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Diffamazione su Facebook: come accertare l’identità del colpevole

14 Luglio 2014 | Autore:
Diffamazione su Facebook: come accertare l’identità del colpevole

Ho sporto querela per una diffamazione su Facebook, ma il P.M. ha chiesto l’archiviazione perché non è stato possibile accertare l’identità dell’autore dei contenuti diffamatori. Come posso far valere i miei diritti?

 

È frequente che, di fronte a querele sporte per reati di ingiuria o diffamazione su Facebook o altri social network, il Pubblico Ministero chieda l’archiviazione perché non si è riusciti ad accertare l’identità dell’autore dei contenuti offensivi.

Questo capita soprattutto quando i contenuti sono postati da account che riportano nomi di fantasia o comunque non corrispondenti ad un’identità anagrafica, o quando si tratta di pagine o gruppi non riconducibili direttamente ad una specifica persona.

In questi casi, se la Polizia postale non riesce a raccogliere elementi utili a risalire comunque all’identità del colpevole, occorrerebbe chiedere una rogatoria internazionale per imporre alla società estera che gestisce il social network di esibire i c.d. file di “log o comunque i file contenuti nel server che rivelano l’identità dell’autore di ogni materiale pubblicato.

La rogatoria all’estero [1] è una procedura che può essere attivata esclusivamente da un Giudice o dal Pubblico Ministero per comunicazioni, notificazioni e per attività di acquisizione probatoria.

Il magistrato deve inoltrare la rogatoria al Ministro della giustizia, il quale, se ritiene di dover dare corso alla stessa poiché essa non mette in pericolo gli interessi dello Stato, la trasmette entro trenta giorni per via diplomatica alla competente autorità straniera.

Si tratta di una procedura che può essere avviata esclusivamente da un magistrato e che si rivela particolarmente complessa in quanto richiede l’intervento di alte autorità politiche nazionali e straniere. Ciò spiega la ragione per la quale spesso i magistrati, qualora non si tratti di reati di particolare gravità, sono spesso molto restii a procedere alla rogatoria e preferiscono chiedere l’archiviazione delle indagini.

La giurisprudenza non rivela infatti casi di rogatoria per l’acquisizione di prove relative a reati di diffamazione su internet. La stessa società americana che gestisce il social network Facebook è sempre apparsa molto restia a concedere all’autorità giudiziaria italiana l’accesso ai propri dati per la persecuzione di reati, ad eccezione di un caso, risalente allo scorso anno, relativo ad un fatto di pedofilia evidentemente ritenuto di tale gravità da giustificare il ricorso ad una procedura complessa quale la rogatoria internazionale.

Di fronte alle eccessive difficoltà di procedere per rogatoria e all’inerzia del Pubblico Ministero, occorre tuttavia aver presente che la Polizia postale è comunque generalmente in grado di avviare accertamenti all’esito dei quali può ottenersi la prova dell’identità dell’autore di un post o del gestore di un account.

A ciò si aggiunga poi la possibilità, da parte del privato vittima di diffamazione o minacce, di incaricare un esperto informatico o un’agenzia investigativa che posseggono le competenze e gli strumenti tecnologici attraverso i quali è comunque possibile, in genere, raccogliere elementi decisivi ai fini della prova (ad esempio attraverso la c.d. “ingegneria sociale”).

Questa ultima opzione ha lo svantaggio, tuttavia, di comportare per la persona offesa un costo che nei casi più complessi può risultare piuttosto elevato.

Qualora chi avesse sporto una querela per diffamazione (o per qualunque altro reato) consumato su un social network, dovesse ricevere l’avviso della richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero, può opporsi all’archiviazione presentando al P.M., entro dieci giorni dalla notifica, un atto scritto di opposizione con il quale chiede la prosecuzione delle indagini [2].

Tale avviso sarà ricevuto solo se è stato espressamente chiesto all’atto della presentazione della querela o successivamente nel corso delle indagini [3].

Con l’opposizione la persona offesa deve indicare, a pena di inammissibilità, gli elementi di prova oggetto delle ulteriori indagini.

Il Giudice per le indagini preliminari fissa un’udienza all’esito della quale può accogliere la richiesta di archiviazione o, al contrario, accogliere l’opposizione della persona offesa, ordinando al Pubblico Ministero quali ulteriori attività d’indagine dovrà svolgere oppure ordinandogli di esercitare l’azione penale formulando una formale imputazione nei confronti dell’indagato.

In questi casi, il consiglio è pertanto quello di presentare opposizione, allegando eventuali elementi di prova raccolti personalmente o tramite l’ausilio del proprio avvocato o di un esperto e indicando altresì quali siano le ulteriori attività d’indagine necessarie ad accertare l’autore del reato, come ad esempio la rogatoria internazionale.

note

[1] Art. 727 cod. proc. pen.

[2] Art. 410 cod. proc. pen.

[3] Art. 408 cod. proc. pen.

Autore immagine: 123rf com


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