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Chi deve dimostrare un guasto al contatore della luce?

14 Dicembre 2021 | Autore:
Chi deve dimostrare un guasto al contatore della luce?

Su chi ricade l’onere della prova sull’eventuale malfunzionamento del dispositivo quando arriva una bolletta con un importo eccessivo?

Immagina di ricevere una bolletta della luce di quelle da capogiro. Un importo che probabilmente è più adatto al consumo di un’azienda che non a quello della tua umile casa in cui vivi con moglie e due figli e che tiene accesa la luce quanto una normale famiglia media italiana. Ovviamente, contatti il fornitore e suggerisci che ci sono soltanto due possibilità: o la lettura è stata presa male oppure il contatore non funziona come dovrebbe. Non c’è un’altra possibile spiegazione. La compagnia, però, ti dice che a loro risulta tutto a posto e che, se hai qualcosa da dire in contrario, devi essere tu a fornire la prova. Davvero stanno così le cose? Chi deve dimostrare un guasto al contatore della luce?

La Cassazione ha chiarito questo dubbio con una recente sentenza in cui ha stabilito il ruolo di ciascuno, cioè del consumatore e del somministratore di energia, anche quando il contatore non è di proprietà di quest’ultimo. Può succedere, infatti, che l’azienda con cui si firma il contratto di fornitura compri l’energia elettrica da un altro soggetto, proprietario del contatore, per poi rivenderla all’utente finale. In questo caso, chi deve occuparsi di verificare un eventuale guasto del misuratore dei consumi? Vediamo cosa ha deciso la Suprema Corte e perché.

Contatore della luce: chi è il proprietario?

Il contatore della luce è il dispositivo che misura in chilowatt (kW) i consumi di corrente elettrica in un certo periodo. È anche il punto in cui fisicamente avviene la consegna dell’energia elettrica all’utente.

L’apparecchio appartiene al distributore locale, cioè alla società che materialmente si occupa di fare arrivare l’energia al domicilio del consumatore e che è anche responsabile dell’installazione, della manutenzione e degli interventi di emergenza nel suo territorio di competenza.

Il distributore non va confuso con il fornitore o venditore, cioè con il soggetto con cui viene firmato il contratto per avere la luce in casa e al quale vengono pagate le bollette.

Contatore della luce: dove si trova?

Il contatore della luce può trovarsi all’esterno o all’interno dell’abitazione. Se viene installato fuori, è possibile che venga collocato:

  • sul pianerottolo delle scale, dentro un apposito armadietto;
  • in un vano comune del condominio ubicato nel sottoscala o in un locale tecnico;
  • al confine della proprietà (chiuso a chiave in un vano ricavato in un muretto o nella parete esterna).

All’interno dell’abitazione, invece, potrebbe essere posto:

  • in un balcone;
  • in garage;
  • in cantina;
  • all’ingresso dell’appartamento.

In ogni caso, e per motivi di sicurezza, l’installazione del contatore deve rispettare la normativa UNI CIG 9036.

Contatore della luce: ogni quanto viene rilevata la lettura?

Se l’utente ha un contatore della luce tradizionale o elettronico ma non ancora attivato per la rilevazione di consumi a fasce orarie, ci deve essere un tentativo di lettura da parte del distributore almeno:

  • una volta ogni 4 mesi per i clienti con potenza disponibile fino a 16,5 kW (si tratta della stragrande maggioranza delle utenze domestiche);
  • una volta al mese per chi ha una potenza disponibile superiore a 16,5 kW.

«Tentativo» perché, come abbiamo visto poco fa, il dispositivo potrebbe trovarsi all’interno dell’abitazione o, comunque, in una proprietà privata, il che presuppone la presenza in casa dell’utente. Pertanto, se ci sono almeno due tentativi falliti consecutivi, ne è previsto un terzo, magari in una fascia oraria diversa rispetto a quelle precedenti.

Se, invece, il contatore è già stato attivato per la rilevazione dei consumi per fasce orarie, il distributore deve obbligatoriamente effettuare la lettura ogni mese, includendo – se consentito dall’apparecchio – i dati di potenza attiva massima mensile prelevata su base quarto d’ora, in corrispondenza di ogni registro totalizzatore.

Contatore della luce: chi deve dimostrare un guasto?

Quanto sopra esposto ci porta alla domanda di fondo: chi deve dimostrare che c’è un guasto al contatore della luce quando arriva una bolletta sproporzionata?

Abbiamo visto che per avere la corrente elettrica in casa sono necessari due soggetti:

  • il distributore, che installa un contatore di sua proprietà e si occupa di far arrivare la corrente nell’abitazione e della manutenzione ordinaria e straordinaria dell’apparecchio;
  • il fornitore, che si occupa di vendere al consumatore l’energia elettrica e che incassa gli importi delle bollette per i consumi effettuati. Può coincidere o non coincidere con il distributore.

Una recente sentenza della Cassazione [1] ha ribadito che, in caso di un consumo troppo elevato che possa far presumere un guasto al contatore della luce, l’onere della prova ricade sul somministrante, cioè sul fornitore, sul soggetto che vende l’energia elettrica e al quale vengono pagati i consumi. E ciò vale anche quando il contatore non è di sua proprietà, cioè quando fornitore e distributore non sono lo stesso soggetto.

Un esempio sulla base del caso trattato dalla Cassazione (la cui sentenza trovi in fondo a questo articolo) può servire a capire meglio come si arriva a questa conclusione.

Immagina di avere ricevuto una bolletta della luce in cui ti si chiede di pagare un importo troppo elevato per i tuoi consumi abituali. Ti rivolgi, naturalmente, al fornitore e non al distributore (abbiamo visto prima la differenza) per chiedere delle spiegazioni in merito e avanzi l’ipotesi di un guasto al contatore. Ti senti rispondere che al venditore non risulta un malfunzionamento della misurazione dei consumi, che il contatore non è di sua proprietà e, quindi, non spetta a lui effettuare la lettura e che, eventualmente, tocca a te provare che il dispositivo sia guasto.

Secondo la Suprema Corte, invece, è proprio il venditore a dover dimostrare che il contatore funziona regolarmente. I giudici di legittimità ritengono, infatti, che il somministrante, cioè il fornitore, si avvale della prestazione del proprietario del contatore, a cui chiede la lettura per fatturare i consumi. In altre parole, chi vende l’energia elettrica, comprandola a sua volta da un altro soggetto, riceve da questi le informazioni sui consumi e, pertanto, ha l’onere di pretendere dal proprietario del contatore la dimostrazione che la lettura è stata effettuata in modo corretto.

Ciò significa che il venditore non può pretendere dal consumatore la prova sul malfunzionamento del contatore ma deve chiedere delle spiegazioni al distributore per poi sostenere le sue ragioni e dimostrare che la lettura ed il calcolo dei consumi sono stati regolari.


note

[1] Cass. sent. n. 39265/2021 del 10.12.2021.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 10 dicembre 2021, n. 39265

Presidente Cirillo – Relatore Cricenti

Ritenuto che:

1.- La società R.G. srl ha somministrato energia elettrica alla società I.C. srl, acquistandola a sua volta da A..

Con decreto ingiuntivo 865/ 17, ottenuto dal Tribunale di Pescara, la R.G. srl ha preteso il pagamento di 65.503, 51 Euro per consumi di energia elettrica, che la I. srl ha contestato, facendo presente che i consumi erano anomali rispetto ai periodi precedenti e che probabilmente ciò era dovuto ad un malfunzionamento del contatore.

Per contro, la R.G. srl, che faceva affidamento sulla lettura del contatore da parte di A., ha depositato una mail proveniente da un terzo che, comprata l’energia da A., la rivendeva alla R.G., e nella quale si attestava l’ammontare dei consumi effettuati.

  1. – Il Tribunale ha confermato il decreto ingiuntivo opposto, riconoscendo provato l’ammontare dei consumi, mentre la Corte di Appello di l’Aquila ha riformato integralmente la decisione di primo grado, ritenendo che, a fronte della contestazione circa il funzionamento del contatore, era onere del somministrante provare che invece funzionava; ed inoltre ha ritenuto inutilizzabile la mail che attestava i consumi, in quanto proveniente da un terzo.

3.-Il ricorso è basato su quattro motivi. V’è controricorso di I. srl che deposita memorie.

Considerato che:

5.- I primi due motivi contestano la ratio della decisione impugnata relativa alla prova del funzionamento del contatore: la Corte di secondo grado ha ritenuto che spettasse al somministrante e che costui non l’aveva fornita.

Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 2967 c.c. e dell’art. 81 c.p.c..

La tesi della società ricorrente è che la regola per la quale, una volta che il consumatore abbia contestato il funzionamento del contatore, spetta al somministrante dimostrare che invece funzionava, regola che la corte di merito ricava da un orientamento di questa Corte, vale solo nel caso in cui è il somministrante ad accedere al contatore: invece, nella fattispecie, il contatore era di A. e non della ricorrente che, di conseguenza non poteva dimostrarne il corretto funzionamento.

Con il secondo motivo si denuncia invece omesso esame di un fatto controverso e rilevante, ossia si contesta alla Corte di Appello di avere applicato la regola sull’onere probatorio, solo in parte, omettendo di tenere in considerazione che quella stessa regola prevede che, se è vero che compete al somministrante dimostrare che il contatore funziona, compete invece all’acquirente dell’energia, nella cui sfera il contatore è situato, di dimostrare che gli scatti non gli sono comunque addebitabili ma che sono dovuti ad una utilizzazione esterna da lui non autorizzata.

Questi motivi sono infondati.

Intanto, non è senza rilievo osservare che la ricorrente pone una questione, quella della impossibilità di verificare il funzionamento del contatore, in quanto nella disponibilità di altro soggetto (A.), che non risulta essere stata sottoposta alla Corte di Appello proprio in questi termini: nel ricorso la società non ne dà dimostrazione, non indica in che termini ha posto la questione. Mentre dalla sentenza impugnata risulta che sarebbe stata introdotta una questione simile: il contatore non poteva essere letto non perché non fosse nella disponibilità della R.G., ma perché, per come era costruito o montato, si azzerava annualmente.

Il che incide ovviamente sulla ammissibilità del motivo.

Ad ogni modo, il primo motivo è infondato. Lo è nella misura in cui postula che la regola per cui è il somministrante a dover dimostrare il corretto funzionamento del contatore non vale quando il somministrante non ha la disponibilità dello strumento, che appartiene ad altri.

Questa tesi non tiene conto del fatto che il somministrante si avvale anche in questo caso della prestazione del titolare del contatore, a cui chiede la lettura ai fini della fatturazione.

Chi vende l’energia elettrica, comprandola a sua volta da altro soggetto, riceve da costui le informazioni sui consumi, e di conseguenza ha l’onere di pretendere dal dante causa, eventualmente con chiamata in causa, la dimostrazione che quei consumi sono correttamente calcolati.

In sostanza, la regola di questa Corte (Sez. 3. 18195/ 2021; Sez. 3, 19154/ 2018; Sez. Sez. 3, 30290/ 2017; Sez. 3, 12003/ 2017) è che grava sul somministrante la prova che il contatore funzionava e va intesa nel senso che tale onere sussiste anche se il contatore è di proprietà altrui, in quanto ciò non impedisce al somministrante di dare la prova richiesta, ben potendo costui richiederla al proprio dante causa, ossia a colui da cui compra l’energia da somministrare a terzi.

Senza tacere del fatto che il cliente finale non ha alcun rapporto, giuridicamente rilevante, con il fornitore prI.io (nel caso, A.), nè con costui ha un rapporto di fatto qualificato che possa comportare l’obbligo di richiedere informazioni o il diritto di riceverne.

Il secondo motivo è formulato come omesso esame di una prova, rectius di un fatto, ma in realtà contesta alla Corte di merito l’erronea applicazione della giurisprudenza di questa Corte: la quale è nel senso che, fermo restando l’onere in capo al somministrante di dimostrare il funzionamento del contatore, “in ogni caso, l’utente è ammesso a provare che non gli sono addebitabili gli scatti risultanti dalla corretta lettura del contatore funzionante, ma a tale scopo dovrà allegare circostanze che univocamente autorizzino a presumere una utilizzazione esterna della linea nel periodo al quale gli addebiti si riferiscono, consentendo di escludere che soggetti diversi dal titolare dell’utenza, ma in grado di accedere ad essa, ne abbiano fatto uso per ragioni ricollegabili ad un difetto di vigilanza da parte dell’intestatario, ovvero alla mancata adozione di possibili cautele da parte del medesimo” (Sez. 3, 30290/ 2017).

Ovviamente una simile prova è alternativa a quella del funzionamento del contatore, nel senso che, anche ove quest’ultima sia fornita, il consumatore può comunque dimostrare che gli scatti non gli sono addebitabili per fatto a lui non imputabile.

Si tratta, cioè, di una prova che mira ad evitare l’addebito nel caso in cui il somministrante abbia comunque dimostrato che il contatore funziona, e mira a fornire una spiegazione alternativa della eccessività dei consumi.

7.-Il quarto motivo, che va, per ordine logico, esaminato prima del terzo, denuncia vizio di “parziale esame di una prova decisiva”.

La Corte di Appello aveva ritenuto irrilevante, non utilizzabile, la mail che attestava i consumi, prodotta in giudizio dalla ricorrente, in quanto atto proveniente da un terzo, tale società Alperia Energy (p. 5) che comprava l’energia da A. e la vendeva alla ricorrente.

Sostiene quest’ultima che la Corte di Appello ha disatteso la regola per cui anche una pec può costituire prova, e dunque non ha tenuto conto di una prova dei consumi fatturati.

Il motivo è inammissibile: non coglie la ratio della decisione impugnata, che non nega valore probatorio alle mail, ma si limita ad osservare che quella prodotta in giudizio è formata da un terzo soggetto, estraneo alla causa, e mai portata a conoscenza dell’utente; inoltre, secondo la Corte di merito, quel documento è incompleto nel suo contenuto, in quanto riassume i consumi ma non fa riferimento ai dati del contatore.

Cosi che l’atto, ed il fatto a cui esso si riferisce, sono di certo oggetto di valutazione da parte della Corte, ma in un senso affatto diverso da quello censurato

8.-11 terzo motivo assume violazione dell’art. 92 c.p.c..

Secondo la ricorrente la Corte di merito avrebbe dovuto liquidare le spese non in base al valore della controversia in sé, ma in base al valore minimo: questo criterio avrebbe dovuto comportare liquidazione di una somma minore, in quanto la somma richiesta dall’attore era di 406 Euro per esporsi e 1700 per compensi.

Il motivo è infondato.

È principio di diritto che: “L’art. 6, comma 1, quarto periodo, della tariffa forense, approvata con D.M. n. 55 del 2014, secondo cui, nei giudizi civili per pagamento di somme di denaro, la liquidazione degli onorari a carico del soccombente deve effettuarsi avendo riguardo alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata, si riferisce all’accoglimento, anche parziale, della domanda medesima, laddove, nell’ipotesi di rigetto di questa (cui deve assimilarsi ogni altra ipotesi di diniego della pronuncia di merito), il valore della controversia è quello corrispondente alla somma domandata dall’attore” (Cass. 15857/ 2019).

P.Q.M.

La Corte rigetta. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, nella misura di 6000,00 Euro, oltre 200,00 Euro per spese generali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.


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