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Patrimoni destinati e responsabilità patrimoniale

2 Gennaio 2022
Patrimoni destinati e responsabilità patrimoniale

Fondo patrimoniale e trust: costituzione e vincolo di destinazione.

L’ordinamento italiano è regolato dal principio di cui all’art. 2740 del Codice civile, in forza del quale il debitore risponde delle obbligazioni assunte con tutti i suoi beni presenti e futuri. È un principio di fondamentale importanza, poiché tutela al massimo grado i creditori, che potranno soddisfarsi, nell’eventualità di inadempimento, sull’intero patrimonio esistente in quel momento e, altresì, sui beni successivamente acquisiti dal debitore. Derivazione necessaria di tale principio è che ad ogni soggetto corrisponda un unico patrimonio unitario, che comprenda tutti i beni che ad esso possono ricondursi.

Vi sono tuttavia ipotesi in cui il legislatore medesimo riconosce la necessità di porre in essere una separazione patrimoniale, dando vita a patrimoni separati, tra cui i più importanti sono i cosiddetti patrimoni destinati.

Si definisce patrimonio destinato una compagine di beni funzionalizzati ad uno scopo determinato, in relazione al quale soltanto è possibile il loro utilizzo. In quali casi, dunque, il legislatore ha ammesso la possibilità di creare un vincolo di destinazione? È bene esaminare le ipotesi più rilevanti. Prosegui nella lettura per un maggior approfondimento su patrimoni destinati e responsabilità patrimoniale.

Fondo patrimoniale: cos’è?

Il fondo patrimoniale trova disciplina agli articoli 167 e seguenti del Codice civile.

Il fondo patrimoniale può essere costituito dai coniugi ovvero da un terzo, separando determinati beni – immobili o mobili registrati o titoli di credito – dal patrimonio familiare, per destinarli al fine specifico di far fronte ai bisogni del nucleo familiare. Non solo esso consente di accantonare beni per lo specifico scopo di soddisfare i bisogni familiari, al quale vengono destinati anche i relativi frutti, ma evita che eventuali creditori dei coniugi attacchino i beni separati per debiti contratti per tale fine esclusivo.

Dunque, questo rappresenta non solo una deroga all’art. 2740 del Codice civile, ma anche all’art. 2741 Cod. civ., posto che, attraverso la separazione patrimoniale, viene alterata anche la par condicio creditorum, che costituisce un altro principio cardine del diritto civile italiano. Infatti i creditori il cui credito si connetta causalmente al soddisfacimento dei bisogni familiari risulteranno avvantaggiati rispetto a coloro che vantino un credito estraneo a tale scopo. Al tempo stesso, essi potranno soddisfarsi anche sui beni dei coniugi che non rientrino nel fondo patrimoniale, per loro trovando dunque effettiva applicazione l’art. 2740 c.c.

Fondo patrimoniale e patrimoni destinati

Una spinta notevole alla creazione di patrimoni destinati è stata impressa indubbiamente dall’introduzione nel Codice civile dell’art. 2645ter, ad opera del D.L. 273 del 2005. Questa norma, collocata al libro VI, nel capo relativo alla trascrizione, implicitamente ammette la costituibilità di patrimoni separati, indirizzati alla tutela di interessi riferibili a persone con disabilità, pubbliche amministrazioni, altri enti o persone fisiche.

Per una parte della dottrina, la ratio sembra risiedere nel fatto che l’interesse retrostante alla tutela di questi soggetti non è meramente privato, ma evidentemente assume una natura più ampia, per le pubbliche amministrazioni per l’ovvia ragione che essi perseguono una finalità pubblicistica, per le persone con disabilità perché è necessario assicurare ad esse adeguata protezione anche ai fini della realizzazione della previsione di cui all’art. 3 Cost., ossia l’uguaglianza sostanziale.

Altro orientamento tuttavia fa leva sulla menzione di altri enti o persone fisiche per affermare che mediante tale segregazione patrimoniale sia possibile perseguire anche interessi meramente privatistici e persino lucrativi, così ampliando al massimo grado la portata della norma. La peculiarità dell’istituto in oggetto è infatti che, pur presentandosi quale istituto tipico, persegue una finalità atipica. Infatti, il legislatore ha lasciato carta bianca al privato che costituisca un patrimonio ai sensi dell’art. 2645ter Cod. civ., nella misura in cui ha richiesto unicamente che il fine sia meritevole di tutela, in tal senso richiamando il dettato dell’art. 1322 co. 2 Cod. civ. per quanto concerne i contratti atipici. Di conseguenza, non vi è, come invece nel caso del fondo patrimoniale, un fine circoscritto, ma qualsivoglia scopo può essere ammesso purché meritevole di tutela e, dunque, non illecito né impossibile.

Il trust

Alle precedenti ipotesi, normativamente previste, va poi affiancato il trust che, sebbene costituisca un contratto socialmente tipico, in quanto non disciplinato dall’ordinamento italiano, è da esso riconosciuto, come è evidente dalla ratifica, ad opera dello stato italiano, della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, avvenuta con legge 364 del 1989.

Dunque, facendo il punto della situazione, l’ordinamento mostra il chiaro intento di offrire piena tutela ai creditori. Nonostante ciò, in un bilanciamento di interessi, ritiene di consentire specifiche ipotesi di separazione patrimoniale.

Nel caso del fondo patrimoniale, l’interesse cui si offre protezione è quello familiare, essendo la famiglia il nucleo base della società, costituzionalmente riconosciuto e tutelato. Nell’ipotesi di cui all’art. 2645ter, si garantisce accesso nell’ambito del vincolo di destinazione a tutti gli interessi meritevoli di tutela, così tipizzando l’atipicità insita in questa espressione, utilizzata già dall’art. 1322 c.c. ed ovviando in parte alla dubbia ammissibilità del cosiddetto trust interno, ancora discussa in dottrina.



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