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Dimissioni: il datore di lavoro può rifiutarle?

8 Aprile 2022 | Autore:
Dimissioni: il datore di lavoro può rifiutarle?

Dimissioni volontarie, per giusta causa, patto di stabilità: in quali casi l’azienda può opporsi alla volontà del dipendente di recedere dal rapporto?

Nella generalità dei casi, il lavoratore dipendente può dimettersi liberamente, cioè recedere unilateralmente dal rapporto di lavoro, senza particolari motivi o vincoli, a meno che il contratto collettivo o il contratto di lavoro individuale non dispongano diversamente, nel rispetto del periodo di preavviso. Ma il datore di lavoro può rifiutare le dimissioni?

Se le dimissioni sono state inoltrate in via telematica, o attraverso la differente procedura prescritta per casi particolari (in determinate ipotesi, ad esempio, il recesso dal rapporto da parte del lavoratore deve essere convalidato), non è necessaria l’accettazione da parte del datore di lavoro.

A questo proposito, bisogna sottolineare che, normalmente, l’efficacia delle dimissioni è subordinata all’osservanza di una procedura telematica che assicura l’identità del lavoratore, il quale conferma la volontà di porre fine al rapporto di lavoro. Nelle ipotesi in cui è obbligatoria la procedura telematica, in buona sostanza, non è possibile rassegnare le dimissioni con un documento in forma libera, né per fatti concludenti.

Se, però, il contratto di lavoro contiene una clausola di durata minima garantita (il cosiddetto patto di stabilità) a favore del datore di lavoro, la facoltà del lavoratore di rassegnare le dimissioni è limitata per un certo periodo di tempo fissato nel patto, salvo giusta causa. Lo stesso vale per il contratto a tempo determinato, sino – chiaramente- al termine della scadenza del rapporto.

A proposito delle dimissioni per giusta causa, il datore di lavoro può opporsi e contestare non le dimissioni in sé, ma la sola giusta causa, rifiutandosi di pagare l’indennità sostitutiva del preavviso. Qualora si dovesse verificare tale ipotesi, è possibile citarlo in giudizio. Ma procediamo con ordine.

Quando sono obbligatorie le dimissioni telematiche?

Come osservato, il dipendente può rassegnare le dimissioni, cioè recedere dal rapporto di lavoro, senza dover addurre giustificazioni; deve però rispettare il periodo di preavviso prescritto dal contratto, salvo eccezioni (dimissioni per giusta causa, durante il periodo tutelato per maternità, durante la prova).

Le dimissioni devono essere presentate, nella generalità dei casi [1], in modalità telematica, attraverso l’apposita procedura accessibile dal sito del ministero del Lavoro.

Non devono presentare le dimissioni telematiche i lavoratori domestici, i marittimi ed i dipendenti in prova. Sono esclusi dalle dimissioni online anche i dipendenti pubblici, le lavoratrici nel periodo tra la richiesta delle pubblicazioni del matrimonio ed un anno dopo la celebrazione delle nozze, o nel periodo di gravidanza; esclusi dalle dimissioni online anche lavoratrici e lavoratori nei primi 3 anni di vita del bambino.

Durata minima del rapporto di lavoro

Se il contratto di lavoro contiene una clausola di durata minima garantita, o patto di stabilità, a favore dell’azienda, il dipendente non può dimettersi per il periodo di tempo fissato nel patto.

In sostanza, il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato ma si comporta, nel corso della durata minima stabilita, come se fosse un contratto a termine: durante tale periodo le parti possono recedere dal contratto solo per giusta causa.

In caso di dimissioni anticipate rispetto al termine di durata garantita, il datore non può opporsi alle dimissioni, ma il lavoratore è tenuto a risarcire il danno derivante dal recesso anticipato.

Dimissioni per giusta causa

Parliamo di dimissioni per giusta causa quando si verificano delle situazioni che non consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro, nemmeno per un brevissimo periodo.

I motivi che non consentono la prosecuzione neanche momentanea del rapporto lavorativo sono i seguenti, sulla base di quanto finora indicato dalla giurisprudenza [2]:

  • mancato pagamento dello stipendio;
  • trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” previste dal Codice civile [3];
  • aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • modifiche peggiorative e illegittime delle mansioni lavorative, o demansionamento illegittimo;
  • mobbing;
  • notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione dell’azienda;
  • comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente;
  • pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente.

Il lavoratore, dopo aver rassegnato le dimissioni per giusta causa, ha diritto all’indennità per mancato preavviso e all’indennità di disoccupazione Naspi, sussistendone i requisiti, oltre al risarcimento degli eventuali danni subiti.

Rifiuto delle dimissioni per giusta causa

Il datore di lavoro, nel caso in cui il dipendente rassegni le dimissioni per giusta causa, non può rifiutare le dimissioni in sé, ma soltanto il fatto che il recesso dal rapporto da parte del lavoratore sia avvenuto per giusta causa.

In questo caso, non riconoscendo sussistente una giusta causa di dimissioni, il datore di lavoro tratta il recesso del dipendente come un’ipotesi di dimissioni volontarie, rassegnate senza il rispetto del periodo di preavviso. Conseguentemente, viene trattenuta dalle spettanze finali dovute al lavoratore l’indennità sostitutiva del preavviso di dimissioni.

Il lavoratore, a seguito del rifiuto della giusta causa, può comunque rivolgersi al giudice del lavoro per chiedere l’accertamento della sussistenza di un’ipotesi di giusta causa di dimissioni.


note

[1] Cass. sent. 14457/2017.

[2] Vedi, ad es., Cass. sent. 143/2000; Cass. sent. 1074/1999; Cass. sent. 5977/1985.

[3] Art. 2103 Cod. civ.

Autore immagine: pixabay.com


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