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Falsa testimonianza: termini denuncia

26 Dicembre 2021
Falsa testimonianza: termini denuncia

Voglio denunciare due persone che hanno testimoniato il falso in un procedimento civile. Devo rispettare il termine di tre mesi per sporgere querela?

Il delitto di falsa testimonianza (art. 372 cod.pen.) è procedibile d’ufficio: ciò significa che non occorre rispettare il termine di tre mesi previsto per i reati procedibili a querela di parte. L’unico termine da tenere a mente è quello riguardante la prescrizione del reato di falsa testimonianza, che scatta decorsi sei anni dal compimento del fatto (termine aumentato fino a sette anni e mezzo, nel caso del compimento di atti processuali interruttivi, come ad esempio il decreto che dispone il giudizio, l’interrogatorio, ecc.).

Detto ciò, è il caso di soffermarsi sulle caratteristiche di questo reato. Secondo il codice penale, commette falsa testimonianza non soltanto colui che mente affermando il falso, ma anche chi nega un fatto realmente accaduto oppure semplicemente rifiuta di esporre la verità, restando in silenzio (la reticenza, appunto).

Dunque, commette il reato di falsa testimonianza colui che, chiamato a deporre come testimone:

  • afferma il falso;
  • nega il vero;
  • tace pur sapendo.

Secondo la giurisprudenza (Cass., sent. n. 3923 del 23.03.1976), la falsa testimonianza è un reato di pericolo: ciò significa che, per integrarsi, è sufficiente l’idoneità della menzogna o della reticenza a sviare la giustizia. In altre parole, a nulla rileva il grado d’influenza che la bugia avrebbe potuto avere o ha avuto nel procedimento in cui è resa.

Da questa affermazione derivano due importanti conseguenze:

  • la prima è l’assoluta irrilevanza della menzogna non attinente ai fatti per i quali si procede;
  • la seconda consiste nel fatto che si è in presenza del reato di falsa testimonianza anche quando il giudice abbia fermamente negato l’attendibilità della deposizione (Cass., sent. n. 780 del 16.01.2006).

In poche parole, anche se la falsa testimonianza non è decisiva né rilevante per la pronuncia del giudice, chi l’ha commessa risponderà ugualmente del reato. Si prescinde, quindi, dal fatto che il giudice possa essere stato tratto in inganno.

Quindi, ciò che realmente conta ai fini della commissione del reato è la dichiarazione falsa in sé per sé, quella idonea, anche solo astrattamente, a fuorviare l’autorità giudiziaria.

Non tutte le bugie rese dal testimone integrano il reato di falsa testimonianza: secondo la Corte di Cassazione, le dichiarazioni false o reticenti devono essere pertinenti con l’oggetto del procedimento, cioè con i fatti contestati all’imputato (Cass., sent. n. 20656 del 28.05.2012).

Esiste anche un altro caso in cui il soggetto, pur non raccontando la verità, non commette falsa testimonianza: si tratta dell’ipotesi in cui il testimone non sappia di deporre il falso. Il reato di falsa testimonianza è infatti punito a titolo di dolo: è pertanto necessaria la volontà precisa di mentire.

Dunque, il teste che riferisce il falso credendo di dire il vero, non commette falsa testimonianza, in quanto non ha l’intenzione di mentire.

Di contro, integra il delitto di falsa testimonianza la volontaria divergenza tra la deposizione del teste e quanto da lui in realtà percepito dei fatti sui quali è esaminato (Cass., sent. n. 5745 del 06.11.2003). In parole più chiare, questo significa che il reato sussiste anche se i fatti, che il testimone dichiara falsamente avvenuti in sua presenza, siano realmente accaduti (Cass., sent. n. 9088 del 11.10.1975).

La falsità della testimonianza, dunque, viene valutata in base a quanto conosciuto dal teste e non dunque sulla scorta della verità storica od oggettiva. In altre parole, se il teste afferma il falso ritenendo però, in base alle sue conoscenze, che fosse vera, non commette alcun reato. In altre parole, solo la falsità cosciente e volontaria è punibile.

Infine, va ricordato che, ai sensi dell’art. 376 c.p., il testimone non è punibile se ritratta il falso e dice il vero

prima che sulla domanda giudiziale sia pronunciata sentenza definitiva, anche se non irrevocabile.

Tirando le fila di quanto detto sinora e applicando questi princìpi al caso di specie, è possibile affermare che, almeno astrattamente, potrebbe configurarsi il delitto di falsa testimonianza, se i testimoni hanno volontariamente mentito o taciuto una circostanza a loro ben nota. Nella fattispecie, sembra difficile che non conoscessero la circostanza loro richiesta.

Va però compiuta una specificazione: il fatto che la strada fosse di pubblico passaggio poteva essere noto ai testi non tanto per via della normativa locale (la quale può ben essere ignorata in buona fede) bensì per la mera “percezione” materiale della realtà di fatto.

In altre parole, è difficile contestare a una persona il dolo tipico della falsa testimonianza con riguardo alla conoscenza di una normativa (cosa che può essere invece fatta a un tecnico o a un esperto del settore, come un avvocato, ecc.). La menzogna o la reticenza, dunque, deve riguardare il fatto storico, consistente nel passaggio dei veicoli, fatto visibile e percepibile da chiunque, cioè dall’uomo medio (il cosiddetto quisque de populo); al contrario, sarebbe ben difficile accusare qualcuno di aver mentito o taciuto sulla conoscenza di una normativa (come ad esempio l’esistenza di un provvedimento comunale che stabilisce il passaggio pubblico, ecc.), la quale potrebbe tranquillamente essere ignorata in buona fede.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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