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Articolo 26 Costituzione italiana: spiegazione e commento

20 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 26 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 26 sull’estradizione?

L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali.

Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.

Cos’è l’estradizione e a cosa serve?

Cosa fa un criminale dopo aver commesso un delitto? Scappa. E il più delle volte lo fa in un altro Stato. Se tuttavia varcare la frontiera fosse sufficiente per sfuggire alla punizione, una buona fetta della popolazione avrebbe sempre la valigia in mano. È evidente però che una situazione del genere non possa essere tollerata. Pertanto, nel tempo, i popoli hanno firmato una serie di accordi internazionali in forza dei quali si sono promessi reciproca collaborazione nella ricerca dei criminali e nella loro consegna alle autorità del Paese ove il reato si è consumato. Questo perché, secondo il diritto penale di tutti gli Stati, il reo può essere giudicato solo nel luogo ove ha commesso il crimine, con le sue leggi: giuste o sbagliate che siano, rigorose o più permissive.

Pertanto, tutte le volte in cui un delinquente scappa dai confini di una nazione, la sua identità viene diffusa alle autorità internazionali affinché provvedano al suo arresto e alla riconsegna al Paese di provenienza. Questa riconsegna si chiama estradizione.

L’estradizione è l’ennesima dimostrazione che l’Italia uscita fuori dalla guerra si apre alla comunità internazionale e intende collaborare con gli altri Stati per la pace e la sicurezza. Che nessuno possa più commettere delitti impunemente come era successo durante il Ventennio. Che la giustizia trionfi ovunque, anche fuori dai confini.

Certo, l’estradizione non è automatica. Dipende innanzitutto dalla sussistenza di una convenzione internazionale precedentemente stretta tra gli Stati interessati. L’articolo 26 della Costituzione prevede perciò il principio di reciprocità tra gli Stati: significa che uno Stato può chiedere ad un altro la consegna di un cittadino solo se anche quest’ultimo è disponibile a fare altrettanto.

Ma aggiunge anche che non è ammessa l’estradizione in caso di delitto politico, inteso come quello punito in virtù di una finalità discriminatoria di persecuzione politica.

In secondo luogo, l’estradizione dipende dalla natura del reato: reato che deve essere tale per entrambi i Paesi (anche se non punito con la stessa pena).

Ecco perché ottenere l’identità di un profilo fake da un social network con sede negli Stati Uniti è così difficile quando si tratta di perseguire un reato come la diffamazione online. Se tale comportamento, come noto, in Italia costituisce un reato, non è così negli Stati Uniti. Che succede a questo punto? Non vi è quella “condizione di reciprocità” necessaria – in base alle convenzioni internazionali – per eseguire richieste di carattere istruttorio penale e civile per l’identificazione del colpevole. Pertanto, in tali casi, le autorità straniere non sempre collaborano con quelle italiane, vanificando di fatto le indagini in corso. Così, chi si trova a sporgere una querela per diffamazione contro un profilo anonimo, scoprirà quanto è facile incorrere in un provvedimento di archiviazione, senza avere la possibilità di supplire, con propri mezzi, all’assenza di prove per identificare il colpevole.

Nel tentativo di rendere l’Europa un continente più sicuro, la collaborazione tra gli Stati membri è stata estesa anche sotto il profilo penale. Così l’estradizione è resa oggi più semplice grazie anche al cosiddetto mandato di arresto europeo grazie al quale l’ordine di carcerazione emesso dall’autorità di un Paese rientrante nell’area UE può essere eseguito anche negli altri Stati europei in cui il ricercato si è rifugiato.

L’articolo 26 della Costituzione e i fantasmi del passato fascista

Le idee politiche non possono essere motivo per perseguire le persone: quante volte la Costituzione ripete questo principio? Lo ha già detto l’articolo 3 («Siamo tutti uguali dinanzi alla legge senza distinzione di opinioni politiche»); lo hanno ribadito l’articolo 10 («Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici») e l’articolo 16 («Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche»); lo ha gridato a gran voce l’articolo 22 («Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome»). Ed ora c’è l’articolo 26 che stabilisce che non è ammessa l’estradizione per reati politici.

Perché tutto questo timore per la politica? Perché il fascismo era un’ideologia politica e, sulla base di essa, sono stati commessi i crimini più feroci. Dunque, ancora una volta, la nostra Costituzione risulta essere la reazione di un popolo terrorizzato dal passato come chi va dallo psicologo perché ha subìto un trauma in tenera età e vede ovunque i fantasmi dell’infanzia. Ecco la ragione per cui, anche se, nella storia dell’umanità, l’estrema sinistra è degenerata più volte in dittature e ha fatto altrettanti morti quanto la destra, nella nostra Costituzione non vi è il divieto di apologia di marxismo e leninismo.

Il risultato della seconda parte dell’articolo 26 della Costituzione è questo: se un dissidente di un regime viene incriminato, condannato e perseguito nel proprio Paese perché in contrasto con le idee del partito al potere e, in forza di ciò, dovesse trovare rifugio in Italia, il nostro Stato non potrebbe rispedirlo in patria. E siccome il mondo è pieno più di furbetti che di criminali, ecco che questo motivo viene spesso utilizzato dai clandestini irregolari per evitare l’ordine di espatrio.

Tra i reati politici non è contemplato quello di genocidio: significa che chi viene accusato di questo delitto può essere consegnato nelle mani delle autorità del Paese richiedente.

È poi vietata l’estradizione di un individuo verso uno Stato il cui ordinamento preveda delle pene che non possono essere inflitte in Italia. Di conseguenza, l’estradizione è vietata, ad esempio, verso uno Stato in cui l’imputato o il condannato di cui si chiede la consegna possa rischiare la pena di morte (la pena di morte, infatti, è vietata in Italia dall’articolo 27 della Costituzione).

L’Unione europea, attraverso la sua Carta dei diritti fondamentali, allarga questa tutela ai cittadini che, a causa dell’estradizione, possano subire «tortura o altre pene o trattamenti inumani e degradanti».



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