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Lavori di pubblica utilità: cosa sono e come funzionano

14 Gennaio 2022 | Autore: Federica Bolla
Lavori di pubblica utilità: cosa sono e come funzionano

Cos’è il lavoro di pubblica utilità? Quando puoi richiederlo per evitare di scontare una pena in carcere? Quanto dura l’attività lavorativa?

Hai commesso un reato e stai affrontando un procedimento penale o hai paura di doverlo iniziare? Hai paura di essere condannato a una pena detentiva e di dover andare in carcere? Forse non sai che la legge italiana permette di poter sostituire il carcere, e a volte anche le pene pecuniarie, con una sanzione più favorevole, cioè con il lavoro di pubblica utilità. Cos’è? Si tratta di un’attività lavorativa, non retribuita, svolta a favore della comunità. Ti starai chiedendo, a questo punto, come si converte la pena in lavoro di pubblica utilità?

Deve essere l’imputato, cioè chi presumibilmente ha commesso il reato, a chiedere al giudice di sostituire il carcere con il lavoro di pubblica utilità. Il giudice non impone mai automaticamente questa sanzione. L’esempio più frequente è il caso di guida in stato di ebbrezza. Continua a leggere questo articolo per sapere quando puoi chiedere i lavori di pubblica utilità, come si converte la pena in attività lavorativa e quanto durano i lavori.

Cos’è il lavoro di pubblica utilità?

Il lavoro di pubblica utilità (lpu) consiste in una prestazione di attività lavorativa, non retribuita, svolta a favore della comunità presso lo Stato, le regioni, le province o presso enti e associazioni di volontariato o assistenza sociale convenzionati con il tribunale.

Lo scopo di questo istituto è di ridurre il ricorso alla pena detentiva, cioè evitare di andare in carcere.

Il lavoro di pubblica utilità può essere chiesto per i reati relativi al Codice della strada, per i reati in tema di sostanze stupefacenti e per i reati che sono di competenza del Giudice di Pace.

L’imputato può accedere a questa sanzione solo se ne fa espressa richiesta o, in alcuni casi specifici, se non si oppone, perché il giudice non può autonomamente imporre i lavori di pubblica utilità. Il legislatore ha, infatti, sempre richiesto il consenso esplicito, o almeno implicito, dell’interessato: è necessario un atteggiamento collaborativo del condannato affinché questo possa responsabilizzarsi.

Stupefacenti, guida in stato di ebbrezza e lavori di pubblica utilità

Chi si mette alla guida con un tasso di alcol nel sangue superiore alla soglia consentita (0,5 g/l) e viene colto al volante in stato di ebbrezza rischia l’arresto, la sospensione della patente e il sequestro del veicolo. Lo stesso discorso vale per chi si mette alla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Nel 2005 [1], in materia di sostanze stupefacenti, poi nel 2010 [2] relativamente alla guida in stato di ebbrezza, è stata introdotta la possibilità di sostituire la pena detentiva e/o la pena pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità.

In caso di utilizzo di sostanze stupefacenti, il condannato deve fare richiesta affinché la pena detentiva (o pecuniaria) venga sostituita con i lavori di pubblica utilità; questa sostituzione non può avvenire per più di due volte.

In caso di guida in stato di ebbrezza la pena può essere sostituita, una sola volta, se non c’è opposizione da parte del condannato.

Quanto durano i lavori di pubblica utilità?

Il lavoro di pubblica utilità dura quanto la pena detentiva irrogata: si deve ragguagliare la pena detentiva in pena pecuniaria ovvero convertire i giorni, mesi e/o anni di carcere in euro; ottenuto l’ammontare si deve sapere che un giorno lavorativo equivale a 250 euro.

Come avviene anche avanti il Giudice di Pace, se l’imputato non è in grado di pagare la sola pena pecuniaria inflitta, può chiedere la conversione della stessa in lavoro sostitutivo. Un giorno di lavoro sostitutivo equivale a 25 euro.

Il condannato può eventualmente far cessare il lavoro di pubblica utilità in un secondo momento pagando la pena pecuniaria, detraendo la somma corrispondente alla durata del lavoro svolto.

Un giorno di lavoro corrisponde a due ore lavorative. In una settimana, possono essere fissate al massimo sei ore di lavoro con modalità che tengano conto delle esigenze di studio, di lavoro, di famiglia e di salute del condannato.

Quest’ultimo può, in ogni caso, chiedere al giudice di svolgere più di sei ore settimanali, rispettando il limite di otto ore giornaliere [3].

Il giudice, con il provvedimento che concede la pena sostitutiva, incarica l’Uepe (Ufficio locale di esecuzione penale esterna), o l’ufficio di Pubblica Sicurezza del luogo di esecuzione della pena o il comando territoriale dell’Arma dei Carabinieri, di verificare l’andamento dei lavori di pubblica utilità.

Cosa succede dopo aver terminato i lavori di pubblica utilità?

In caso di esito positivo del lavoro di pubblica utilità, il giudice fissa l’udienza dove dichiara il reato estinto, riduce della metà la pena accessoria della sospensione della patente e revoca la confisca del veicolo sequestrato [4].

In caso di esito negativo o di violazione degli obblighi legati al lavoro di pubblica utilità, il giudice revoca la pena sostitutiva e ripristina quella che aveva sostituito (detentiva o pecuniaria). Per la guida in stato di ebbrezza ripristina la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida e della confisca del mezzo.

Il lavoro di pubblica utilità per i reati di competenza del Giudice di Pace

Il lavoro di pubblica utilità è configurato come la pena principale irrogata dal Giudice di Pace in relazione ai reati che sono di sua competenza (esempio il reato di percosse, lesioni personali lievi, minacce, danneggiamento, ingresso abusivo nel fondo altrui, somministrazione di bevande alcoliche a minori, deturpamento o imbrattamento di cose altrui, uccisione o danneggiamento di animali altrui, omissione di soccorso, etc.), in alternativa alla condanna della pena pecuniaria oppure all’obbligo di permanenza domiciliare. Il Giudice di Pace non condanna a pene detentive, cioè al carcere.

La sanzione sostitutiva può essere applicata dal giudice solo su richiesta dell’imputato.

L’attività lavorativa può durare da un minimo di dieci giorni a un massimo di sei mesi. Un giorno di lavoro corrisponde a due ore lavorative. In una settimana possono essere fissate al massimo sei ore di lavoro con modalità che tengano conto delle esigenze di studio, di lavoro, di famiglia e di salute del condannato.

Quest’ultimo può, in ogni caso, chiedere al giudice di svolgere più di sei ore settimanali, rispettando il limite di otto ore giornaliere.

Nel caso in cui il condannato non si rechi sul luogo di lavoro o lo abbandoni oppure violi più volte gli obblighi prescritti dal giudice, egli commette un reato ed è punito con la reclusione fino a un anno [5], anche se l’attività lavorativa già svolta viene considerata come periodo di pena già espiata (un giorno di pena detentiva equivale a tre giorni di attività lavorativa). Tale pena detentiva non potrà a sua volta essere sostituita con lavori di pubblica utilità.

Messa alla prova: posso chiedere i lavori di pubblica utilità?

Nel 2014 [6], è stato introdotto un nuovo articolo nel nostro Codice penale [7] che prevede, per i reati puniti con una pena detentiva non superiore a quattro anni (il giudice quindi può condannare al carcere per un massimo di quattro anni, normalmente meno) o con una pena pecuniaria, che l’imputato possa chiedere che il processo venga sospeso e lui venga messo alla prova (map), svolgendo lavori di pubblica utilità. Rientrano in questa categoria di reati per esempio la truffa, le lesioni personali colpose, la frode informatica, la vendita di prodotti alimentari non genuini come genuini.

L’attività non retribuita dovrà svolgersi per una durata non inferiore a dieci giorni, per un massimo di otto ore giornaliere, tenendo conto delle competenze dell’imputato, delle sue esigenze di studio, lavoro, famiglia e salute.

L’esito positivo della map (messa alla prova), che può essere concessa una volta sola, estingue il reato. In caso di esito negativo, il giudice dispone che il processo riprenda il suo corso, con conseguente eventuale condanna.



Di Federica Bolla

note

[1] Art. 73 co. 5 bis D.P.R. 309/90.

[2] Art. 186 co. 9 bis cod. strada.

[3] Art. 54, D. Lgs. n° 274/00.

[4] Art. 186 cod. strada.

[5] Art. 56, D. Lgs. n. 274/00.

[6] L. n. 67 del 28.04.2014.

[7] Art. 168 bis Cod. pen.


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