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Mobilità interna e potere discrezionale della PA

1 Gennaio 2022
Mobilità interna e potere discrezionale della PA

Ho richiesto una mobilità interna per passare dall’ufficio tecnico all’ufficio comunicazione del mio Ente. Nessuno ha dato risposta. Vorrei allontanarmi da questo ambiente che oramai per me è deleterio. Mi chiedevo come posso muovermi, se la mia amministrazione si sta comportando in maniera corretta nei miei confronti e come posso sbloccare questa situazione?

Nel Suo caso, ci ritroviamo dinanzi ad una richiesta di mobilità volontaria. Questa tipologia di mobilità è prevista per soddisfare le esigenze del lavoratore, a differenza della mobilità interna, richiesta dalla pubblica amministrazione.

In quest’ultimo caso, la PA può procedere, ma deve assicurare la continuità giuridica del rapporto e il mantenimento del trattamento economico e, prima di procedere, deve comparare tutti i lavoratori che possiedano un profilo professionale tra di loro fungibile.

Nella mobilità volontaria, com’è nel Suo caso, occorre presentare un’istanza sia all’amministrazione in uscita sia all’amministrazione in entrata e ottenere un nulla osta delle due entità (in entrata e in uscita).

Nella fattispecie, ci troviamo dinanzi ad un nulla osta condizionato che, per mancanza di lavoratori fungibili in graduatoria ha portato il dirigente a procedere, di sua sponte, ad una richiesta di mobilità interna, che però non ha sortito alcun frutto.

Fatta questa ricostruzione, occorre precisare che il legislatore, in questi casi, mette sul piatto della bilancia due diritti: quello del lavoratore al trasferimento presso altro luogo più confacente, e quello dell’amministrazione di non subire improvvise carenze di personale.

Pertanto, come il lavoratore ha il diritto di rifiutare destinazioni a lui non gradite, dall’altro il datore di lavoro ha la discrezionalità di rifiutare il trasferimento del lavoratore se ne deriva un pregiudizio all’organizzazione interna. Il tutto passa da un’adeguata giustificazione.

Pertanto, il mio consiglio è quello di fare istanza, a firma di un legale, dove sollecitare il riscontro alla Sua richiesta. Questo provocherà, sicuramente, un effetto deterrente per il dirigente e il di lui preposto, che saranno costretti a rispondere, onde evitare un’azione legale, relativa al fatto che la PA non ha riscontrato, né giustificato il mancato trasferimento. Stesso discorso varrà nel caso in cui la PA dovesse negare il trasferimento motivandolo genericamente. Qui, si potrebbe pretendere di ottenere la prova dell’inesistenza di altri lavoratori da adibire, attraverso la produzione di una pianta organica del personale.

Insomma, le azioni a disposizione ci sono, ma verificando la mancata volontà della PA di collaborare, sarebbe auspicabile l’intervento di un legale.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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