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Articolo 23 Costituzione italiana: spiegazione e commento

14 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 23 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 23 sul divieto di imporre tasse e altri obblighi se non in forza di una legge?

Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.

Gli obblighi di solidarietà vengono prima dell’interesse individuale

In una formula tanto breve quanto intensa, l’articolo 23 della Costituzione sintetizza l’avversione della Repubblica a qualsiasi forma di schiavitù: fisica o patrimoniale che sia. Solo una legge può imporre ai cittadini di fare (o non fare) qualcosa o di pagare somme allo Stato, riferimento quest’ultimo alle imposte e ai tributi. 

Lo scopo dell’articolo 23 è di evitare che il potere esecutivo o la Pubblica Amministrazione possono porre a carico dei cittadini ed a propria discrezione degli oneri. 

Se una scuola, un ufficio comunale, un ente pubblico dovesse chiedere dei soldi per il rilascio di una prestazione gratuita, il cittadino potrebbe opporsi. «Dove sta scritto?» diciamo sempre quando qualcuno, fosse anche una pubblica autorità, ci chiede del denaro o il compimento di una prestazione non prevista da alcuna legge. Ed è in questa nostra domanda che si sostanzia la presa di coscienza che solo una legge può imporci di fare o pagare qualcosa. 

Dal momento che la libertà personale o il patrimonio dei cittadini possono essere intaccati solo per superiori esigenze della collettività, spetta unicamente al Parlamento il potere di fissare il contenuto di tali sacrifici. 

L’articolo 23 è una delle tante norme della Costituzione che sancisce la prevalenza dell’interesse collettivo su quello individuale. Così, per far fronte alle esigenze dello Stato e della collettività si può attingere dal patrimonio dei cittadini imponendo il versamento delle tasse; per assicurare i colpevoli alla giustizia si può obbligare una persona a rendere testimonianza in un processo; per garantire la sicurezza dei confini nazionali si è previsto, fino a pochi anni fa, il servizio di leva obbligatorio ai giovani di 18 anni. 

Vi sono dunque una serie di attività che vanno compiute nell’interesse collettivo. Si pensi ancora al dovere di aiutare chi si trova in stato di difficoltà, la cui violazione è sanzionabile penalmente a titolo di omissione di soccorso; all’obbligo di prestare aiuto alla vittima di un incidente stradale, pena un’incriminazione per il reato di fuga; all’intervento di soccorso in caso di terremoti o altre calamità naturali; al dovere per alcuni cittadini di esercitare la funzione di giudice popolare se prescelti e sorteggiati. 

Insomma, non siamo isole. Tutto ciò che prendiamo lo dobbiamo ridare e ciò che diamo ci torna indietro prima o poi. 

Il Parlamento ha abbandonato la sua funzione legislativa

Come visto, l’articolo 23 della Costituzione stabilisce che i limiti alla libertà personale e patrimoniale possono essere imposti solo dalla legge. Si tratta di un principio di estrema democrazia: solo il popolo può decidere se obbligarsi o meno, se autolimitare la propria libertà. Un po’ come succede nei condomini dove eventuali vincoli all’utilizzo degli appartamenti privati sono leciti solo se inseriti in un regolamento approvato all’unanimità. Ma poiché l’unanimità, in un Paese che conta svariati milioni di abitanti, è impossibile e inimmaginabile, la democrazia viene offerta dalla «riserva di legge». È il Parlamento, ossia il popolo, a scegliere. 

In generale, quando si parla di legge, ci si riferisce però non solo a quella del Parlamento ma anche ai decreti legge e ai decreti legislativi: i primi adottati dal Governo in casi di urgenza e necessità e poi approvati dal Parlamento; i secondi invece delegati dal Parlamento al Governo medesimo.

Col tempo, la riserva di legge ha subìto un lento e inesorabile declino a causa dell’inerzia di deputati e senatori. I parlamentari, sempre più distratti e meno attivi nei compiti loro affidati dalla Costituzione, si limitano per lo più ad approvare decreti legge o a delegare i decreti legislativi, affidando di fatto ogni potere al Governo e, in particolare, al Presidente del Consiglio dei Ministri. Si pensi che, solo nella 18° legislatura (nel periodo che va dal 23 marzo 2018 al 31 ottobre 2021), delle 213 leggi approvate solo 40 sono di iniziativa parlamentare (meno del 20%).

È vero che, sotto un profilo strettamente sostanziale, non c’è alcuna differenza tra una legge del Parlamento e una del Governo: entrambe sono ugualmente vincolanti e occupano lo stesso posto nella gerarchia delle fonti del diritto. È anche vero che i rappresentati del popolo sono sempre più “politici” e meno tecnici, privi quindi delle competenze necessarie a elaborare un testo normativo. Tuttavia, tale situazione non è accettabile. I parlamentari si sono scrollati di ogni responsabilità circa l’andamento del Paese; così facendo hanno delegato all’esecutivo la funzione legislativa che i padri costituenti invece avevano affidato loro in via principale.

A mettere una toppa a tale situazione ci ha pensato, nel 2000, lo Statuto dei Contribuenti stabilendo che il Governo possa disporre con norme amministrative o con un decreto legge l’istituzione di nuovi tributi. Come non detto: questa norma è rimasta sostanzialmente ignorata dai nostri parlamentari. Oggi, sappiamo infatti che quasi tutta la politica fiscale viene decisa con l’annuale legge di bilancio e con il cosiddetto collegato fiscale, entrambi emanati nella forma del decreto legge. 



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