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Cancellazione link da Google e oblio su Internet: 7 motivi per non fidarsi di BigG

13 Luglio 2014 | Autore:
Cancellazione link da Google e oblio su Internet: 7 motivi per non fidarsi di BigG

Diritto all’oblio ed eliminazione dal motore di ricerca delle notizie vecchie e non più di pubblico interesse con i propri dati: il modulo di domanda, per l’automatica cancellazione, messo a disposizione da Google potrebbe essere una scelta pessima.

Vuoi cancellare il tuo nome e cognome da una pagina web contenente i riferimenti a una notizia ormai vecchia, che rovina la tua reputazione? Hai già scontato il debito con la giustizia per una condanna di qualche anno fa e ora vorresti riabilitarti socialmente, ma la presenza della news sul web ti impedisce di iniziare una nuova vita?

Il tuo problema viene definito, dagli avvocati e dai giudici, con il termine “diritto all’oblio” e, per esso, esiste una soluzione.

Tralasciando tutte le questioni di carattere giuridico (di cui abbiamo parlato in decine di articoli su questo portale), veniamo alla questione pratica. Come procedere alla cancellazione?

Dopo la recente sentenza della Corte di Giustizia che ha condannato il motore di ricerca a garantire la privacy degli utenti di internet, Google ha predisposto un modulo online – che chiunque può compilare – per ottenere la “de-indicizzazione” della pagina incriminata (ossia la rimozione dai risultati delle ricerche sul motore).

Sembrerebbe un’operazione facile, veloce e, soprattutto, gratuita. Ma non è oro tutto quello che luccica e, anzi, la delusione è dietro l’angolo.

Abbiamo così elencato, in questo articolo, le ragioni per cui il modulo di richiesta inoltrato a Google potrebbe non funzionare (anche) nel tuo caso: il che renderebbe necessario agire secondo il “metodo tradizionale”, ossia provvedendo a diffidare il titolare del contenuto (leggi: “Rimuovere un nome da internet dopo la sentenza della Corte di Giustizia”).

1. “De-indicizzazione” non significa “cancellazione”

Google non potrà mai cancellare la pagina incriminata, ma farà solo in modo (o meglio, promette di fare in modo) di eliminare la possibilità che tale pagina figuri tra i risultati delle ricerche. In pratica, Google de-indicizza il contenuto: fa sì che lo stesso non possa essere “pescato” da chi scrive il nome e cognome dell’interessato sul motore (ma coi limiti, peraltro, che a breve vedremo).

È ovvio, invece, che solo la totale cancellazione della pagina può garantire la certezza che l’informazione non venga mai più letta. Il fatto che la stessa continui a esistere sul web non esclude, infatti, la possibilità che essa venga trovata in modi alternativi rispetto alla ricerca su Google: per esempio, attraverso un link presente su un social network o su un’altra pagina di un diverso sito contenente notizia affine e mai de-indicizzata; una ricerca diretta all’interno dell’archivio del giornale online (per esempio, ricercando nel “motore di ricerca interno” al Corriere, Repubblica, ecc.).

Insomma, la notizia continuerà ad esistere e potrà rispuntare dalla finestra in qualsiasi momento, mentre meno te lo aspetti.

2. “De-indicizzazione” con data di scadenza

Nella causa davanti alla Corte di Giustizia, Google aveva fatto notare la possibilità che, una volta deindicizzata la pagina incriminata, la stessa potrebbe, in teoria, essere sempre ripescata in un momento successivo, dallo stesso “spider” automatico di Google. Anche in questo caso, se la pagina continua a esistere, nulla toglie che, in futuro, possa rispuntare grazie all’algoritmo di BigG che, ogni giorno, scandaglia le notizie presenti in rete.

3. Non più su Google, ma ancora sugli altri motori di ricerca

Poiché la sentenza della Corte di Giustizia ha riguardato solo Google, è solo quest’ultimo obbligato ad adeguarvisi. Pertanto, ammesso che la notizia venga cancellata da BigG, la stessa sarà agevolmente reperibile attraverso altri motori di ricerca (Bing, Yahoo, Virgilio, Tiscali, ecc.). Anzi, chi sta cercando notizie “riservate” e indiscrete sul tuo conto, potrebbe intenzionalmente non limitarsi ai canali tradizionali, proprio per via delle suddette limitazioni.

4. Google non è un giudice

Il diritto all’oblio è, come dice la parola stessa, un diritto. Come tale, esso spetta a chiunque, a prescindere da qualsiasi contrapposta argomentazione. Si tratta, infatti, di un diritto fondamentale della persona, garantito dalla stessa Costituzione.

Questo vuol dire che, se l’interessato si rivolge a un giudice, vedrebbe accogliere la propria domanda (in presenza dei presupposti di legge) senza possibilità che venga bilanciata con gli interessi (economici) della controparte.

Rimettere invece la decisione a un soggetto privato (Google), ossia a una company che fa della circolazione dei contenuti il proprio business – e quindi, come tale, un soggetto “di parte” – fa sì che vengano prese in considerazione, insieme alla richiesta del cittadino, anche altre motivazioni contrapposte: il diritto di cronaca, l’interesse pubblico alla diffusione della notizia (valutata sulla base dell’indice di lettura della pagina), ecc.

È lo stesso Google, dunque, che giudicherà la tua richiesta, e non un soggetto terzo e imparziale come un tribunale.

La prova della confusione che regna nel quartier generale della società californiana, sui criteri di decisione che dovranno regolamentare l’accoglimento delle istanze, è presto detta: Google ha dovuto istituire una sorta di Comitato consultivo per darsi delle regole, disponendo peraltro una consultazione pubblica coi Governi degli Stati Membri. Insomma, quello che (se ti rivolgessi al giornale online) sarebbe un tuo diritto automatico e immediato, senza condizioni, sarà invece da Google verificato, vagliato, giudicato, condizionato, limitato.

5. Se il tuo problema è di carattere penale…

Google ha già fatto sapere tutta una serie di casi nei quali, comunque, non procederà mai alla de-indicizzazione della notizia. Si tratta dei casi in cui la notizia riguarda:

 

a. frodi finanziarie (per es.: l’amministratore di una società colpevole di bancarotta fraudolenta, oppure che ha nascosto gli utili agli azionisti; casi di insider trading, ecc.);

b. negligenza professionale (per es.: un medico processato per una morte sospetta; un avvocato che ha perso una causa per un errore grave; un ingegnere che ha costruito un palazzo poi crollato, ecc.);

c. condotta pubblica di funzionari statali (per es.: un caso di concussione o di curruzione);

 

d. condanne penali. È proprio questo il punto più dolente: parlare di “condanne penali” (concetto che racchiude già tutti i casi appena elencati) è così generico da ricomprendere quasi tutte le richieste di diritto all’oblio (quasi sempre legate a processi di carattere penale, indagini della magistratura, ecc.). Va da sé che se Google escluderà, a priori, proprio queste istanze, il “modulo automatico” è praticamente inutile.

6. Il problema è nei tag

Una pagina può essere “collegata” al motore di ricerca in vario modo. I cosiddetti tag sono dei “ponti” che fanno sì che il contenuto incriminato venga richiamato una volta digitata una certa combinazione di parole.

Facciamo un esempio per comprenderci meglio.

Mettiamo il caso di un chirurgo, il solito “Mario Rossi” che abbia sbagliato un intervento. Ammesso (e non concesso) che Google de-indicizzi il contenuto incriminato sulla base di una ricerca fondata sul nome e cognome dell’interessato, nulla esclude che la stessa pagina possa essere, comunque, pescata con altri criteri di ricerca: per esempio, digitando le parole “chirurghi negligenti” oppure “intervento di laparoscopia”, ecc. Con la conseguenza che Mario Rossi continuerà a restare sotto gli occhi del riflettore.

7. In Europa ma non nel resto del mondo

Come già è stato ampliamente argomentato in un nostro precedente articolo (leggi “Diritto all’oblio: esiste davvero?”), la sentenza della Corte di Giustizia si applica solo in Europa e non nel resto del mondo, dove Google potrà continuerà a rendere indicizzato il contenuto. Così, chi comunque faccia la ricerca su Google.com anziché su Google.it o su Google.fr troverà ugualmente la “pagina incriminata”. È anche questa l’ennesima (negativa) conseguenza del fatto che il contenuto incriminato non è stato cancellato ma solo rimosso dalle ricerche.

note

Autore immagine: 123rf com


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