia della batteria o l’effettiva potenza di calcolo di questi oggetti, sono ancora presenti, e per diversi motivi. Di chip dedicati espressamente ai wereable, tanto per dirne una, non ne sono ancora stati sviluppati e le Cpu installate nel motore degli smartwatch sono adattamenti di quelli destinati agli smartphone (con tutti i limiti di efficienza energetica del caso).

Guardando al profilo estetico dei due gadget, viene infine subito all’occhio come entrambi conservino la livrea dello schermo quadrato (da 1,65 pollici); il Moto 360 di Motorola, terzo esemplare della prima infornata di device Android Wear (debutterà entro fine estate) avrà invece un display circolare, aprendo un ulteriore nuovo fronte della “smartwatch mania”. In attesa che si facciano finalmente vedere (si dice in autunno) i tanto attesi orologi di Apple e di Microsoft, la cui dote di sensori è annunciata come particolarmente sostanziosa e comprensiva degli ormai immancabili “lettori intelligenti” dedicati al monitoraggio della salute personale e al fitness.


note

Autore immagine e fonte: Sole24Ore


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