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Loggia P2 – I grandi processi d’Italia

19 Marzo 2022 | Autore:
Loggia P2 – I grandi processi d’Italia

L’associazione segreta che voleva sovvertire la Repubblica; il suo capo Licio Gelli; gli appartenenti; la scoperta e il processo; le circostanze mai chiarite.

Si chiamava Propaganda 2, in breve P2, la loggia massonica diretta dal grande maestro Licio Gelli. Era un personaggio enigmatico e controverso: ufficialmente direttore commerciale di uno stabilimento di materassi Permaflex, ma in realtà persona molto potente e influente nel mondo politico, della finanza e dell’imprenditoria.

Loggia P2: le attività illecite

La loggia P2 era «coperta», cioè segreta nelle sue attività e nei partecipanti. Esisteva dall’Ottocento come articolazione della massoneria facente parte del Grande Oriente d’Italia, ma, dal secondo dopoguerra in poi, e in circostanze mai chiarite, era «deviata» dal progetto ordinario. Gelli ne divenne il capo nei primi anni Settanta. Così, almeno da quel momento, la loggia P2 operava sicuramente nell’illegalità, perché era eversiva: un’associazione a delinquere, la definì l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Le attività illecite della loggia P2 si estendevano a vari ambiti. Ad essa è stata ricondotta la strage dell’Italicus del 1974 (un attentato ferroviario in cui morirono 12 persone), il fiancheggiamento di terroristi di estrema destra per sostenere i loro progetti di lotta armata contro lo Stato, l’agevolazione del finanziamento illecito dei partiti e la creazione di «fondi neri» per le grandi imprese, il condizionamento, mediante torbide pressioni, delle più importanti decisioni politiche e amministrative prese dagli apparati statali e l’inquinamento dell’attività dei servizi segreti.

Loggia P2: chi ne faceva parte?

Al di là degli illeciti progettati o perpetrati, la cosa più grave è che alla loggia P2 risultarono iscritti altissimi personaggi delle istituzioni, che dunque partecipavano a un piano sovversivo delle istituzioni repubblicane o quantomeno ne erano tacitamente consapevoli ed erano in grado di sostenerlo. Per fortuna il progetto eversivo – che prevedeva addirittura un colpo di Stato da attuare attraverso un dettagliato piano, chiamato di «rinascita democratica» – rimase inattuato, anche grazie alla scoperta fortuita dell’organizzazione.

Gli elenchi dei membri saltarono fuori durante una perquisizione nel 1981, disposta dalla Procura di Milano che indagava sul rapimento del banchiere Michele Sindona. Nel migliaio di nomi presenti in lista c’erano i comandanti dell’Esercito, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato, i direttori dei servizi segreti e vari generali dei Carabinieri; praticamente l’intero apparato armato delle istituzioni. Sarebbe bastato un ordine dall’alto e avrebbero occupato militarmente i centri di potere. Gelli stesso ammise: «Con la P2 avevamo l’Italia in mano».

Alla loggia P2 appartenevano anche alcuni ministri e sottosegretari del Governo in carica (tra cui il democristiano Gaetano Stammati) e un segretario di partito: Pietro Longo, del Psdi. Tra gli appartenenti alla P2 c’erano numerosi parlamentari, dirigenti di aziende pubbliche e private, funzionari pubblici, militari, giornalisti. Nella lista figuravano anche i nomi di Silvio Berlusconi, che all’epoca era un rampante imprenditore,  e del giornalista televisivo Maurizio Costanzo.

Loggia P2: il processo e le inchieste

Il processo fu molto semplice e rapido, favorito anche dai risultati della commissione parlamentare d’inchiesta guidata dalla deputata democristiana Tina Anselmi. Già nel 1982, l’anno dopo la ricostruzione dei fatti, la P2 fu sciolta con un’apposita legge. Gli appartenenti alla P2, però, furono assolti con formula piena («perché il fatto non sussiste») dalle accuse di associazione a delinquere e di attentato alla Costituzione mediante cospirazione politica. La sentenza è diventata definitiva nel 1996.

Licio Gelli fu poi condannato, ma per fatti collaterali e conseguenti all’attività della P2, come la vicenda del Banco Ambrosiano e del crac dello Ior, l’istituto finanziario del Vaticano, e soprattutto per il depistaggio della strage di Bologna del 1980, in cui morirono 85 persone e 200 rimasero ferite a causa di una bomba collocata nella stazione. Dopo una rocambolesca evasione e fuga in Sud America, fu riportato in Italia, ma ottenne subito la libertà provvisoria per motivi di salute.

Loggia P2: gli aspetti irrisolti

Gelli è deceduto in età avanzata nel 2015 a casa sua, mentre stava scontando la pena in regime di detenzione domiciliare. Morendo ha portato con sé molti segreti. Alcuni ritengono che gli elenchi rinvenuti fossero incompleti e che i nomi più importanti e decisivi mancassero all’appello. Altri hanno sostenuto che il vero capo dell’organizzazione non fosse Gelli, ma qualcuno più in alto, che emanava le direttive di cui il «gran maestro» era solo l’esecutore: si ipotizzarono i nomi del potente segretario generale della Camera dei Deputati, Francesco Cosentino, e addirittura di Giulio Andreotti, ma non ci furono mai riscontri. Andreotti aveva sostenuto di non conoscere Gelli, fino a quando fu rinvenuta una foto che li ritraeva insieme.

Per la strage di Bologna, solo nel 2021 – dopo 41 anni e molti depistaggi – è arrivata l’incriminazione della Procura (non ancora la sentenza, il processo è in corso) per stabilire chi fossero i mandanti: tra essi, secondo gli atti d’accusa, figura proprio Licio Gelli, insieme a un prefetto del ministero dell’Interno e alcuni membri dei Nar, l’organizzazione neofascista e terroristica di cui vari componenti erano già stati condannati negli anni ‘90 all’ergastolo come esecutori materiali dell’attentato.


note

Immagine: agenzia stampa Adnkronos.


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