Diritto e Fisco | Articoli

Articolo 22 Costituzione italiana: spiegazione e commento

16 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 22 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 22 sulla capacità giuridica, sul diritto al nome e alla cittadinanza. 

Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

Perché l’articolo 22?

Non si può comprendere il significato dell’articolo 22 della Costituzione se non lo si mette in relazione all’esperienza da cui l’Italia era appena uscita quando esso fu scritto. Nel famoso Ventennio fascista furono emanate le leggi razziali, in accordo con il Governo tedesco di Adolf Hitler, che cancellarono nei confronti degli ebrei e degli zingari – ritenuti “razza inferiore” – tutti i diritti fondamentali come la proprietà, il lavoro, lo studio, la stessa libertà di movimento. Insieme ad essi furono deportati dei campi di concentramento e brutalmente uccisi anche gli oppositori del regime. 

Le leggi fasciste imposero tra l’altro anche l’italianizzazione dei cognomi originari a chi apparteneva alle minoranze linguistiche. Di qui la forte reazione dei padri costituenti che vollero impedire il ripetersi degli stessi avvenimenti. Ecco perché l’articolo 22 stabilisce che nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza e del nome. Che detto in parole povere è un anatema: che nessuno limiti i diritti fondamentali di ogni uomo, sia questi un cittadino italiano, uno straniero o un apolide; che nessuno gli tolga l’identità personale ossia gli imponga un nome diverso da quello deciso dai suoi genitori quando è nato; che nessuno possa privarlo delle prerogative che, in quanto cittadino italiano, gli spettano nei confronti dello Stato. E questo non vale solo per le persone fisiche ma anche per quelle giuridiche ossia società, enti, associazioni. 

L’articolo 22 contiene in sé, dunque, un’ulteriore affermazione del principio di libertà e del divieto di discriminazioni. Ce n’era davvero bisogno? Non bastava già l’articolo 3? La verità è che quando si ha una gran sete, si finisce per bere a dismisura, per ingozzarsi anche oltre il necessario. E i nostri padri costituenti avevano sete di libertà, uguaglianza e solidarietà. I tre valori, del resto, che hanno ispirato tutte le rivoluzioni popolari contro i regimi, a partire dalla rivoluzione francese. 

Analizzando più nel dettaglio l’articolo 22, vengono citati tre diritti che racchiudono in sé numerose implicazioni pratiche:

  • capacità giuridica;
  • cittadinanza;
  • nome.

Li tratteremo qui di seguito con maggiore attenzione e precisione. 

La capacità giuridica

La capacità giuridica è il presupposto che la legge richiede ad ogni persona per essere titolare di diritti e doveri. Per avere la capacità giuridica non è necessario compiere alcuna formalità: basta nascere, staccarsi cioè dal grembo materno. Per una volta tanto, la burocrazia si mette da parte: l’uomo è tale non per riconoscimento dello Stato ma per volere della natura.

È proprio nel momento in cui veniamo al mondo, dunque, che acquisiamo automaticamente diritti e doveri. Proprio come l’ombra che spunta non appena ci si mette dinanzi a una fonte di luce. E la luce, in questo caso, è l’ordinamento che ci consente, ad esempio, di ricevere in donazione una casa o dei soldi; ci riconosce il diritto ad essere mantenuti dai genitori fino a quando non diventiamo economicamente autonomi o di ottenere un’assistenza sanitaria gratuita; di ricevere uno stipendio proporzionato al lavoro svolto o di poter viaggiare e muoverci liberamente. 

Gli esseri inanimati e gli animali non possono avere la capacità giuridica. Non si può intestare un terreno a un albero o lasciare la propria eredità a un gatto. 

La capacità giuridica cessa poi con la morte.

In via d’eccezione, la legge consente di lasciare un bene in eredità o in donazione a un bambino che è già nel grembo della madre (il cosiddetto nascituro concepito), pur non avendo ancora questi acquisito la piena capacità giuridica. 

Non bisogna confondere la capacità giuridica con la capacità di agire che è invece la possibilità di impegnarsi firmando atti o contratti. La capacità di agire si acquista con la maggiore età. Solo a partire da 18 anni si può comprare una casa (ma la si può ricevere in donazione anche prima) o si può essere costretti a pagare un risarcimento per un atto illecito commesso.

Eccezionalmente, si risponde dei reati già a partire da 14 anni se il giudice ritiene il minorenne in grado di intendere e volere; tuttavia, il risarcimento conseguente ai danni ricade ancora sui genitori per non aver saputo vigilare e impartire una corretta educazione al figlio. 

Fino a 13 anni, il minore non ha alcuna responsabilità penale né tantomeno la hanno suo padre e sua madre.

Il diritto al nome

Ogni persona ha diritto al nome che gli viene attribuito dai genitori. Questo precetto viene sancito sia dall’articolo 22 della Costituzione che dall’articolo 6 del Codice civile. Quando si parla di nome si intende sia il cognome che il prenome (ossia ciò che, in senso stretto, chiamiamo comunemente «nome»: ad esempio, Mario, Maria, Mariano, Mariella).

Non appena nato, il bambino riceve automaticamente il cognome del padre. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima tale previsione normativa, consentendo ai genitori, se c’è tra di loro un accordo, di far seguire al cognome paterno anche quello materno. 

Il nome, invece, viene scelto di comune accordo dai genitori. In caso di contrasto, è il Tribunale dei Minorenni che decide al posto loro. Il giudice tenterà di proporre la soluzione che ritiene più conforme all’interesse della famiglia e del bambino. Se, nonostante un tentativo di componimento tra le parti queste non dovessero mettersi d’accordo, il giudice stabilisce che il nome sarà scelto dal genitore ritenuto più idoneo alla cura dell’interesse del figlio. 

I genitori sono liberi di dare al proprio figlio il nome che vogliono ma con alcune limitazioni. In particolare, è vietato dare al bambino:

  • lo stesso nome del padre, se ancora in vita, neanche anteponendo ad esso il nome Junior o Jr. Si potrebbe, però, aggiungere al primo nome un secondo: per esempio, se la madre si chiama Rosa, la figlia potrebbe chiamarsi Rosa Lisa;
  • lo stesso nome di un fratello o di una sorella viventi se dello stesso sesso. Per cui se la sorella si chiama Francesca, il fratello non può chiamarsi Francesco;
  • un cognome come nome. Non si può chiamare un bambino Neri Bianchi, magari in omaggio alla squadra del cuore;
  • nomi di un sesso diverso. È vietato, quindi, dare un nome di donna ad un maschietto e viceversa. La Cassazione ha però ritenuto legittimo chiamare Andrea una femminuccia. È possibile dare ad un bambino, quale secondo nome, il nome “Maria”: per esempio, Giovanni Maria;
  • nomi ridicoli o vergognosi. A riguardo, ci si rimette al buon senso dei genitori. Certo, chi voglia chiamare il proprio bambino Dario o la bambina Dina, avendo come cognome “Lampa”, non farebbe certo un regalo al neonato. Stessa cosa per Perla Pace, Tromba Daria, Bigo Dino, Licenziato Assunto.

In tali casi, l’ufficiale di stato civile non può più rifiutarsi di assegnare il nome richiesto dai coniugi, ma, qualora ritenga che esso sia ridicolo o offensivo, deve subito segnalarlo al Procuratore della Repubblica. Quest’ultimo, se lo ritiene, può rettificare il nome sostituendolo con un altro con un apposito giudizio di rettifica.

Si racconta, a riguardo, del caso di una coppia di genitori che voleva a tutti i costi chiamare il proprio pargolo Venerdì. Intervenne il giudice e gli impose il nome Gregorio (il patrono del suo giorno di nascita).

È possibile dare un massimo di tre nomi non separati da virgola, che per legge vengono considerati come nome singolo. Per esempio, se si decide di chiamare il proprio figlio Diego Armando Maradona, senza virgola, il suo nome sarà Diego Armando. Viceversa, se si decide di inserire la virgola tra Diego e Armando, il bambino da grande potrà firmarsi semplicemente Diego.

La legge consente di cambiare nome e anche cognome, ma affinché questo avvenga, deve sussistere, come presupposto, una motivazione di rilevanza oggettiva e di carattere eccezionale.

Tuttavia, la giurisprudenza è generosa nel vagliare le possibili ragioni che possono spingere una persona a cambiare nome: infatti, tale procedura, in realtà, è negata soltanto nel momento in cui vi è un interesse pubblico talmente rilevante da prevalere sull’interesse del privato a cambiare nome.

Per cambiare nome, ci si deve recare presso gli uffici della prefettura di appartenenza (della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione si trova l’atto di nascita) e richiedere la documentazione da compilare, inserendo le ragioni che supportano la richiesta e le modifiche che si intendono attuare al nome.

L’istanza, sarà poi valutata dal Prefetto il quale vaglierà le motivazioni addotte e deciderà se accogliere o meno la richiesta di cambio nome.

Se il Prefetto accoglie la richiesta di cambio nome, viene autorizzata la pubblicazione di un riassunto della domanda, questa sarà affissa per 30 giorni nel Comune di nascita o in quello di residenza. In mancanza di opposizioni, si dà avviso che è stata eseguita tutta la procedura (e non sono state fatte opposizioni) e se corretta, viene emanato un decreto del ministero degli Interni, che ne darà poi notifica al colui che ha chiesto il cambio nome.

Il diritto al nome viene tutelato in vario modo. Ad esempio, il Codice penale prevede il reato di sostituzione di persona se qualcuno usa indebitamente il nome altrui, sostituendosi a questi per danneggiarlo o ricavarne un profitto. È frequente il caso del furto d’identità sui social network.

Il diritto al nome si estende anche al diritto all’identità personale: non si possono attribuire a un soggetto fatti a lui non riconducibili. Così, se una persona è stata assolta da un’indagine penale, bisognerà diffondere la notizia con gli stessi canali con cui era stata prima pubblicata l’apertura dell’inchiesta.

La cittadinanza 

La cittadinanza costituisce quel rapporto che lega la persona ad uno Stato. Per effetto di essa si diviene titolari di diritti civili, politici, economici e sociali, divenendo componente del popolo di quello Stato, cioè cittadino.

In Italia, vige lo ius sanguinis (dal latino “diritto di sangue”), perché si basa sulla discendenza o filiazione. Quindi, è cittadino italiano innanzitutto chi nasce da padre o madre italiano. 

Alcuni Paesi adottano invece il principio dello ius soli (dal latino diritto del suolo) che consente di ottenere la cittadinanza di un Paese per il semplice fatto di essere nati all’interno di tale territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori (che potrebbero essere anche stranieri).

In Italia, la cittadinanza iure soli è riconosciuta solo in tre casi: 

  • a chi nasce, nel nostro territorio, da genitori ignoti o apolidi (ossia privi di cittadinanza);
  • al figlio di ignoti trovato nel territorio italiano se privo di altra cittadinanza; 
  • al figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono. 

Lo ius soli è applicato in quasi tutti i Paesi del continente americano; in Europa, invece, è riconosciuto da Francia, Germania, Regno Unito anche se con varie sfumature. Sullo ius soli si è aperto un ampio dibattito all’interno della nostra politica che, tuttavia, ad oggi non ha portato ad alcuna riforma. Riforma tuttavia sentita da alcune parti per via dell’ormai sempre più forte presenza sul territorio italiano di soggetti stranieri.

La cittadinanza italiana si può ottenere anche per estensione (ossia con passaggio da un familiare all’altro); il che succede ad esempio quando un minore straniero viene adottato da un cittadino italiano oppure quando il coniuge straniero di un cittadino italiano, dopo il matrimonio, risiede legalmente da almeno due anni in Italia; oppure dopo tre anni dalla data del matrimonio se residente all’estero. 

La cittadinanza si può acquisire anche per beneficio di legge. Ciò succede nel caso dello straniero, figlio o nipote di almeno un cittadino italiano, se presta servizio militare per l’Italia, se assume un pubblico impiego alle dipendenze dello Stato o se, dopo 18 anni, risiede legalmente da almeno due anni in Italia. Ed è anche il caso dello straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al compimento di 18 anni.

Infine, la cittadinanza si può ottenere per naturalizzazione che si verifica quando lo straniero fa richiesta di diventare cittadino italiano e dimostri di risiedere all’interno del territorio italiano per un determinato periodo di tempo (diverso a seconda che provenga dall’Ue o da altro Stato). Deve poi essere a conoscenza della lingua italiana e, malgrado non espressamente previsto da una legge, deve dimostrare di avere un reddito adeguato per sostenere se stesso e la propria famiglia. 

Il Presidente della Repubblica può concedere la cittadinanza allo straniero che abbia reso eminenti servizi allo Stato. È stato il caso di due ragazzini, Rami e Adam, egiziano il primo e marocchino il secondo, che hanno dato l’allarme ai Carabinieri mentre erano a bordo del bus dirottato a San Donato Milanese, riuscendo così con coraggio a sventare l’attentato.  

Non dimentichiamo infine che il cittadino di un Paese che fa parte dell’Unione Europea, oltre alla cittadinanza del proprio Stato d’origine, acquisisce anche la cittadinanza europea. Pertanto, tutti i cittadini italiani sono anche cittadini europei, il che ci attribuisce tutti i diritti correlati ai trattati stretti con gli altri Stati membri (ad esempio, il diritto di libera circolazione e di soggiorno nei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea; il diritto di votare o essere eletti nel Parlamento europeo come rappresentanti dello Stato italiano; il diritto di presentare delle petizioni al Parlamento europeo, di rivolgerci alle istituzioni dell’Unione come la Corte di Giustizia Europea.



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube