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Figlio con problemi di studio: fino a quando va mantenuto?

17 Dicembre 2021 | Autore:
Figlio con problemi di studio: fino a quando va mantenuto?

Chi soffre di una patologia che crea difficoltà di apprendimento ha diritto all’assegno anche se frequenta l’università a 40 anni?

C’è chi gli studi non li conclude mai perché pensa a tutto tranne che a mettere la testa tra i libri. E chi, invece, la laurea non riesce a prenderla perché ha delle difficoltà di apprendimento: per quanto si impegni, non riesce mai a raggiungere il livello necessario a superare gli esami. Così gli anni passano ed i genitori devono continuare a pagare iscrizioni e tasse universitarie finché il figlio non riuscirà a concludere il percorso o non si deciderà a mollare definitivamente l’università. La situazione può essere particolarmente delicata quando il padre e la madre sono separati e uno degli ex coniugi deve passare ogni mese l’assegno e ogni tanto si domanda: il figlio con problemi di studio, fino a quando va mantenuto?

La questione del mantenimento dei ragazzi maggiorenni ha creato e continua a creare delle divergenze che, puntualmente, finiscono in tribunale. Spesso, si parla di ragazzi che non hanno le idee molto chiare sul proprio futuro o che preferiscono «adattarsi» a fare i mantenuti anziché rendersi autonomi da ogni punto di vista. Diverso il caso di chi ha delle difficoltà di apprendimento certificate da un medico e che fa fatica a concludere gli studi. Di questo si è occupata recentemente la Cassazione. Vediamo che cosa ha deciso.

Mantenimento dei figli: c’è un limite di età?

La legge non dice affatto che un figlio, arrivato a 18 anni, si debba arrangiare da solo e che, quindi, il genitore non lo debba più mantenere. Di norma, il padre e la madre sono tenuti a provvedere a lui finché non trova un lavoro che lo renda indipendente da un punto di vista economico.

Non solo: il ragazzo ha diritto a mantenere lo stesso tenore di vita dei genitori. Questo vuol dire che i figli dei genitori separati benestanti possono avere un assegno più alto rispetto a chi vive in condizioni più modeste.

Il dovere di mantenere un figlio viene meno quando:

  • il ragazzo comincia a lavorare e guadagna uno stipendio che gli permette di essere economicamente indipendente;
  • quando il ragazzo non lavora perché non vuole cercare un’attività o non è in grado di mantenerla (si fa licenziare in continuazione, non si iscrive al Centro per l’impiego, ecc.).

In sostanza: non esiste un limite di età oltre il quale il genitore si può chiamare fuori dal mantenimento ma non si può andare oltre una ragionevole soglia: si deve garantire un percorso formativo ed educativo, certamente, ma tale percorso non può durare una vita intera.

La giurisprudenza [1] fissa in circa 30-35 anni, a seconda del percorso di studio, l’età oltre la quale i genitori possono interrompere il mantenimento. Si presume, infatti, che a quel punto il ragazzo abbia gli strumenti necessari ad acquisire la propria indipendenza con un qualsiasi lavoro, non necessariamente quello della sua vita o confacente alle sue aspirazioni.

Il figlio con problemi di apprendimento fino a quando va mantenuto?

Quanto stabilito dalla giurisprudenza mira ad evitare che si formi una sorta di «parassitismo» nei giovani, cioè a creare uno stimolo in più per far sì che i ragazzi cerchino seriamente la loro strada. Ci sono, però, dei casi particolari in cui una laurea arrivata troppo in ritardo o che non arriva mai non dipende dalla volontà dello studente ma dalle sue reali capacità. Succede, ad esempio, al figlio con problemi di studio: fino a quando va mantenuto?

La Cassazione si è occupata recentemente del caso di uno studente di quasi 40 anni, ancora iscritto all’università perché affetto di ritardo psicomotorio che gli causa difficoltà di apprendimento. I genitori sono separati ed il padre è obbligato a passare ancora il mantenimento. Può rifiutarsi di farlo?

Secondo la Suprema Corte, no. Nell’ordinanza che trovi in fondo a questo articolo [2], si legge che non è possibile attribuire all’atteggiamento dello studente il motivo dell’insuccesso all’università, contrariamente a quanto sostiene il padre, convinto del fatto che «le problematiche di tipo psicologico del figlio non paiono di gravità tale da precludergli l’ultimazione del percorso formativo» ma vadano viste come «un indicatore d’inerzia colpevole non più tutelabile, perché contrastante con il principio di autoresponsabilità che è legato alle scelte esistenziali della persona».

Non sono di questo avviso i giudici di legittimità, secondo cui quando già dall’età giovanile un ragazzo dimostra di avere dei problemi che causano una difficoltà di apprendimento non è possibile addossargli la colpa di un insuccesso scolastico né, tantomeno, sostenere che non sia arrivato all’indipendenza economica per mancanza di volontà.

La Cassazione, in sostanza, stabilisce che rimane in capo al genitore l’obbligo del mantenimento quando il figlio soffre di un disturbo «che ha reso e rende difficoltoso ciò che per altre persone non lo è», non potendo parlare, quindi, di indolenza o di rifiuto del ragazzo di svolgere una prestazione lavorativa.


note

[1] Trib. Milano 29 marzo 2016; Trib. Bari 21 settembre 2006.

[2] Cass. ord. n. 40283/2021 del 15.12.2021.

Autore immagine: canva.com/

Cass. civ., sez. I, ord., 15 dicembre 2021, n. 40283

Presidente Genovese – Relatore Falabella

Fatti di causa

  1. – Il Tribunale di Nuoro ha dichiarato la separazione tra i coniugi B.V. e S.M. ; ha assegnato la casa coniugale a quest’ultima, convivente col figlio F. , maggiorenne ma economicamente non autosufficiente, perciò destinatario di un assegno di mantenimento di Euro 150,00 mensili, posto a carico del padre.
  1. – La pronuncia è stata confermata dalla Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, con sentenza pubblicata il 19 settembre 2017.
  1. – Ricorre per cassazione, con due motivi, B. , il quale ha pure depositato memoria. S.M. resiste con controricorso.

Ragioni della decisione

  1. – Col primo motivo sono denunciate la violazione e la falsa applicazione degli artt. 147 e 148 c.c., in riferimento all’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne non laureato e non economicamente indipendente in ragione delle sue condizioni di fragilità psicologica; è altresì lamentata l'”(e)rronea violazione in merito al percorso di studi compiuti dal medesimo”. Il ricorrente rileva, in sintesi, che le problematiche di tipo psicologico del figlio non appaiano di gravità tale da precludere allo stesso l’ultimazione del percorso formativo, “costituendo altrimenti un indicatore d’inerzia colpevole non più tutelabile, perché contrastante con il principio di autoresponsabilità che è legato alle scelte esistenziali della persona, anche tenuto conto dei doveri gravanti sui figli adulti, specie quando risultino sui iuris a tutti gli effetti”.

Il secondo mezzo oppone la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., e l’erronea interpretazione delle risultanze documentali. Si assume che l’esigenza, individuata dalla Corte di appello, di un protrarsi della contribuzione del padre al mantenimento del figlio maggiorenne risulterebbe indimostrata e anzi smentita dalla certificazione acquisita agli atti, la quale attesterebbe un semplice ritardo psicomotorio, non associato ad alcuna forma di insufficienza o disabilità cognitiva che “penetri nella sfera delle patologie di una certa serietà e valga perciò ad escluderne la possibilità per F. di superare tutti gli esami, di preparare la tesi e di conseguire un titolo di studio”. Il giudice distrettuale, in altri termini, non avrebbe “dovuto nè potuto riconoscere uno stato di necessità assistenziale permanente, e con esso la sussistenza dei presupposti giustificativi dell’assegno di mantenimento”.

  1. – I due motivi sono inammissibili.

La Corte di appello ha osservato come la situazione del figlio della coppia, il quale, privo di redditi, al momento della pronuncia della sentenza aveva 35 anni ed era ancora iscritto all’università, benché fosse quasi quattro anni fuori corso, aveva una spiegazione documentata in giudizio attraverso certificati che davano conto di un ritardo nell’apprendimento correlato a problemi insorti al momento della nascita: problemi che avevano condizionato il percorso scolastico di F. , il quale si era infatti diplomato all’età di 24 anni, e dei quali il padre era pienamente edotto (almeno fino al momento della separazione). Ha aggiunto la nominata Corte: “Pertanto, l’attuale condizione di F. non appare riconducibile ad una indolenza del medesimo, o al rifiuto di svolgere una prestazione lavorativa, quanto alla patologia perinatale che ha reso e rende difficoltoso ciò che per altre persone non lo è, sì che permane l’obbligo di mantenimento del figlio”.

Deve premettersi che, come è noto, l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli, secondo le regole degli artt. 147 e 148 c.c., non cessa, ipso facto, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso (Cass. 26 settembre 2011, n. 19589; allo stesso modo, nel senso che l’obbligo di mantenimento non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte del figlio, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta, cfr. ad es.: Cass. 8 febbraio 2012, n. 1773; Cass. 26 gennaio 2011, n. 1830; Cass. 17 novembre 2006, n. 24498). La cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere poi fondata su di un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa nonché, in particolare, alla complessiva condotta personale tenuta, dal raggiungimento della maggiore età, da parte dell’avente diritto (Cass. 5 marzo 2018, n. 5088; Cass. 22 giugno 2016, n. 12952).

La pronuncia impugnata si è conformata a tali principi e le censure svolte nei due motivi di impugnazione si risolvono in altrettante incursioni all’interno dell’area dell’accertamento di fatto, che è preclusa al sindacato di legittimità.

Quanto al primo mezzo, occorre infatti ricordare che il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ex art. 360 c.p.c., n. 3, ricorre (o non ricorre) a prescindere dalla motivazione posta dal giudice a fondamento della decisione (e, cioè, del processo di sussunzione), rilevando solo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata male applicata, dovendo il ricorrente, in ogni caso, prospettare l’erronea interpretazione di una norma da parte del giudice che ha emesso la sentenza impugnata ed indicare, a pena d’inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 4, i motivi per i quali chiede la cassazione (Cass. 15 dicembre 2014, n. 26307; Cass. 24 ottobre 2007 n. 22348). In particolare, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta, mediante le risultanze di causa, inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito (Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155; Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 30 dicembre 2015, n. 76110; Cass. 4 aprile 2013, n. 8315).

Con riguardo al secondo motivo, le deduzioni svolte non sono deducibili in questa sede non hanno attinenza con la denunciata scorretta applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.. Infatti, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunciare che il giudice, in contraddizione espressa o implicita con la prescrizione della norma, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli (salvo il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio), mentre è inammissibile la diversa doglianza che egli, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività valutativa consentita dall’art. 116 c.p.c.. La doglianza circa la violazione di quest’ultima norma è del resto ammissibile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione (Cass. Sez. U. 30 settembre 2020, n. 20867).

È quasi superfluo aggiungere, poi, che all’art. 360 c.p.c., è del tutto estraneo il vizio di erronea interpretazione delle prove, fatto valere dal ricorrente con entrambi i motivi di ricorso.

  1. – Il ricorso è in conclusione inammissibile.
  1. – Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello stabilito per il ricorso, se dovuto.


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