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Articolo 19 Costituzione italiana: spiegazione e commento

12 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 19 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 19 sul diritto di professare liberamente la propria religione?  

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

I diritti di chi crede e di chi non crede in Dio

La Costituzione torna a parlare di religioni dopo averlo già fatto all’articolo 3 (che pone il divieto di discriminazioni tra cittadini in base al credo) e all’articolo 8 (che riconosce eguali libertà e diritti a tutte le confessioni religione). Tornerà a farlo all’articolo 21 in tema di libertà di manifestazione del pensiero.  

Non ci si meravigli di tanta attenzione nei confronti della fede: la religione è uno dei primi istinti dell’uomo. Nasce prima ancora del senso del diritto e della legge stessa. Sin dalle caverne l’uomo ha avvertito il bisogno di riconoscere l’esistenza di una divinità più grande di lui che governasse l’imprevedibilità del creato e della vita. E dunque la Costituzione, per quanto laica, non poteva ignorare questa esigenza. 

Lo Stato mantiene, anche nell’articolo 19, una posizione di neutralità e imparzialità nei confronti di tutte le religioni. L’unica preoccupazione dei padri costituenti era quella di garantire che il libero esercizio della religione non andasse contro i principi generali dello Stato. Sicché, l’articolo 19 della Costituzione, nell’affermare che tutti hanno diritto a professare liberamente la propria fede religiosa, sia da soli e che in gruppo, pone anche dei limiti. Li vedremo a breve. 

Parliamo innanzitutto dei diritti. 

I diritti di chi crede in un Dio si possono riassumere nel diritto di aderire alla religione che si preferisce e di riconoscersi nei suoi principi e nei suoi valori; di professarla ossia a rispettarne i precetti, le abitudini; di pregare, sia in luogo pubblico che privato; di diffonderla ossia a fare proselitismo (anche casa per casa); di edificare edifici di culto ove svolgere i riti religiosi; di svolgere processioni e rituali in pubblico o in luogo aperto al pubblico. Di conseguenza, viene riconosciuto anche il diritto di creare una propria religione e di cercare dei seguaci, diffondendola liberamente e pubblicamente.

Lo Statuto dei lavoratori stabilisce peraltro che il datore di lavoro, sia al momento dell’assunzione che nel corso del rapporto di lavoro, non può fare indagini sulle opinioni religiose dei dipendenti. 

Non in ultimo viene riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza, ossia il diritto a non compiere attività proprie di una determinata professione o mestiere laddove siano in contrasto con il proprio credo religioso. Così, ad esempio, i medici possono sottrarsi alla pratica dell’aborto e, fin quando il servizio militare era obbligatorio, ci si poteva rifiutare di usare le armi. 

Tali diritti vengono riconosciuti agli appartenenti a qualsiasi religione, senza che si possano fare discriminazioni tra essi. La discriminazione non può provenire né dallo Stato, né dai privati. Così, ad esempio, una persona che crede in Allah non può ricevere un diverso trattamento in un ufficio pubblico, su di un treno, in un ristorante o in un bar rispetto a un cattolico; un induista deve essere libero di indossare, anche sul luogo di lavoro, gli abiti della propria religione, a meno che non sia prescritta una divisa aziendale uguale per tutti. Il burqa è libero purché, a richiesta della polizia, la cittadina musulmana sia pronta a togliere il velo dal volto. La legge del 1975 vieta infatti di indossare caschi e altre protezioni facciali solo se non c’è un giustificato motivo e la religione è ritenuta tale.

Ai Testimoni di Geova viene consentito di rifiutare le trasfusioni di sangue, anche se ciò dovesse essere necessario per salvare la propria vita; la Costituzione difatti stabilisce che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non vi è un obbligo di legge. Se però il rifiuto coinvolge un minorenne, i genitori non possono prendere una decisione che potrebbe pregiudicare gli interessi del bambino. Sarà pertanto il giudice tutelare a decidere cosa sia meglio per il minorenne, nominando a tal fine un curatore speciale che autorizzi i medici a effettuare la trasfusione. Questo è un tipico esempio in cui la libertà religiosa non viene riconosciuta perché in contrasto con i diritti fondamentali della persona della nostra Costituzione.

Come vengono garantiti i diritti dei credenti, allo stesso modo ma in senso inverso vengono riconosciuti anche i diritti di chi non crede. Ciascuno può quindi dichiararsi ateo senza perciò essere discriminato rispetto a chi aderisce a una religione. Tant’è vero che la Corte Costituzionale, nel 1979, ha modificato la formula del giuramento che i testimoni fanno in tribunale durante i processi. Tale formula un tempo imponeva al teste di dire tutta la verità a sua conoscenza, assumendosi la responsabilità delle proprie dichiarazioni «davanti a Dio e alla legge». Oggi, il richiamo a Dio è stato eliminato.  

I doveri di chi crede

Dopo aver visto i diritti dei credenti, vediamo ora quali sono i doveri, ossia i limiti. 

Il primo è il più banale ma anche quello che ha destato maggiori problematiche per via dell’ingresso nel nostro territorio di extracomunitari con tradizioni religiose diverse dalle nostre: la fede è libera solo se non confligge con i diritti costituzionali e con tutte le altre leggi penali dello Stato. La religione non può quindi costituire una giustificazione per violare le norme che gli altri cittadini sono invece tenuti a rispettare. Ad esempio, non perché la propria religione prevede la poligamia si può avere più di un coniuge; non perché, secondo le proprie tradizioni, il matrimonio deve essere concertato tra le famiglie si può imporre a una figlia il suo futuro sposo (le nozze sarebbero annullabili per mancanza del consenso); non può essere giustificato agli appartenenti di un gruppo religioso indiano (sikh) di portare indosso il kirpan, un pugnale ricurvo, simbolo della lotta contro il male essendo vietato in Italia uscire di casa con coltelli e lame. Non possono essere ammesse le mutilazioni degli organi genitali femminili (infibulazione), seppur previste in alcuni Paesi dell’Africa e della penisola araba. Al contrario, la pratica ebraica della circoncisione, imposta ai fanciulli che raggiungono la pubertà, viene ritenuta lecita in quanto non influisce sulla funzionalità degli organi della riproduzione. 

Tra gli obblighi connessi alla religione vi sono poi il divieto di bestemmiare contro qualsiasi divinità (indipendentemente quindi dalla religione), di turbare le funzioni religiose e di fare offendere le religioni. Tali divieti valgono ovviamente sia per i credenti che per gli atei.

L’articolo 19 della Costituzione stabilisce anche un altro importante limite: i riti religiosi sono liberi purché non contrari al buon costume. Cosa si intende con questo concetto? Si tratta della comune morale e della decenza. Sono quindi vietati i riti orgiastici, la prostituzione sacra, i sacrifici rituali, le automutilazioni, le sette segrete (in contrasto peraltro con l’articolo 18 della Costituzione che vieta le organizzazioni segrete).



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