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Rinvio a giudizio a seguito di opposizione all’archiviazione

1 Gennaio 2022
Rinvio a giudizio a seguito di opposizione all’archiviazione

Quando si può impugnare il rinvio a giudizio disposto dal gip a seguito di opposizione all’archiviazione?

A seguito di opposizione all’archiviazione (art. 410 c.p.p.), il gip può disporre l’imputazione coatta (art. 409, quinto comma, c.p.p. «Fuori del caso previsto dal comma 4, il giudice, quando non accoglie la richiesta di archiviazione, dispone con ordinanza che, entro dieci giorni, il pubblico ministero formuli l’imputazione»), fissando con decreto l’udienza.

Con l’imputazione coatta, in pratica, è il giudice a stabilire che l’indagato debba essere rinviato a giudizio, anche contrariamente al parere del pm (pubblico ministero), visto che tale determinazione è assunta proprio in sede di udienza camerale fissata a seguito di opposizione all’archiviazione (ove, per l’appunto, il pm e la difesa dell’indagato avallano l’archiviazione mentre la difesa della persona offesa preme per il rinvio a giudizio – di tanto si parlerà di qui a un istante).

Precisato che la sentenza citata nel quesito non è inerente al caso di specie, e che probabilmente ci si voleva riferire alla sentenza n. 263/1991 della Consulta, dottrina e giurisprudenza si sono a lungo interrogate sulla natura del rinvio a giudizio disposto dal gip (giudice per le indagini preliminari) a seguito di opposizione all’archiviazione e, in particolare, se, nel delineare il contenuto dell’addebito, il pm è completamente vincolato alle indicazioni del gip.

Secondo la sentenza della Corte Costituzionale sopra citata, «L’ordine di formulare l’imputazione previsto dagli artt. 409, quinto comma […] costituisce […] un incisivo strumento di garanzia del rispetto sostanziale, e non solo formale, del principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale, che esige che l’inazione del pubblico ministero, manifestata con la richiesta di archiviazione, sia sottoposta ad un penetrante controllo da parte del giudice. A tal fine, occorreva provvedere per l’ipotesi in cui il dissenso tra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari circa l’idoneità degli elementi acquisiti a sostenere l’accusa sia determinato non da carenza di indagini, ma da divergenti valutazioni in ordine alla ricostruzione dei fatti ed alla loro riconducibilità in determinate figure criminose: e, stante la preminenza di quel principio, si è stabilito che dovesse prevalere la valutazione del giudice, cui si è di conseguenza attribuito il potere-dovere di ordinare che l’azione penale venisse esercitata attraverso la formulazione dell’imputazione».

La medesima sentenza così prosegue: «Indubbiamente, vi è in ciò […] una deviazione dall’astratto modello accusatorio: ma essa è stata dal legislatore contenuta nei limiti necessari al rispetto della titolarità ed obbligatorietà dell’azione, dato che al giudice per le indagini preliminari è demandato solo l’atto d’impulso, che non fuoriesce dalla funzione di controllo, mentre il concreto promovimento dell’azione, che si esplica nella formulazione dell’imputazione […]».

Orbene, non avendo più dettagliate indicazioni, questa sentenza non sembra attagliarsi al caso di specie, anche perché la stessa è sorta a seguito di una questione di diritto che non riguarda l’abnormità. Nel caso affrontato dalla Consulta, il giudice aveva disposto che il pubblico ministero formulasse l’imputazione, ma questi gli aveva restituito gli atti, chiedendo che fossero formulate le indicazioni o direttive attinenti alla concreta formulazione del capo d’imputazione o, in subordine, che venisse sollevata questione di costituzionalità.

Tanto chiarito, va detto che nel caso esposto all’interno del quesito non è dato evincere perché il Gip non avrebbe potuto formulare l’imputazione coatta; non sembra dunque che tale provvedimento sia abnorme.

Secondo la sentenza resa a Sezioni Unite dalla Corte di Cassazione (sent. n. 40984/2018), «Costituisce atto abnorme ricorribile per cassazione anche dalla persona sottoposta ad indagine il provvedimento del giudice per le indagini preliminari che, non accogliendo la richiesta di archiviazione, ordini, ai sensi dell’art. 409, comma 5, cod. proc. pen., che il pubblico ministero formuli l’imputazione per un reato diverso da quello oggetto della richiesta».

Nel caso di specie, il giudice per le indagini preliminari, rigettando la richiesta di archiviazione nei confronti dello stesso per il reato di tentata concussione, disponeva che il pubblico ministero formulasse l’imputazione per i diversi reati di violenza privata ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Secondo la giurisprudenza, è abnorme il provvedimento con cui il Gip dispone sia l’imputazione coatta che l’integrazione delle indagini, atteso che l’art. 409 c.p.p. pone queste due strade come alternative l’una all’altra, non cumulabili.

Con altra sentenza, invece, la Suprema Corte (sent. n. 26875/2017) ha stabilito che «Non è abnorme il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari che, nel rigettare la richiesta di archiviazione formulata nei confronti dell’indagato, ha indicato la necessità di ulteriori indagini non in relazione al fatto – reato per il quale era stata disposta l’iscrizione del nominativo nel registro delle notizie di reato, ma in ordine ad un illecito diverso, non immediatamente collegato a quello per la quale era stata richiesta l’archiviazione».

Sempre secondo la Suprema Corte (sent. n. 29562/18), è abnorme il provvedimento adottato in assenza di potere oppure viziato da un’irrimediabile anomalia funzionale da cui derivi un’insanabile situazione di stallo processuale. Per essere ancora più precisi, è stato stabilito dalla giurisprudenza (Cass. sez. II 5 giugno 2003 n. 277716 ; Cass. Sezioni Unite n. 25957 del 26.3.2009) che «è abnorme non solo il provvedimento che per la singolarità e stranezza del contenuto risulti avulso dall’intero ordinamento processuale, (cosiddetta abnormità strutturale) ma anche quello che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste al di là di ogni ragionevole limite così da determinare una stasi del processo con impossibilità di proseguirlo (cosiddetta abnormità funzionale)».

Avverso un provvedimento abnorme è ammesso ricorso per Cassazione. Poiché l’ordinanza del Gip è emessa a seguito di udienza camerale (art. 127 c.p.p.), il termine per impugnare in Cassazione il provvedimento abnorme è di 15 giorni (art. 585, comma primo, lettera a), c.p.p.) decorrenti dalla notifica all’indagato o da quando ne ha avuto effettiva conoscenza.

Non è invece possibile un ricorso per Cassazione incidentale, non trattandosi di impugnazione avverso ordinanze emesse nell’ambito del procedimento cautelare.

Ad avviso dello scrivente, un tentativo potrebbe essere fatto in giudizio, sollevando una questione di nullità assoluta. Secondo l’art. 179 c.p.p., sono insanabili e sono rilevate d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento, le nullità concernenti l’iniziativa del pm nell’esercizio dell’azione penale. È possibile dunque tentare di far valere la nullità di cui ci si duole direttamente nel dibattimento: nel caso di accoglimento, il procedimento dovrebbe regredire alla fase in cui si è verificata la causa di nullità. In caso di rigetto della richiesta, è possibile riproporre la questione innanzi al giudice dell’appello, trattandosi di nullità insanabile.

Tirando le fila di quanto detto sinora, sulla base delle scarne indicazioni fornite nel quesito, a sommesso parere dello scrivente non sussiste abnormità del provvedimento del gip e, anche qualora sussistesse, non sarebbe più ricorribile per Cassazione. Sarebbe invece possibile far valere la nullità, di tipo assoluto, direttamente in dibattimento. Trattasi tuttavia di mero tentativo, in quanto non vi sono elementi concreti da cui desumere che ricorra un’ipotesi d’invalidità di questo tipo.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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