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Che succede se si viola il copyright di un software?

15 Dicembre 2021
Che succede se si viola il copyright di un software?

Contraffazione: si può copiare un gioco o un programma o si commette reato?

La legge sul diritto d’autore (art. 171-bis) configura un reato a carico di chi copia software ideati da altri. La pena è costituita dalla reclusione da sei mesi a tre anni e dalla multa da euro 2.582 a euro 15.493. Tuttavia, sul concetto di copia (il cosiddetto plagio) si fa spesso confusione. Anche se potrà apparire strano a chi non mastica l’argomento, ciò che la legge tutela è solo il codice sorgente e non anche l’idea. A chiarire questi concetti è una recente sentenza della Cassazione [1] che risponde a un quesito piuttosto frequente: che succede se si viola il copyright di un software? O, altrimenti detto, cosa rischia chi copia un programma, un gioco o un’altra applicazione creata da un’altra persona?

Partiamo subito col dire che, nella gran parte dei casi, il software viene equiparato a un’opera della letteratura e non a un’invenzione. Esso è quindi tutelato dal diritto d’autore e non dalla normativa sui brevetti. E come tutte le opere letterarie, di esso la legge protegge l’esposizione formale, l’ordine formale delle parole (o dei calcoli matematici in questo caso), non anche l’idea di base. Si potrebbe copiare la trama di un libro senza violare il cosiddetto copyright a patto di farne una parafrasi, ossia di cambiare le frasi. Lo stesso concetto vale per i software. 

Dunque, chiarisce la Cassazione, non è illecito creare un software partendo dal codice sorgente realizzato da altri e, pertanto, avente funzionalità simili o uguali a quelle del concorrente: l’importante è che il codice sorgente sia nuovo e originale, non sia cioè la mera trasposizione di quello oggetto di plagio.

Dunque, la duplicazione del programma o del gioco è lecita anche se il nuovo software è «sostanzialmente simile nella sua forma espressiva» al precedente purché sia nuovo, originale e non sovrapponibile a quello originario. Solo entro questi termini non costituisce illecito la creazione di un software realizzato a partire dal codice sorgente di un altro programmatore.

Attenzione però: il reato, nel caso di duplicazione del codice sorgente, scatta solo se c’è un lucro, ossia uno scopo economico da parte dell’autore del plagio. Chi esegue l’attività di copia senza scopo di lucro, pur violando il copyright altrui, non commette illecito penale ma solo amministrativo. 

Il principio non è nuovo. Secondo il tribunale di Milano [2], non viola il diritto d’autore sul programma per elaboratore il concorrente che – senza avere avuto accesso al relativo codice sorgente – abbia osservato e sperimentato tale programma per riprodurne le funzionalità, in quanto ammettere che la funzionalità di un programma per elaboratore possa essere tutelata equivarrebbe ad offrire la possibilità di monopolizzare le idee, a scapito del progresso tecnico e dello sviluppo industriale. Le idee sono libere, non possono essere soggette al copyright: se così fosse, non potremmo sviluppare mai il pensiero altrui che invece è alla base dell’evoluzione della stessa umanità.

Sempre secondo la Cassazione [3], configura l’ipotesi di plagio parziale di software l’adattamento e la trasformazione di un programma al fine della sua utilizzazione nella versione più aggiornata di un elaboratore.

Ai fini dell’applicazione del reato previsto dalla legge sul diritto d’autore a tutela del “software”, è necessario che vi sia stata una duplicazione, vale a dire alla realizzazione di una copia identica (pur comprendendosi in tale identità anche eventuali variazioni introdotte al solo fine di nascondere il plagio). «Duplicare» è infatti un termine più rigoroso che «copiare» o effettuare un “reverse engineering” fuori dai casi e dai modi consentiti. La semplice copia delle specifiche funzionali non concretizza un reato quando il programmatore sviluppi in modo diverso ed autonomo dette specifiche funzionali creando un software diverso per codifica e concezione [4].

La protezione del diritto d’autore riguardante programmi per elaboratori (il “software”, che rappresenta la sostanza creativa dei programmi informatici), così come succede per qualsiasi altra opera dell’ingegno, richiede che essa sia originale. È necessario pertanto stabilire se il programma sia o meno frutto di un’elaborazione creativa e originale rispetto ad opere precedenti. Tuttavia, la creatività e l’originalità sussistono anche quando l’opera sia composta da idee e nozioni semplici, comprese nel patrimonio intellettuale di persone aventi esperienza nella materia propria dell’opera stessa, purché formulate ed organizzate in modo personale ed autonomo rispetto alle precedenti. 


note

[1] Cass. sent. n. 20250 del 15.07.2021.

[2] Trib. Milano, sez. specializzata impresa, sent. del 13.12.2019.

[3] Cass. sent. n. 13937/1999.

[4] Pret. Modena, sent. 15.06.1999.


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