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Abogados con titolo in Spagna: per la Corte di Giustizia il titolo è legittimo

17 Luglio 2014
Abogados con titolo in Spagna: per la Corte di Giustizia il titolo è legittimo

Avvocati con titolo preso in un altro Stato dell’Unione Europea: finalmente è uscita la sentenza della Corte di Lussemburgo secondo la quale non è abuso del diritto ottenere il titolo in Spagna per poi esercitare in Italia.

Smentito il Cnf dalla  europea: secondo i giudici comunitari, il praticante legale non commette abuso del diritto attrezzandosi per ottenere il titolo di avvocato in Spagna per poi esercitare in Italia. La possibilità per i cittadini dell’Ue di scegliere lo Stato comunitario in cui lavorare è la conseguenza di una delle libertà fondamentali dei trattati di Roma: la libertà di stabilimento.

Dunque abogados sdoganati. I nostri laureati in giurisprudenza potranno liberamente – come spesso hanno fatto sino ad oggi – andare in Spagna a conseguire il titolo senza fare l’esame di abilitazione in Italia e poi tornare in patria per esercitare la professione forense: in un mercato unico la possibilità per i cittadini Ue di scegliere lo Stato membro in cui desiderano acquisire il loro titolo e quello in cui hanno intenzione di esercitare la loro professione è inerente all’esercizio delle libertà fondamentali garantite dai Trattati.

È questa la conclusione cui perviene la Corte di Giustizia dopo il ricorso proposto dallo stesso Consiglio Nazionale Forense italiano, secondo il quale la diffusa pratica di recarsi in Spagna per fare l’esame di Stato da “abogado”, per poi tornare in Italia e svolgere la professione forense, costituirebbe un’ipotesi di abuso del diritto (leggi il nostro articolo “Avvocato in Spagna: ricorre il CNF alla Corte UE”).

Per il Cnf il conseguimento del titolo in Spagna è solo un modo per eludere la normativa italiana sull’accesso alla professione e costituisce pertanto un abuso del diritto di stabilimento. Un’impostazione smentita dalla Corte di giustizia europea secondo cui la direttiva sullo stabilimento degli avvocati istituisce un meccanismo di mutuo riconoscimento dei titoli degli legali “migranti” che vogliono esercitare la professione con il titolo di origine.

Il legislatore Ue ha inteso mettere fine alle disparità tra i requisiti d’iscrizione nazionali, dalle quali derivavano ineguaglianze e ostacoli alla libera circolazione. La direttiva mira ad armonizzare completamente i requisiti applicabili al diritto di stabilimento degli avvocati.

Insomma: la via spagnola (o croata) per la Corte di Lussemburgo sembra essere uno dei modi in cui si concretizza la libertà di stabilimento. E attenzione: la direttiva non prescrive neanche un periodo di pratica nello Stato di provenienza.

Che succederà da oggi? I clienti saranno interessati a sapere se il professionista che hanno davanti ha acquisito il titolo in Italia o all’estero? Potrà questo essere un fattore determinante e discriminante nella scelta del proprio legale? Ma soprattutto, sarà tenuto l’avvocato, nell’ambito dei propri doveri di correttezza e trasparenza, a informare di ciò il cliente se questi ne fa richiesta?

Ai posteri l’ardua sentenza…



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1 Commento

  1. Secondo la direttiva: “1. L’avvocato che esercita nello Stato membro ospitante
    con il proprio titolo professionale di origine Šè tenuto ad
    esercitare facendo uso di questo titolo, che deve essere
    indicato nella lingua o in una delle lingue ufficiali dello
    Stato membro di origine, comunque in modo comprensibile
    e tale da evitare confusioni con il titolo professionale
    dello Stato membro ospitante.

    Pertanto i clienti possono sapere da dove proviene il legale cui si affidano.

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