Diritto e Fisco | Articoli

Quando il marito deve mantenere la moglie?

19 Dicembre 2021
Quando il marito deve mantenere la moglie?

Tutti i casi in cui il giudice assegna il mantenimento all’ex coniuge: come si calcola l’assegno?

Se c’è una domanda ricorrente che viene fatta agli avvocati nel corso di cene e ritrovi è la seguente: perché è sempre l’uomo a mantenere la donna e non il contrario? La risposta può servire per entrare subito nel vivo del discorso: perché a dover versare gli “alimenti” è sempre il coniuge con il reddito più alto e, nelle famiglie italiane, il reddito più alto è ancora in capo al marito. 

Per cui, se qualcuno si chiede, quando il marito deve mantenere la moglie, la risposta immediata è anche la più semplice: quando c’è una disparità di reddito. La disparità di reddito tra uomo e donna (il gender gap come viene oggi chiamato) è infatti il presupposto di partenza per cui il giudice determina l’assegnazione dell’assegno mensile in capo all’ex coniuge più benestante. 

Ma non è solo questo l’unico parametro. La soluzione è legata a una serie di ulteriori parametri che influiscono non solo sull’imposizione dell’obbligo ma anche sulla sua quantificazione. 

Qui di seguito forniremo una scheda intuitiva e rapida per comprendere quando il marito deve mantenere la moglie. Si tenga tuttavia conto che ogni situazione familiare ha le sue particolarità tali da renderla unica. Proprio queste particolarità possono portare a decisioni completamente diverse tra loro seppur partendo da presupposti apparentemente simili. C’è poi in ultimo da considerare che ogni giudice ha la propria interpretazione del diritto e della realtà, sicché a volte ci si trova dinanzi a interpretazioni giurisprudenziali tra loro contrastanti.

Per non complicare troppo il discorso fisseremo qui di seguito i principi generali che segue il ragionamento del giudice quando è chiamato a fissare l’assegno di mantenimento e l’assegno divorzile.

Ma procediamo con ordine.

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio

L’assegno di mantenimento è quello che viene stabilito con la separazione e che perdura fino al divorzio dei coniugi. 

L’assegno divorzile è quello invece che scatta con il divorzio e che sostituisce quello di mantenimento. Esso quindi permane, di lì in avanti, fin quando non mutano le condizioni economiche dei coniugi.

L’assegno di divorzio è a tempo indeterminato?

L’assegno di divorzio permane fino a quando non cambia l’assetto economico dei coniugi. Così, ad esempio, se un uomo si risposa, ha una nuova famiglia o perde il lavoro e così non ha più le possibilità per mantenere l’ex coniuge, il giudice potrebbe ridurne l’importo o, in casi estremi, cancellarlo del tutto.

Quando spetta l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento spetta tutte le volte in cui il coniuge richiedente ha un reddito più basso di quello dell’ex. La disparità deve essere evidente e non limitarsi a poche decine o centinaia di euro. Non vi sarebbe diritto al mantenimento in capo alla moglie che guadagni 1.400 euro al mese quando il marito ne percepisce invece 1.600.

La seconda condizione che valuta il giudice per stabilire se sia dovuto il mantenimento è la sussistenza dell’addebito: se dovesse risultare che il coniuge richiedente il mantenimento ha violato le regole del matrimonio, causando la crisi della coppia, il giudice dovrà negargli il mantenimento. Succede ad esempio quando c’è un tradimento o l’abbandono del tetto coniugale.

In sintesi, il diritto all’assegno di divorzio nasce se ricorrono queste circostanze:

  • non addebitabilità della separazione; 
  • mancanza nel beneficiario di adeguati redditi, tali da consentirgli di mantenere un tenore di vita equivalente a quello goduto in costanza di matrimonio; 
  • sussistenza di una disparità economica tra i due coniugi tenendo anche conto del contesto sociale in cui i coniugi hanno vissuto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità dei bisogni emergenti del soggetto richiedente lo stesso.

Il giudice, dunque, deve accertare il tenore di vita che è, allo stesso tempo, il riferimento per valutare la sussistenza del diritto all’assegno di mantenimento ed anche il criterio per la determinazione del suo ammontare goduto in costanza di matrimonio, «e successivamente verificare se il coniuge istante abbia redditi sufficienti per mantenerlo».

L’assegno di mantenimento, in altri termini, deve essere fissato nella misura sufficiente a permettere al coniuge debole di mantenere, nei limiti del possibile, lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. Deve poi considerarsi l’incremento del reddito di uno dei coniugi e l’eventuale decremento del reddito dell’altro.

Come si misura l’assegno di mantenimento?

Scopo dell’assegno di mantenimento è garantire lo stesso tenore di vita che aveva il coniuge richiedente durante il matrimonio. Perciò, di solito, si arriva a dividere sostanzialmente in due la somma dei redditi dei coniugi, tenendo tuttavia conto delle spese sostenute dal coniuge obbligato (ad esempio, un affitto).

A influire sull’entità dell’assegno di mantenimento possono essere vari fattori come la durata del matrimonio (comprensivo della convivenza prematrimoniale), il possesso di beni immobili, l’assegnazione della casa coniugale (che consegue alla collocazione dei figli), una potenzialità lavorativa determinata ad esempio dal possesso di un diploma, di un titolo di studio o professionale. Il giudice valuta anche le spese che è tenuto a sostenere il coniuge obbligato al mantenimento (un mutuo, un affitto, ecc.).

Quando spetta l’assegno di divorzio?

Una volta che la coppia decide di divorziare, il giudice sostituisce l’assegno di mantenimento con quello di divorzio. A differenza di quanto visto per il mantenimento, i presupposti per ottenere l’assegno di divorzio sono maggiori e consistono nelle seguenti condizioni:

  • una disparità economica sostanziale tra coniugi;
  • l’incapacità del coniuge richiedente di potersi mantenere da solo;
  • la meritevolezza in capo al coniuge richiedente;
  • l’assenza dell’addebito in capo al richiedente.

Quanto alla disparità economica, come visto per il mantenimento, deve trattarsi di una differenza sostanziale.

Quanto all’incapacità economica del coniuge richiedente di potersi mantenere con le proprie forze, deve risultare che questi non possegga affatto un reddito o, se lo possiede, esso non deve consentirgli l’autosufficienza economica: non più quindi – come con l’assegno di mantenimento – lo stesso tenore di vita che aveva durante il mantenimento ma semplicemente un tenore di vita decoroso. Questo elemento influisce enormemente sull’entità del mantenimento. Sicché, dinanzi a un marito molto ricco ben potrebbe succedere che la moglie con uno stipendio da insegnante si veda negare il mantenimento (perché già autosufficiente) o che percepisca un mantenimento minimo (si pensi a un uomo con un reddito di 50mila euro al mese che potrebbe versare un mantenimento di 1.500 euro al mese).

Quanto alla meritevolezza in capo al coniuge richiedente, deve risultare che la disparità economica non dipende da sua inerzia o colpa (come nel caso in cui questi sia malato e non possa lavorare o abbia un’età particolarmente elevata per trovare un posto). Pertanto, se il coniuge richiedente, pur in possesso di un titolo professionale e di un proprio studio, lamenta difficoltà economiche è probabile che il giudice gli neghi il mantenimento. Da ciò è derivato l’orientamento giurisprudenziale che impone al richiedente di dimostrare di aver tentato di rendersi autonomo, cercando un lavoro (tramite invio di cv, partecipazione a bandi e concorsi, ecc.).

La meritevolezza viene valutata anche in termini di capacità lavorative potenziali: il coniuge giovane e con esperienza, che ancora può immettersi nel mercato del lavoro, troverà molto più difficile ottenere l’assegno di mantenimento. 

Secondo le Sezioni Unite della Cassazione, tuttavia, laddove l’incapacità economica del coniuge richiedente sia stata determinata dal proprio sacrificio – concordato con l’ex – di dedicarsi alla casa, alla famiglia e ai figli (seppur mezza giornata), così avvantaggiando l’altro coniuge nel proprio lavoro e carriera, allora il mantenimento gli è sempre dovuto.

Infine, quanto all’addebito, anche in questo caso non ha diritto al mantenimento il coniuge che abbia tradito o sia andato via di casa a meno che non si dimostri che tali comportamenti non siano stati la causa della crisi di coppia ma la conseguenza di una crisi già in atto determinata da situazioni pregresse (violenza, un precedente tradimento, ecc.).

Come si misura l’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio non mira a ricostruire lo stesso tenore di vita sussistente durante il matrimonio ma solo l’autosufficienza economica (salvo nel caso, come appena visto, del coniuge che abbia rinunciato alla carriera per dedicarsi alla casa). Pertanto, esso è del tutto slegato dal reddito dell’ex ed è volto a garantire solo un tenore di vita decoroso, sul quale potrebbe quindi influire il possesso di altri redditi (mobiliari o immobiliari) oppure la disponibilità della casa coniugale a seguito della collocazione dei figli. 



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube