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Mantenimento ex moglie che ha rinunciato alla carriera

19 Dicembre 2021 | Autore:
Mantenimento ex moglie che ha rinunciato alla carriera

Quando e perché la donna che ha sacrificato le proprie aspettative professionali, di studio e di lavoro, ha diritto a un assegno di divorzio maggiore?

In un recente articolo, abbiamo parlato del mantenimento della moglie che si è sacrificata per la carriera del marito, ma nel frattempo la giurisprudenza ha raggiunto ulteriori approdi. Due nuove ordinanze della Corte di Cassazione hanno riconosciuto il diritto a percepire l’assegno divorzile in favore di donne anziane, per le quali il sacrificio delle aspettative professionali era avvenuto molti anni prima, ma non era stato più recuperato nel corso del tempo.

Così si aggiungono ulteriori tasselli alla tematica del mantenimento spettante all’ex moglie che ha rinunciato alla carriera: le donne conquistano altri punti e viene riconosciuto il loro silenzioso sacrificio nel dedicarsi alla vita domestica o nell’accontentarsi di un’occupazione modesta per favorire la realizzazione esterna del marito (e, ovviamente, il suo successo economico, altrimenti l’ex coniuge obbligato avrebbe ben poco da pagare).

La pronuncia dalla quale eravamo partiti riguardava un matrimonio durato 23 anni, durante i quali la donna si era sempre occupata della casa e della famiglia, così agevolando la carriera del marito. L’assegno divorzile le era stato riconosciuto per compensare economicamente i suoi sacrifici. La nuova ordinanza che esamineremo, invece, riguarda un’ex moglie che, in gioventù, dopo essersi sposata aveva deciso di lavorare come operaia per consentire al marito di laurearsi. I giudici di piazza Cavour hanno sancito che l’assegno divorzile le spetta, anche se è economicamente indipendente e il matrimonio era durato poco: solo due anni, dopo i quali la coppia si era separata e lo era stata per quarant’anni, prima di decidersi a divorziare.

L’altra pronuncia, invece, è relativa a una coppia in cui l’ex moglie, già beneficiaria dell’assegno di divorzio, era andata in pensione: a quel punto, l’ex marito ha reclamato la revoca del mantenimento, ma ha ottenuto solo la riduzione dell’importo del contributo mensile, perché alla donna è stato riconosciuto l’apporto fornito alla vita familiare anche attraverso il sacrificio delle sue aspettative personali. Ecco, quindi, come il mantenimento dell’ex moglie che ha rinunciato alla carriera spetta, e può avere effetti economici anche a distanza di decenni da quando si era realizzata la decisione di rinunciare a un’autonoma realizzazione per favorire il lavoro, e i guadagni, dell’ex marito: quando arriva il divorzio, egli deve versargliene una parte.

Mantenimento ex moglie: requisiti e condizioni

Il dovere di mantenimento dell’ex coniuge sorge a seguito della separazione coniugale. In questa fase, l’assegno di mantenimento è basato sulle rispettive condizioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e viene attribuito a quello dei due che è economicamente più debole, per consentirgli di mantenere un tenore di vita analogo a quello di cui beneficiava durante il matrimonio.

Con il divorzio, invece, il criterio del tenore di vita viene meno. L’assegno divorzile ha una funzione che la Corte di Cassazione definisce «assistenziale, compensativa e perequativa», in quanto serve a fornire un apporto economico all’ex coniuge che – senza sua colpa – non è in grado di mantenersi autonomamente con i propri redditi e le sue disponibilità patrimoniali.

L’incapacità dell’ex coniuge economicamente più debole di mantenersi da sé deve essere incolpevole: se, invece, deriva da pigrizia o inerzia nel cercare un’occupazione lavorativa remunerata che si potrebbe svolgere per età, condizioni fisiche e titolo di studio, l’assegno non spetta, altrimenti diventerebbe una rendita parassitaria.

Mantenimento moglie che ha rinunciato agli studi e al lavoro

Spesso, la mancanza di un titolo di studio o di una qualificazione professionale adeguata dipende dalla rinuncia dell’ex moglie alle proprie possibilità lavorative. Ciò avviene quando i coniugi hanno deciso, nella ripartizione dei compiti del ménage matrimoniale, che la donna si debba dedicare alla gestione della casa familiare e alla cura dei figli. In questo modo, ella conduce per anni una vita essenzialmente domestica e questo le preclude le possibilità di reinserimento lavorativo dopo la separazione e il divorzio.

Tutto ciò vale specialmente quando il matrimonio è stato di lunga durata e la donna è diventata anziana o quasi. In queste condizioni, i giudici riconoscono un incremento dell’assegno divorzile, in modo da compensare la moglie per i sacrifici compiuti. Questo serve a renderla partecipe dell’incremento di ricchezza che, grazie a lei, il marito ha potuto ottenere, dedicandosi pienamente alle sue attività lavorative, soprattutto se sono state professionali o imprenditoriali e gli hanno consentito di realizzare notevoli guadagni.

Di recente, la Corte di Cassazione ha riconosciuto in numerose occasioni [1] un cospicuo assegno divorzile a donne che, rimanendo casalinghe o svolgendo un lavoro modesto e scarsamente retribuito, avevano contribuito in modo determinante alla formazione del patrimonio dell’ex coniuge, dunque «tenendo conto delle aspettative sacrificate» dalla rinuncia a proseguire gli studi o a intraprendere una propria attività o professione. In un caso è stato riconosciuto anche il mantenimento all’ex moglie casalinga con colf che la aiutava nelle incombenze domestiche, perché ciò non cancella il suo apporto alla crescita del patrimonio familiare.

Mantenimento ex moglie casalinga e pensionata

La prima delle due nuove pronunce della Corte di Cassazione [2] che ti abbiamo anticipato in apertura ha sancito l’obbligo, per l’ex marito, di versare un assegno divorzile di 250 euro mensili per tener conto del contributo dato dall’ex moglie all’andamento familiare, con un sacrificio delle sue aspettative personali che aveva permesso al coniuge di portare a termine gli studi universitari e di intraprendere una professione, quella di ingegnere. Il marito si era opposto al pagamento del contributo, perché la moglie era pensionata ed anche «titolare di beni ricevuti in eredità», tant’è che aveva vissuto con questi proventi per tutto il tempo della separazione, durata 40 anni. Ma il suo ricorso è stato inutile: la Suprema Corte ha apprezzato «la scelta della donna, non contrastata dal marito – e quindi considerata sicuro indice di accordo tra i coniugi –, di lasciare l’occupazione lavorativa dell’epoca per prendersi cura dei figli», e dunque ha valorizzato «la rinuncia operata dall’ex moglie a più alti livelli di impiego nel proprio settore lavorativo».

La seconda ordinanza [3], invece, ha parzialmente accolto il ricorso di un ex marito contro la moglie casalinga che, alcuni anni dopo il divorzio, era andata in pensione (ma con un importo molto basso: 682 euro mensili). L’assegno divorzile è stato ridotto – ma non completamente eliminato – perché i giudici di piazza Cavour hanno tenuto conto, anche in questo caso, delle sacrificate aspettative professionali della donna e del contributo fornito nella realizzazione della vita familiare.


note

[1] Cass. ord. n.36089 del 23.11.2021, n.29195 del 20.10.2021, n. 3853 del 15.02.2021, n. 452 del 13.01.2021.

[2] Cass. ord. n. 40385 del 16.12.2021.

[3] Cass. ord. n. 40388 del 16.12.2021.

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 16 dicembre 2021, n. 40385

Presidente Scotti – Relatore Scalia

Fatti di causa e ragioni della decisione

1. Il signor M.A. ricorre con tre motivi per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui la Corte d’Appello di Bologna, nel confermare la sentenza di primo grado, adottata dal Tribunale di Modena nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra il primo e la signora B.A.M. il (omissis) , da cui erano nati due figli nel 1974 e nel 1976, ha confermato l’assegno divorzile fissato dal primo giudice a carico del ricorrente nella misura di Euro 250,00 mensili.
2. Con il primo motivo il ricorrente deduce l’erronea applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, nella interpretazione datane dalle Sezioni unite della Corte di cassazione n. 18287 nel 2018.
2.1. I giudici di merito non avevano correttamente inteso i criteri assistenziale, compensativo e perequativo dell’assegno pure affermati dalle citate Sezioni Unite, non valorizzando la durata del matrimonio, di appena due anni, dal 1974 al 1976, ed il lungo periodo, pari a quaranta anni, in cui i coniugi avevano vissuto autonomamente nel periodo intercorrente tra la separazione ed il divorzio.
2.2. Non era stato inoltre correttamente inteso il criterio assistenziale che nella specie era del tutto assente, essendo la richiedente (dapprima retribuita e quindi pensionata e, inoltre, titolare di beni ricevuti in eredità) economicamente autonoma, avendo vissuto senza difficoltà per tutto il tempo della separazione.
L’apparente sproporzione tra i redditi delle parti non aveva impedito alla signora B. di conservare la propria capacità lavorativa e di godere di un tenore di vita assimilabile a quello avuto in costanza di matrimonio. La disparità dei patrimoni individuata dalla Corte d’appello era dovuta alla diversa valenze delle attività svolte dai coniugi (operaia, B.A.M. ; ingegnere, M.A. ) dovuta alla differente loro formazione professionale.
La signora B. lavorava già prima di contrarre matrimonio con M.A. , che era, invece, ancora studente in ingegneria e che era rimasto tale anche durante la vita matrimoniale, essendosi, egli, laureato nel 1978, dopo la separazione.
La disparità di reddito tra gli ex coniugi non poteva pertanto valere per il riconoscimento dell’assegno, essendosi formata dopo la separazione, epoca in cui il M. aveva iniziato a lavorare come ingegnere e la B. , come operaia, in una ditta di tessuti.
L’interruzione dell’attività lavorativa da parte della sig.ra B. era poi avvenuta nel corso del matrimonio su sua espressa rinuncia e dopo la separazione la stessa si era “accontentata del mestiere di operaia” non proseguendo negli studi, come invece aveva fatto il sig.M. .
Il fatto che la sig.ra B. non avesse richiesto alcun contributo per 40 anni – e tale era stata la durata del periodo di separazione tra i coniugi – esprimeva una implicita rinuncia a pretese economiche non più deducibili, tanto più che le sue condizioni economiche erano rimaste inalterate nel tempo.
3. Il motivo è infondato là dove nel dare lettura ai principi affermati da questa Corte con le citate Sezioni Unite, e le successive pronunzie di indirizzo, ne ritiene l’inapplicabilità alla fattispecie in esame.
3.1. La Corte di merito, tenuto conto della situazione di disequilibrio economico esistente tra i coniugi all’epoca del divorzio e valorizzando la finalità compensativo-perequativa dell’assegno, ha apprezzato, nella pur contenuta durata del matrimonio – peraltro ritenuta pari a cinque e non a due anni e tanto in ragione dell’anno, il 1979, in cui è intervenuta separazione consensuale omologata tra i coniugi-, la nascita, in questo arco temporale, dei due figli della coppia e la scelta della donna, non contrastata dal marito e quindi apprezzata dai giudici quale sicuro indice di accordo tra gli ex coniugi, di lasciare l’occupazione lavorativa dell’epoca, per attendere alla cura dei primi.
I giudici di appello hanno poi valorizzato la rinuncia della signora B. a raggiungere più alti livelli nel settore lavorativo prescelto (quello tessile e dell’abbigliamento), richiamando, pure, l’età della donna, il tutto in un giudizio di stima sul reimpiego delle sue forze lavorative.
In tal modo la sentenza impugnata ha dato conto, in piena applicazione dei principi sanciti da questa Corte, dell’apporto fornito dall’ex coniuge alla famiglia evidenziando come l’impegno della donna abbia consentito al marito di laurearsi, potendo egli attendere, a tempo pieno, agli studi prescelti, così conseguendo una collocazione lavorativa adeguata, nella rinuncia invece operata dall’ex coniuge a più alti livelli di impiego nel proprio settore lavorativo.
3.2. La sentenza delle Sezioni Unite del 2018 ha attribuito all’assegno di divorzio una funzione non già soltanto assistenziale (il che avviene quando la situazione economico-patrimoniale di uno degli ex coniugi non gli garantisca l’autosufficienza), ma anche riequilibratrice, ovvero, come pure vi si afferma, compensativo-perequativa, ove ne sussistano i presupposti (ossia alla condizione, necessaria, ma non sufficiente, che le situazioni economico-patrimoniali dell’uno e dell’altro coniuge, all’esito del divorzio, siano squilibrate, quantunque entrambi versino in situazione di autosufficienza) esclusa la separazione tra criteri attributivi, tali da incidere sull’an del diritto all’assegno, e criteri determinativi, da utilizzarsi solo successivamente ai fini della fissazione del quantum.
Quanto rileva è quindi che il coniuge richiedente, pur trovandosi all’esito del divorzio in situazione di autosufficienza economica, si trovi rispetto all’altro in condizioni economico-patrimoniali deteriori per aver rinunciato, in funzione della contribuzione ai bisogni della famiglia, ad occasioni in senso lato reddituali, attuali o potenziali, ed abbia in tal modo sopportato un sacrificio economico-professionale, a favore dell’altro, che meriti un intervento compensativo-perequativo (Cass. n. 21228 del 2019, p. 6), in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente.
3.3. Nessuna puntuale contestazione ha poi condotto il ricorrente, nel far valere la dedotta violazione di legge, sulla rinuncia ad un migliore livello professionale, nel settore di competenza, dell’ex coniuge come affermato dalla Corte di merito.
4. Il secondo motivo è inammissibile per difetto di allegazione del pure dedotto contrasto tra motivazione e dispositivo ed è, comunque, infondato.
Come rilevato sub n. 1 l’autosufficienza economica non è presupposto per il riconoscimento dell’assegno divorzile ex Cass. SU cit., e non vi è alcuna contraddizione logica nell’impugnata sentenza, tale da qualificare come mancante la resa motivazione o non comprensibile nel suo sviluppo, là dove la Corte di merito riconosce l’assegno nella funzione perequativa dallo stesso assolta.
5. Il terzo motivo è inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 4, là dove contrasta la decisione di condanna alle spese, deducendo la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., senza indicare il percorso delle norme violate nella interpretazione fornitane da questa Corte, non facendosi forte del principio di censurabilità della prima in sede di legittimità solo in caso di contrasto con il divieto per il giudice del merito di onerare delle spese la parte vittoriosa (ex multis: Cass. n. 406 del 11/01/2008).
La soccombenza del ricorrente rispetto alla domanda di corresponsione dell’assegno divorzile basta, infatti, per l’indicato principio, a sostenere la statuizione di condanna nei suoi confronti nel grado d’appello.
L’ulteriore censura, pure contenuta nel motivo, circa il carattere esorbitante della liquidazione è poi generica non segnalando le disposizioni che sarebbero state violate, a fronte di una motivazione e muove dalle tariffe di cui ai D.M. n. 55 del 2014, e D.M. n. 37 del 2018, una volta richiamati il carattere indeterminabile della controversia e la misura minima liquidata, in ragione delle spiegate attività difensive.
6. Il ricorso va pertanto, ed in via conclusiva, rigettato. Spese secondo soccombenza liquidate come in dispositivo indicato.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1- bis.
Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente M.A. a rifondere a B.A.M. le spese di lite che liquida in Euro 2.500,00 di cui Euro 100,00 per esborsi oltre spese forfettarie al 15% ed accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1- bis.
Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.


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