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Pubblicazione nomi e dati su internet: il risarcimento non è automatico

16 Luglio 2014
Pubblicazione nomi e dati su internet: il risarcimento non è automatico

Privacy, stretta sui risarcimenti da parte della pubblica amministrazione: la pubblicazione online dei redditi degli studenti non costituisce in automatico una lesione.

Sentenza discutibile e, certamente, controversa quella depositata ieri dalla Cassazione [1]: secondo la Suprema Corte, la pubblicazione su internet, da parte di una pubblica amministrazione, dei dati personali dei cittadini (come i relativi redditi, il codice fiscale e il percorso universitario) non dà immediatamente diritto al risarcimento del danno. Insomma: la lesione della privacy non è sempre indennizzabile. Perché scatti il diritto è necessario verificare la gravità della lesione e la serietà del pregiudizio subìto.

La vicenda

Nel caso di specie, l’Università Roma tre era stata citata in giudizio da alcuni specializzandi che ritenevano il loro diritto alla riservatezza leso dalla pubblicazione su internet dei loro dati personali. Notizie – che andavano dalle generalità alle attività di studio, dal codice fiscale alla posizione lavorativa e ai redditi di lavoro – alle quali era possibile avere accesso non solo attraverso il file excel con l’indirizzo dell’Università ma anche passando per Google, inserendo semplicemente il loro nome e il cognome. Una griglia di 3.724 specializzati e specializzandi messi, a loro avviso, impropriamente in “vetrina”. La pubblicità data alle informazioni che li riguardavano aveva provocato loro un patema d’animo per un possibile furto di identità e “un disagio conseguente alla propria indiscriminata esposizione personale anche di carattere economico”.

È sufficiente questa “messa in mostra” dei dati personali per giustificare il risarcimento del danno non patrimoniale?

Secondo la Cassazione, no! I Supremi giudici ricordano, infatti, che la provenienza dei dati dai pubblici registri rende non necessario il consenso del soggetti coinvolti, ma non esonera dal rispetto del Codice della privacy.

Tuttavia – si legge in sentenza – il risarcimento non spetta in modo automatico e solo per il fatto che vi sia stata la violazione del diritto. In altre parole, anche se lo studente può chiedere l’oscuramento dei propri dati, non è detto che possa anche ottenere la liquidazione del risarcimento, a meno che egli non dimostri di aver subito un danno grave e serio.

Spetta, infatti, al giudice valutare caso per caso, se l’offesa supera la soglia minima di tollerabilità.

Sul piatto della bilancia vanno la gravità della lesione e la serietà del danno causato con l’ingerenza nella privacy, dall’altra va il principio della tolleranza che è il punto di mediazione tra il diritto del singolo e il costo che ciascuno deve pagare per vivere un’esistenza collettiva.

Il giudice nel decidere dovrà avere un occhio attento alla vicenda concreta e al contesto temporale e sociale in cui è maturata.


note

[1] Cass. sent. n. 16133/14 del 15.07.2014.

Autore immagine: 123rf com


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