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Fallimento anche dopo la cancellazione della società dal registro imprese

25 Giugno 2015
Fallimento anche dopo la cancellazione della società dal registro imprese

L’impugnazione della cartella esattoriale non esclude la validità del titolo e l’istanza di fallimento esercitabile anche dopo la chiusura della società.

Equitalia può far dichiarare il fallimento della società che ha impugnato la cartella esattoriale e subito dopo si è cancellata dal registro delle imprese: è quanto emerge da una recente ordinanza della Cassazione [1].

La legge fallimentare impone che l’istanza di fallimento vada presentata entro massimo un anno dalla cancellazione della società dal registro delle imprese.

Con una riforma del 2014 [2] sono state modificate le norme sugli effetti della cancellazione della società e sull’azione di responsabilità che il fisco può esercitare nei confronti di liquidatori e soci [3]. In particolare, il codice civile stabilisce che [4], dopo l’approvazione del bilancio finale della liquidazione e la cancellazione della società, i creditori non soddisfatti possono agire contro i soci fino a concorrenza delle somme riscosse, e, se il mancato pagamento è dipeso da loro colpa, anche contro i liquidatori.

Oggi, inoltre, si prevede [5] che, ai soli fini della validità ed efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione esattoriale di tributi, contributi e accessori (senza che ciò comporti nuovi obblighi dichiarativi) gli effetti della cancellazione si producono solo dopo cinque anni dalla richiesta di cancellazione. Prima di tale termine, dunque, la società di capitale resta esposta alle richieste di pagamento del fisco e, quindi, anche di Equitalia.

Secondo la sentenza in commento, inoltre, il fatto che la società abbia semplicemente contestato e impugnato la cartella di Equitalia non può bloccare l’istanza di fallimento avanzata da quest’ultima. E ciò vale addirittura anche nell’ipotesi in cui l’efficacia esecutiva del titolo sia stata sospesa provvisoriamente dai giudici (nel caso di specie, già una la sentenza di primo grado aveva dato torto al contribuente: quest’ultimo aveva così appellato la decisione, che era stata sospesa dalla Corte di secondo grado).

Per i giudici di legittimità la conseguente, perdurante efficacia del provvedimento di sospensione del titolo esecutivo, è infatti circostanza sufficiente a provare, o quantomeno a far presumere, la totale inesistenza del credito erariale in contestazione.


note

[1] Cass. ord. n. 10819/15 del 26.05.2015.

[2] D.lgs. n. 175/2014.

[3] Art. 36 d.P.R. n. 602/1973.

[4] Art. 2495 cod. civ.

[5] Art. 28, co. 4, d.lgs. n. 175/2014.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 17 febbraio – 26 maggio 2015, n. 10819
Presidente Di Palma – Relatore Cristiano

E’ stata depositata la seguente relazione:
1)La Corte d’Appello di Milano, con sentenza dei 21.1.013, ha respinto il reclamo proposto da Immobiliare Euro 3000 s.r.l. in liquidazione contro la sentenza dei tribunale dichiarativa dei suo fallimento, pronunciata ad istanza di Equitalia Esatri s.p.a. (oggi Equitalia Nord s.p.a.) entro l’anno dalla cancellazione della società dal R.I., avvenuta il 23.9.011.
La corte territoriale, per quanto effettivamente interessa nella presente sede, ha rilevato: i) che il credito di Esatri, di circa 8.600.000 euro, era liquido ed esigibile, in quanto portato da una cartella esattoriale notificata e non impugnata dalla debitrice e da altre due cartelle contro le quali la reclamante aveva proposto opposizioni che erano state respinte, con sentenze divenute definitive, dalla Commissione tributaria provinciale di Milano; ii) che tali cartelle derivavano dall’iscrizione a ruolo di ingenti crediti tributari per IRES, IRAP ed IVA evase, in relazione ai quali Euro 3000 aveva ricevuto nel 2008 un avviso di accertamento; iii) che il ricorso proposto dalla società contro l’avviso era stato respinto dalla Commissione provinciale tributaria di Milano con sentenza che, ad una sommaria delibazione, risultava dettagliatamente e congruamente motivata, sicché doveva escludersi che vi fossero effettive possibilità di accoglimento dell’appello avanzato dalla soccombente contro la decisione; iv) che il giudice dell’impugnazione aveva accolto la richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza solo in ragione della possibilità di sollecita trattazione dei procedimento; v) che, peraltro, il processo tributario era stato interrotto a seguito della cancellazione della ricorrente dal R.I. e sarebbe potuto permanere in uno stato di quiescenza, stante l’inesistenza della giusta parte legittimata a proseguirlo; vi) che in definitiva, sussisteva una cristallizzata e conclamata ingentissima esposizione debitoria di Euro 3000 nei confronti dell’erario.
2)La sentenza è stata impugnata da Euro 3000 con ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo con il quale la ricorrente denuncia plurime violazioni di legge, sostenendo in sintesi: a) che, ai fini della prova dell’esistenza dei credito dell’erario sarebbe dei tutto irrilevante il passaggio in giudicato delle sentenze che hanno respinto il ricorso contro le cartelle di pagamento, che attengono alla fase della riscossione e che, essendo fondate su una sentenza di primo grado (quella che ha respinto il ricorso contro l’avviso di accertamento) la cui efficacia esecutiva è stata sospesa dal giudice d’appello, sono necessariamente anch’esse sospese; b) che, contrariamente a quanto affermato dalla corte territoriale, la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado è stata disposta “per fondati motivi”, e dunque per l’esistenza dei fumus boni iuris; c) che, in conseguenza, non v’è alcuna cristallizzata e conclamata sua esposizione debitoria verso l’erario, tanto più che l’ordinanza di sospensione è destinata a divenire definitiva per difetto della giusta parte cui spetterebbe di proseguire il processo c) che pertanto il giudice dei reclamo, anziché arrestarsi al rilievo della definitività delle cartelle, avrebbe dovuto valutare nel merito la fondatezza della pretesa tributaria. Equitalia Nord ha resistito con controricorso.
3)11 motivo appare manifestamente infondato, se non inammissibile.
Euro 3000 non contesta di non essere in grado di adempiere con mezzi normali all’obbligazione tributaria dedotta in giudizio, ma sostiene di non essere tenuta al pagamento dell’ingente credito vantato dall’erario nei suoi confronti e lamenta l’erroneità della sentenza dichiarativa sotto tale, limitato, profilo. Ciò premesso, va in primo luogo rilevato che, contrariamente a quanto si deduce nel motivo, la corte territoriale ha valutato in via incidentale la fondatezza della pretesa azionata da Equitalia, laddove ha affermato che la sentenza di primo grado che aveva respinto il ricorso proposto da Euro 3000 contro l’avviso di accertamento appariva congruamente e dettagliatamente motivata, subito dopo aggiungendo che l’appello proposto dalla società contro la decisione non conteneva rilievi degni di considerazione e che, in particolare, appariva “assai debole” la contestazione dell’ingente sopravvenienza attiva ravvisata dall’ufficio, operata dalla ricorrente attraverso il disconoscimento dei debiti, per 6.500.000 euro, contratti verso imprese in liquidazione.
Euro 3000 non chiarisce, del resto, in quale altro modo (se non attraverso l’esame della sentenza di primo grado e dell’appello) il giudice del reclamo avrebbe dovuto riguardare, incidenter tantum, il merito della questione tributaria: è appena il caso di rilevare, sul punto, che la mera contestazione del credito – comunque portato da un avviso di accertamento la cui congruità era già stata confermata da una sentenza di primo grado, ancorché (temporaneamente) priva di efficacia esecutiva – non poteva essere sufficiente a farne presumere l’inesistenza e che nella presente sede la ricorrente non solo non denuncia l’omessa valutazione da parte della corte territoriale di eventuali documenti contabili o fiscali prodotti al fine di provare l’infondatezza dell’avversa pretesa, ma neppure fa accenno alle ragioni poste a sostegno dapprima dei ricorso contro l’avviso di accertamento e, successivamente, dell’impugnazione contro la sentenza di primo grado che lo aveva respinto.
Appare peraltro dirimente il rilievo che la mancata riassunzione del processo d’appello, dichiarato interrotto a seguito della cancellazione di Euro 3000 dai R.I., ne ha comportato l’estinzione, rilevabile anche d’ufficio dal giudice ai sensi del III comma dell’art. 45 della I. n. 546/92, con conseguente passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.
Il credito tributario risulta dunque definitivamente accertato, anche se per ragioni di diritto diverse da quelle individuate dalla corte territoriale, sicché, in applicazione dell’art. 384 c.p.c. si imporrebbe unicamente la correzione della motivazione della sentenza impugnata.
Tanto potrebbe essere deciso in camera di consiglio, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p c.
Euro 3000 ha depositato memoria cui, in violazione del disposto dell’art. 372 c.p.c., ha inammissibilmente allegato nuovi documenti, dei quali non può tenersi alcun conto.
Ciò premesso il collegio, esaminati gli atti e la memoria, condivide le conclusioni della relatrice.
L’affermata, attuale pendenza in appello del giudizio tributario (che, secondo quanto riferito dalla ricorrente nella memoria – sebbene in contrasto con le difese svolte in ricorso – sarebbe stato tempestivamente riassunto dal curatore), e la conseguente, perdurante efficacia dei provvedimento interinale di sospensione dei titolo esecutivo, non sono infatti circostanze sufficienti a provare, o quantomeno a far presumere, la totale inesistenza del credito erariale controverso già accertato in primo grado, solo a fronte della quale potrebbe escludersi lo stato di insolvenza della ricorrente, che si è cancellata dal registro delle imprese e che è dunque priva di risorse patrimoniali o finanziarie che le consentano di pagare i propri debiti, quale che ne sia l’ammontare. Il ricorso deve pertanto essere respinto.
Le spese del giudizio in favore di Equitalia Nord s.p.a. seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
Non v’è luogo alla liquidazione delle spese in favore del Fallimento intimato, che non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore di Equitalia Nord s.p.a., che liquida in € 4.100, di cui € 100 per esborsi, oltre rimborso forfetario e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater d.P.R. n. 11512002, introdotto dall’art. 1, 17° comma, della I. n. 228 del 24.12.2012, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo á titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.


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