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Non si può annullare il matrimonio dopo tre anni di convivenza

17 Luglio 2014
Non si può annullare il matrimonio dopo tre anni di convivenza

Sezioni Unite della Cassazione: lo Stato italiano non può convalidare la sentenza ecclesiastica che ha annullato le nozze (con rito concordatario) qualora la convivenza tra gli sposi sia durata almeno tre anni.

Fine di un annoso contrasto giurisprudenziale: le Sezioni Unite della Cassazione hanno appena chiarito [1] un aspetto che limiterà la possibilità, almeno nel nostro Stato, di ottenere l’annullamento delle nozze (o meglio, la delibazione, da parte del giudice italiano, della sentenza ecclesiastica che ha dichiarato la nullità del matrimonio). Infatti, secondo la Suprema Corte, non si può delibare lo scioglimento delle nozze concordatarie se la convivenza tra i coniugi è durata almeno tre anni.

Dunque, sarà impossibile, da oggi in poi, che il giudice delibi in Italia la sentenza ecclesiastica definitiva di scioglimento del matrimonio concordatario se la convivenza fra i coniugi si è protratta per almeno tre anni dalla data di celebrazione: la convivenza fra marito e moglie è un valore tutelato dalla Costituzione e determina una situazione giuridica di “ordine pubblico italiano” che impedisce di riconoscere nel nostro Paese, anche in base al supremo principio della laicità dello Stato, la nullità del matrimonio dichiarato, invece, dal giudice ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico sia stata dichiarata.

Quali sono i vizi genetici del matrimonio per i quali può essere chiesto l’annullamento alla Sacra Rota? Eccoli elencati nella nostra guida: “Matrimonio nullo per il tribunale ecclesiastico: quando?”.

La circostanza ostativa alla nullità deve essere eccepita dalla parte e non può essere rilevata d’ufficio dal giudice.

Cosa comporta, in pratica, tutto ciò?

Questo significherà che il matrimonio non potrà più essere annullato dal tribunale ecclesiastico decorsi i tre anni? No. Significherà, però, che tale sentenza non avrà effetto per lo Stato italiano, cioè non potrà essere “ratificata” (delibata), se l’altro coniuge vi si oppone. Se, invece, manca tale contestazione, la delibazione può ancora avvenire, nonostante il triennio.

La motivazione

La convivenza “come coniugi”, spiega la Cassazione, è un valore tutelato dalla Costituzione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E soprattutto costituisce un elemento essenziale del “matrimonio-rapporto”, che si manifesta come consuetudine di vita coniugale comune, stabile e continua nel tempo: il tutto ha manifestazioni concrete molto riconoscibili, che corrispondono a specifici fatti e comportamenti dei coniugi che sono fonte di una pluralità di diritti inviolabili e di doveri inderogabili; senza dimenticare le responsabilità genitoriali e i legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari.

È proprio l’accordo del 1984 che modificò i patti lateranensi del 1929 a escludere la delibazione da parte della Corte d’appello italiana della sentenza definitiva dei giudici ecclesiastici che dichiarano la nullità del matrimonio concordatario per un vizio genetico nonostante una lunga convivenza fra i coniugi (e magari un figlio arrivato nelle more): possono essere riconosciute soltanto nell’ordinamento giuridico della Repubblica le decisioni che non sono contrarie all’«ordine pubblico italiano», mentre la convivenza come coniugi deve essere ritenuta costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali e ordinarie proprio di quella categoria.

La convivenza però deve anche essere riconoscibile e stabile:

riconoscibile: ossia, alla convivenza coniugale devono corrispondere fatti e comportamenti evidenti all’esterno, tali da potere essere dimostrati, se necessario, anche in giudizio;

 stabile: ossia durare da almeno tre anni.

Perché proprio tre anni?

È stata la Corte costituzionale, pronunciandosi in materia di adozione, a indicare “il criterio dei tre anni successivi alle nozze” come requisito minimo presuntivo a dimostrazione della stabilità del rapporto matrimoniale.


Non può essere accettata dall’ordinamento italiano la dichiarazione di nullità del matrimonio decisa da un tribunale ecclesiastico se la convivenza tra i coniugi è stata di almeno tre anni. La decisione è potenzialmente dirompente per le tante richieste “di comodo” presentate ai tribunali ecclesiastici.

La ragione? Esclusione della indissolubilità del vincolo matrimoniale da parte della moglie. Alla richiesta di efficacia della sentenza canonica avanzata dalla donna si era però opposto il marito mettendo in evidenza, tra altro, la durata della convivenza matrimoniale e la nascita di una figlia.

note

[1] Cass. sent. n. 16379/14.

Autore immagine: 123rf com


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