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Società cancellata: l’Agenzia Entrate si rivale sul socio

28 Giugno 2015
Società cancellata: l’Agenzia Entrate si rivale sul socio

Il fisco e ogni altro creditore si rivale sul socio della Srl cancellata dal registro delle imprese solo se dimostra la distribuzione di attivo in fase di liquidazione.

L’Agenzia delle Entrate può chiedere il saldo dei debiti della Srl cancellata ai soci solo quando dimostra che c’è stata una distribuzione di attivo in fase di liquidazione della società stessa. Lo ha chiarito due giorni fa la Cassazione in una interessante sentenza [1] che, di certo, avrà notevoli applicazioni pratiche. Inutile, infatti, chiudere le serrande dell’azienda solo per evadere i debiti con il fisco o con Equitalia. Ma con alcune precisazioni. Ma procediamo con ordine.

Se l’ufficio vuole recuperare dai soci le imposte dovute dalla società cancellata dal Registro imprese deve dimostrare due aspetti:

– l’esistenza di un attivo di liquidazione

– l’ammontare di tale attivo, ossia quanti soldi ciascun socio ha percepito in fase di liquidazione.

Buone notizie, dunque, sui contribuenti: l’onere della prova è del fisco.

La Suprema Corte ha ricordato che la cancellazione dal registro delle imprese costituisce il presupposto della proponibilità dell’azione direttamente nei confronti dei soci, ma solo a condizione che questi abbiano percepito somme in sede di liquidazione del bilancio finale (diversamente, infatti, non rispondono di alcun debito della società estinta).

Per esempio: il socio che si sia visto riconoscere 1.000 euro dal liquidatore, in sede di liquidazione della società, risponderà dei debiti con i creditori vari, come l’Agenzia delle Entrate o Equitalia (ma anche banche, fornitori, ecc.) solo entro massimo 1.000 euro. La sua responsabilità personale – che scatta dopo la chiusura della società – non potrà quindi estendersi al patrimonio personale se non, appunto, nei limiti di quanto abbia ricevuto con il bilancio di liquidazione.

Tuttavia, tanto l’esistenza di tali somme percepite dal socio con la liquidazione, tanto il loro ammontare deve essere provato dal creditore che intende agire contro i soci, secondo il normale riparto dell’onere della prova.

È evidente, dunque, che la responsabilità dei soci per le obbligazioni sociali non assolte è limitata alla parte da ciascuno di essi conseguita nella distribuzione dell’attivo risultante dal bilancio di liquidazione della società, e che tale quota è stata attribuita al socio: ne consegue che il creditore, il quale intenda agire nei confronti del socio, è tenuto a dimostrare il presupposto della responsabilità di quest’ultimo (vale a dire la sua legittimazione passiva), e cioè che, in concreto, in base al bilancio finale di liquidazione, vi sia stata la distribuzione dell’attivo risultante dal bilancio medesimo e che una quota di tale attivo sia stata da questi riscossa.

Due anni fa, la Cassazione a Sezioni Unite [2] aveva affermato che l’estinzione comporta una sorta di successione (proprio come avviene con le persone fisiche) da parte dei soci sui debiti della società, ma nei limiti in cui i soci abbiano ricevuto utili dal riparto di liquidazione.

Proprio da tale ultima condizione dipende la possibilità di proseguire l’azione da parte del creditore sociale nei confronti del singolo socio, con la conseguenza che ove intenda agire nei confronti di quest’ultimo, è tenuto a dimostrare il presupposto della responsabilità di quest’ultimo, ossia che abbia percepito (e in che misura) denaro dalla liquidazione della società. In concreto è tenuto a provare che vi sia stata la distribuzione dell’attivo risultante dal bilancio e che una quota di tale attivo sia stata dal socio stesso riscossa.
È stato così affermato che la cancellazione dal Registro imprese costituisce il presupposto della proponibilità dell’azione nei confronti dei soci e la percezione di somme in sede di liquidazione del bilancio finale costituisce il limite della responsabilità di quest’ultimo.
L’Agenzia delle Entrate, al pari di ogni altro creditore, non è esonerata da tale onere probatorio e pertanto ove intenda avanzare una pretesa ai fini delle imposte in capo al socio deve dimostrare la reale percezione e l’entità esatta delle somme incassate.


note

[1] Cass. sent. n. 13259 del 26.06.2015.

[2] Cass. S.U. sent. n. n. 6070/2013.

Autore immagine: 123rf com


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