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Articolo 21 Costituzione italiana: spiegazione e commento

14 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 21 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 21 sulla libertà di espressione, di manifestazione del pensiero e di stampa?

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Tutti i diritti connessi alla libertà di espressione

Oggi, tutti diamo per scontato il fatto di poter parlare liberamente ed esprimere le nostre opinioni senza doverci nascondere o subire censure o discriminazioni. Si tratta però di una conquista che l’umanità ha raggiunto solo di recente e che peraltro non ha ancora toccato ogni angolo del globo. Un tempo non molto lontano la gente veniva perseguitata, torturata, uccisa, bruciata viva se manifestava idee diverse da quelle del potere. La storia è piena di martiri che hanno combattuto fino alla morte per sostenere le proprie opinioni: religiose, politiche, filosofiche, sociali. 

L’articolo 21 della Costituzione, nel riconoscere a chiunque – cittadino, straniero o apolide – il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancisce l’architrave di tutte le principali libertà dell’uomo e, quindi, di uno Stato democratico. Perché nella libertà di espressione sono compresi una moltitudine di diritti. 

C’è innanzitutto il diritto di esprimere le proprie idee e, quindi, prima ancora, il diritto di pensare liberamente. Giuste o sbagliate che siano, le idee personali sono sempre legittime. Potremo dire che esiste un diritto di dire fesserie, senza che nessuno possa censurarle se non fanno del male ad altri.

C’è poi il diritto di diffondere le proprie idee e di persuadere gli altri della bontà delle proprie ragioni, facendo ad esempio proselitismo. Si pensi a una persona che fa propaganda di un partito, che promuove un referendum raccogliendo firme per strada o che, al contrario, raduna una folla per protestare contro una legge.

Nella libertà di espressione è compreso anche il diritto di non manifestare alcuna idea ossia il diritto a stare in silenzio; il diritto a dissentire dalle idee altrui e a criticarle nei limiti della moderazione; il diritto di cronaca ossia di informare la gente con la stampa o con qualsiasi altro mezzo di diffusione; il diritto di farsi un’idea propria partendo da quelle altrui e quindi il diritto ad essere informati, ad esempio dotandosi di un’antenna televisiva o di una connessione a Internet. Anche il diritto a poter accedere al web deriva dall’articolo 21 della Costituzione.

Tutti questi diritti però oggi sono fortemente minati. Un’ombra oscura li minaccia: quella dell’intolleranza, della manipolazione e della violenza. Ne parleremo a breve.

La libertà di parola è anche il dovere di rispettare la libertà altrui

L’articolo 21 della Costituzione contiene anche una parte nascosta, che non tutti vogliono vedere. Alla libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero fa da contraltare un dovere: quello di rispettare la libertà di pensiero altrui, di non aggredire chi la pensa diversamente, di non offendere, diffamare, discriminare. 

Eppure, la realtà è molto diversa. 

Le discussioni sui social network ci hanno dimostrato quanto lontane siano le attuali generazioni dalla grandezza del pensiero dei nostri padri costituenti: un pensiero che voleva abbracciare tutti in un’idea di fratellanza e unità. Oggi, invece, dimenticando chi ha dato la vita pur di garantirci il diritto di esprimerci liberamente, c’è chi vorrebbe soffocarlo nell’odio. Gli haters, che rivendicano per loro – e solo per loro – una libertà assoluta e illimitata, la negano invece agli altri proprio come un tempo facevano fascisti e nazisti.

Eppure, tutto ciò è molto curioso: ci riteniamo persone democratiche, aperte, libere di pensiero e tolleranti. Nessuno direbbe mai in pubblico di essere contrario alla libertà di espressione, divenuta peraltro il vessillo di Internet. Eppure, quando si tratta di accettare un pensiero diverso dal proprio, tutti si ritraggono. Quella stessa libertà di espressione che doveva servire per generare nuove idee e contribuire al progresso dell’umanità, valorizzando la diversità di ogni individuo, viene invece utilizzata – con la minaccia, l’umiliazione, la diffamazione – per mettere a tacere chi la pensa diversamente. Siamo tornati indietro di oltre un secolo. 

Eppure cosa succederebbe senza questa libertà di pensiero? Russell ipotizzava uno scenario del genere. Immaginiamo che un bel giorno ci venga dato per magia il potere di leggere nel pensiero degli altri. La prima conseguenza sarebbe orribile: la fine di tutte le amicizie. Tutti sapremmo cosa pensano gli altri di noi e non lo accetteremmo; ci allontaneremmo gli uni dagli altri diventando tante isole. Ma la seconda conseguenza sarebbe eccellente: poiché un mondo senza rapporti umani apparirebbe intollerabile, impareremmo ad accettare l’altrui pensiero, a reputarci non così perfetti come credevamo. Sarebbe un modo perfetto, tollerante e inclusivo. 

L’articolo 21 della Costituzione dice esattamente questo: che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Ma hanno di conseguenza il dovere di lasciare che anche gli altri facciano lo stesso. E non con semplice tolleranza, ma con gioia, con la consapevolezza che è dall’incontro dei pensieri diversi che nascono le migliori miscele. Il pane non si fa solo con la farina. Devi aggiungere anche l’acqua, il sale, il lievito. Se fossimo tutti farina, non potremmo più mangiare pane.

La libertà di critica

Come abbiamo detto, nella libertà di espressione è compreso anche il diritto di criticare il pensiero degli altri. Uno dei problemi però più frequenti nei rapporti personali – che spesso si trascina nelle aule di tribunale – è il confine tra il diritto di critica e l’offesa all’altrui onore e reputazione. Offesa che quindi trasborda in due illeciti: l’ingiuria e la diffamazione. Si ingiuria qualcuno quando lo si offende mentre gli si parla in faccia o tramite il web. Si diffama qualcuno invece quando l’offesa viene pronunciata alle spalle della vittima, in sua assenza quindi, ed alla presenza di almeno altre due persone.

La Cassazione ha più volte ricordato agli italiani che chi vuol criticare una persona non deve arrivare a metterne in discussione la moralità personale o professionale: si possono attaccare le sue azioni ma non la sua dignità. Dire che l’amministratore di condominio ha sbagliato i calcoli è lecito; insinuare invece che è un poco di buono non lo è (anche se si ha il sospetto che sia in malafede). Pubblicare una recensione dicendo che in un ristorante si mangia male è lecito ma arrivare ad affermare che lì si fregano i clienti è reato.

Il diritto all’oblio

La cronaca, per essere legittima, deve rispettare tre requisiti: la notizia deve essere vera (diversamente, si sconfinerebbe nella diffamazione); la notizia deve essere di interesse pubblico (altrimenti si violerebbe la privacy dei cittadini); la notizia deve essere attuale (altrimenti si lederebbe il diritto all’oblio).

Il diritto all’oblio è il diritto di ogni cittadino – anche quello giudicato colpevole di un reato – ad essere dimenticato dal pubblico, affinché il suo passato non riaffiori sempre come un macigno insopportabile, tale cioè da impedirgli di rifarsi una vita. Del resto, se è vero che la pena deve tendere a rieducare il reo, questi non può scontare una punizione per tutta la sua vita (si pensi a un condannato che, anche dopo il carcere, non riesce più a trovare un lavoro).

La verità delle notizie 

Fanno sempre più spesso discutere le fake news: è il figlio degenere della libertà di espressione specie quando vengono messe in circolazione con malafede. Oggi, non esiste alcuna legge che vieti di creare notizie false. L’unico caso in cui le bufale possono essere punite è quando costituiscono una diffamazione ai danni di una persona o di un’azienda. Dire ad esempio che i vaccini di una determinata casa farmaceutica hanno creato molti morti, senza supportare tale notizia da dati dimostrabili, integra un reato ai danni della società produttrice. Ma affermare che la terra è piatta è lecito, anche se non è vero. 

Del resto, vietare le fake news implica il rischio di un’eccessiva discrezionalità in capo al giudice, che potrebbe risolversi in un bavaglio alla libertà di espressione. Nel punire le bugie si corre il rischio di punire anche chi afferma una propria opinione che, seppur infondata, resta sempre implicita nella libertà di parola. Se una persona dovesse sostenere che esistono chi avrebbe mai la possibilità di smentirle? Insomma, se anche in alcuni casi è facile identificare quando c’è una bufala, le zone grigie sono numerose. Prevedere una limitazione ci avvicinerebbe agli Stati totalitari.

Se la legge non vieta le notizie false pone però il cittadino della condizione di scoprirle quando esse siano il frutto di un potere economico forte. Difatti, l’articolo 21 afferma che se un giornale riceve fonti di finanziamento da qualcuno (un partito politico, una società commerciale, una emittente televisiva, ecc.) deve renderlo noto a tutti. Insomma, i nomi dei finanziatori devono essere noti in modo che il lettore possa comprendere verso quale direzione va l’informazione. 

La libertà di stampa

Connesso al diritto di espressione c’è anche il diritto ad essere informati: come si può pensare di esprimersi liberamente se non ci si può fare un’idea attraverso il dialogo, il confronto e la conoscenza del pensiero altrui? Da qui nasce la libertà di stampa. I padri costituenti ci hanno visto lungo: non si sono limitati a garantire la libertà solo alla stampa tradizionale, ma anche qualsiasi altro mezzo di comunicazione, con ciò includendo quindi anche Internet, i social network e qualsiasi altro strumento presente o futuro.

Sempre dall’articolo 21 si ricava l’abrogazione di qualsiasi forma di autorizzazione preventiva per far nascere una testata giornalistica. È grazie a questa norma che ciascun italiano può oggi aprire un giornale, un blog o un sito senza prima dover chiedere il permesso all’amministrazione. 

Timorosi ancora della censura fascista, i padri costituenti hanno poi posto, all’articolo 21, il divieto di sequestrare una pubblicazione se non per gravi crimini e comunque dietro ordine motivato di un giudice. Ciò può succedere solo quando la stampa lede i valori riconosciuti dalla Costituzione (come la dignità e la reputazione delle persone), il buon costume (inteso come pudore sessuale), la difesa della Patria, il segreto miliare, il segreto di Stato o il segreto giudiziario connesso a delle indagini su cui è necessario mantenere il silenzio per assicurare alla giustizia i malviventi.

Solo eccezionalmente, in casi di assoluta urgenza, le forze dell’ordine possono intervenire autonomamente ed effettuare il sequestro; ma dovranno subito informare la magistratura, che a sua volta, entro 24 ore, dovrà convalidare il provvedimento di sequestro o dichiararlo privo di efficacia. 



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