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Interdizione o amministrazione di sostegno: quale scegliere

11 Gennaio 2022 | Autore: Valentina Gritti
Interdizione o amministrazione di sostegno: quale scegliere

Le misure per la protezione del soggetto incapace di provvedere ai propri interessi.

Hai un genitore, un coniuge o un parente, che appare incapace di provvedere ai propri interessi o impossibilitato a gestire il proprio patrimonio perché affetto da una grave malattia, quale ad esempio la demenza senile di grado severo, o da una grave infermità fisica o mentale. Vorresti proteggerlo ed aiutarlo a gestire i suoi beni ma non sai come fare. Hai sentito parlare delle misure giuridiche protettive, chiamate interdizione e amministrazione di sostegno, ma non sai esattamente in cosa consistono o quale scegliere.

Le due misure offrono all’individuo, incapace di provvedere ai propri interessi, una protezione effettiva ed efficace ma solo una delle due è da preferirsi ed applicarsi in via primaria in quanto ritenuta più flessibile – più adattabile alle singole esigenze e necessità -, meno invasiva e più rispettosa, anche da un punto di vista etico e morale, della dignità del beneficiario. Ma andiamo per ordine.

Interdizione: quando si applica tale istituto giuridico protettivo?

Ai sensi del Codice civile [1], si ricorre allo strumento dell’interdizione quando vi sono persone maggiorenni o minorenni emancipate, che si trovano in condizioni di abituale infermità di mente e che sono totalmente e gravemente incapaci di occuparsi dei propri interessi.

Visto che questa misura protettiva incide in maniera ingente sui diritti degli individui, privandoli totalmente della capacità di agire – ovvero della capacità di compiere qualsiasi atto giuridico -, e risulta molto invasiva e rigida, viene applicata in via facoltativa e residuale, solo quando non sia possibile ricorrere ad un altro istituto giuridico tutelato più flessibile e meno invasivo, quale per l’appunto l’amministrazione di sostegno.

L’interdizione risulta pertanto l’ultima ed estrema ipotesi, a cui pensare.

Bisogna avvalersi dell’interdizione solo quando appare strettamente necessaria o risulta l’unica soluzione idonea a proteggere l’individuo, che, tramite la stessa, verrebbe valutato incapace di compiere qualsiasi atto e privato totalmente della capacità di agire.

Il Codice di procedura civile, vista l’invasività e rigidità di tale misura protettiva, ha previsto e disciplinato un giudizio complesso, che deve svolgersi con la necessaria assistenza di un avvocato e con l’obbligatoria chiamata in causa del pubblico ministero, dei parenti dell’interdicendo entro il quarto grado e dei suoi affini entro il secondo grado innanzi al tribunale, che decide in composizione collegiale, emettendo sentenza d’interdizione – la quale non solo deve essere annotata negli atti di nascita e nei registri delle tutele ma, in base ad un orientamento giurisprudenziale, può anche essere trascritta nei registri con riferimento ad eventuali immobili, indicati nel provvedimento [2].

Dopo l’emissione della sentenza d’interdizione, salvo alcune eccezioni previste dal codice civile [3], l’interdetto non può compiere atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione, tant’è che, se gli stessi venissero compiuti e fossero pregiudizievoli, potrebbero essere annullati [4].

Amministrazione di sostegno: cos’è e quando si applica?

Nel 2004, è stato introdotto e disciplinato lo strumento dell’amministrazione di sostegno [5], che ha la finalità e il compito di proteggere chiunque sia affetto da infermità o menomazioni fisiche o psichiche e si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di gestire autonomamente i propri bisogni di vita e di occuparsi dei propri interessi.

Tale misura protettiva garantisce la tutela e la corretta gestione degli interessi materiali e morali dei soggetti beneficiari ma, a differenza dell’interdizione, risulta più flessibile, modulabile – ovvero facilmente adattabile alle esigenze e situazioni -, meno vincolante e meno invasiva della loro sfera personale e giuridica.

Questo strumento, diversamente dall’interdizione, non priva del tutto l’individuo della capacità d’agire ma viene solo a limitarla, individuando degli specifici compiti e atti, che l’amministratore di sostegno dovrà fare a nome e per conto dell’amministrato o che potrà fare insieme all’amministrato, autorizzandolo o assistendolo.

L’individuo verrà pertanto lasciato libero di svolgere tutti gli atti residuali – ovvero gli altri atti non indicati espressamente dal giudice nel decreto di nomina dell’amministratore di sostegno -, quali ad esempio quelli più semplici ed inerenti la vita quotidiana.

Appare da ciò evidente che tale misura protettiva sia meno vincolante ed invasiva dell’interdizione e che persegua l’indiscusso obiettivo di limitare la capacità di agire dell’individuo solo per determinate necessità-azioni ed in considerazione della specifica situazione, a cui si adegua e di adatta.

Tali caratteristiche rendono l’amministrazione di sostegno la misura di protezione più rispettosa dell’individuo da un punto di vista sostanziale, etico e morale e meno lesiva della sua dignità.

Dalla maggior flessibilità e minore invasività di questo istituto, deriva una maggiore semplicità della sua procedura giudiziale che, diversamente da quella dell’interdizione, non solo può essere avviata, senza la necessaria assistenza degli avvocati, personalmente dalle parti indicate nel Codice civile, ma si svolge anche innanzi alla volontaria giurisdizione del tribunale competente e si conclude con decreto di nomina dell’amministratore di sostegno, indicato dalle parti e approvato – o scelto – dal giudice tutelare.

Qual è la misura di protezione da preferirsi secondo dottrina e giurisprudenza? 

In base a quanto sopra esposto apparirà chiaro che l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale è a favore della misura protettiva dell’amministrazione di sostegno, che viene privilegiata perché ritenuta per l’appunto più flessibile – maggiormente adattabile alle esigenze dell’individuo ed alle situazioni, in cui egli versa -, meno invasiva – visto che non priva del tutto l’individuo della sua capacità di agire e lo lasciava libero di compiere alcuni atti -, e maggiormente rispettosa della dignità dell’individuo da un punto di vista etico e morale [6].

Il criterio di scelta tra le due misure protettive è stato individuato dalla giurisprudenza non nella tipologia o nel grado d’invalidità del beneficiario ma negli atti, che devono essere compiuti e che lo stesso è in grado di compiere da solo [7].

Se, dunque, il tuo genitore, coniuge o parente, pur affetto da grave malattia o infermità-disabilità, fosse in grado di eseguire, anche con la tua assistenza o aiuto, alcuni atti della normale vita quotidiana e di relazione – come per esempio acquistare il pane o un giornale -, la misura protettiva giudiziale, che dovresti chiedere al tribunale, nel rispetto della sua dignità, sarebbe indiscutibilmente l’amministrazione di sostegno e non l’interdizione.

Va da sé che la scelta finale spetta sempre al tribunale, soprattutto in caso di tuoi dubbi o di eventuali contestazioni di parenti, affini o del pubblico ministero.



Di Valentina Gritti

note

[1] Art 414 e ss. cod. civ.

[2] Art 712 e ss. cod. civ; Corte d’Appello di Roma, sez I civile, decreto 25.06.13.

[3] Art 427 cod. civ.

[4] Art 428 cod. civ.

[5] Legge 9.01.2004 n 6.

[6] Ex multis vedasi Tribunale Rieti del 04.02.2020 n 68 e Tribunale Tempio Pausania 20.02.07 n 331.

[7] Ex multis vedasi Cass. civ. n 17421/09 o n 22332/11.


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