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Miscellanea La riduzione della spesa militare in Italia

Miscellanea Pubblicato il 29 gennaio 2012

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> Miscellanea Pubblicato il 29 gennaio 2012

Siamo lieti di pubblicare il contributo di ANTONIO PAGANO inviato a “La Legge per Tutti”. Riportiamo di seguito il testo integrale dell’articolo del nostro lettore.


Si può fare, ma nessuno ne parla. Quando poi se ne parla, si fa esattamente l’opposto.

Nel 2010, l’allora Ministro della Difesa La Russa annunciava tagli; nel 2011, l’Italia ha acquistato 131 caccia bombardieri, che costeranno allo Stato italiano la bellezza di 16 miliardi.

Incide grandemente sulla spesa pubblica del nostro Stato: oltre 23,5 miliardi di euro, quasi l’1,3% del Pil, che colloca l’Italia all’ottavo posto al mondo per spese militari. Nel 2009, quando l’economia ha iniziato a segnare il passo, il settore della produzione bellica ha registrato un fatturato record da 3,7 miliardi (+ 8,4% nel solo 2010) [1].

Altri numeri inquietanti: l’Italia è il secondo produttore mondiale di armi, con un export militare alle spalle solo di quello degli Stati Uniti. È impegnata in più di 30 missioni militari all’estero; impiega un esercito professionale di 190.000 uomini; conta 600 unità tra generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali [2]. Ogni giorno l’Italia spende per gli armamenti 76 milioni di euro, 3 ogni ora, 50.000 euro al minuto… [3].

Eppure c’è sempre assoluto riserbo sulle notizie riguardanti l’argomento. Dovrebbero essere oggetto di dibattito politico e sottoposte al vaglio dell’opinione pubblica, ma ciò accade molto di rado.

Ci sono stati tagli significativi nella spesa pubblica in tutti i settori nevralgici (sanità, scuola, ricerca, trasferimenti agli Enti Locali), ma la spesa militare è rimasta intatta, anzi è lievitata.

Già nel 1991 Oliver Stone, nel film “JFK – Un caso ancora aperto”, parlava apertamente di complotto, studiato e pianificato dai più alti vertici dei servizi segreti statunitensi (FBI e CIA) in collaborazione con la mafia americana, per eliminare il Presidente che voleva opporsi alla prosecuzione del conflitto in Vietnam, contro il parere delle gerarchie militari e con la netta opposizione dei fornitori di armi. Nella scena culminante, il procuratore che aveva riaperto il caso, carpiva inorridito da un alto esponente della Cia il motivo dell’omicidio di Kennedy: il blocco alla spesa per gli armamenti; la Guerra è un business e dietro c’è un giro vorticoso di denaro. Spese per nuove e sempre più tecnologiche armi, soldi per le missioni, aziende che si occupano di logistica, di vettovagliamenti. E poi il mega business della ricostruzione, dopo che il paese “nemico” è stato abbattuto e vinto, ma anche distrutto e piegato economicamente.

Che succede in Italia? Restano molti dubbi: perché Finmeccanica, nel momento della stretta economica, fa spendere allo Stato italiano una somma per l’acquisto di caccia militari, che da sola vale quanto la finanziaria di dicembre? Perché Intesa Sanpaolo contribuisce, con 52,5 milioni di dollari, al finanziamento della produzione delle micidiali cluster bombs (bombe a grappolo), malgrado l’Italia abbia sottoscritto l’accordo internazionale per la loro messa al bando? Vi sono potenti lobbies in grado di condizionare l’operato dei Governi affinché la spesa non venga ridotta, anzi aumenti?

Molti dubbi, poche certezze, zero risposte…

 

note

[1] Thomas Mackinson “Blindati e carri armati, la shopping list della Difesa costa 500 milioni”, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 23.11.11.

[2] Francesco Vignarca e Massimo Paolicelli, “Il caro armato”, edito da  Altreconomia.

[3] Antonella Beccaria, “Padre Zanotelli, in missione contro la guerra: In Italia ogni ora spesi 3 milioni per armi”, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 22.11.11.


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