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Un processo penale blocca la rottamazione?

21 Dicembre 2021 | Autore:
Un processo penale blocca la rottamazione?

La definizione agevolata della lite tributaria con pagamento ridotto non è preclusa dalla pendenza di un procedimento penale per la medesima vicenda.

Avevi aderito alla rottamazione delle liti fiscali pendenti, ma poi hai subìto un processo penale per quella vicenda. Adesso, l’Agenzia delle Entrate non vuole più riconoscerti il beneficio del pagamento ridotto. L’opposizione del Fisco arriva quando hai già pagato alcune rate o, addirittura, nel momento in cui hai già saldato l’intero importo dovuto. Un processo penale blocca la rottamazione? Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] ha detto di no, e così ha dato via libera alla definizione agevolata della controversia, nonostante la pendenza del giudizio penale a carico del contribuente.

In base a questa pronuncia della Suprema Corte, un processo penale non può impedire gli effetti riconosciuti dalla rottamazione, neppure quando esso riguarda fatti reato sorti nel giudizio tributario che ha deciso l’opposizione alle cartelle esattoriali. Al di là del caso specifico deciso dai giudici di piazza Cavour, la problematica interessa tutti i contribuenti che hanno aderito alla cosiddetta “rottamazione delle liti fiscali” in una delle sue varie edizioni. Si tratta di un sostanzioso sconto sul debito d’imposta riportato nella cartella. Il beneficio è stato riconosciuto a tutti coloro che hanno deciso di fare pace con il Fisco e che sono premiati con un notevole abbattimento dell’importo dovuto: il taglio può arrivare fino al 95%. E non si esclude che il Governo possa varare, prossimamente, una successiva edizione di questa forma di pace fiscale per le cause contro l’Agenzia delle Entrate, che finora si è rivelata molto utile per abbattere il contenzioso tributario.

La rottamazione delle liti fiscali

La rottamazione delle liti fiscali è una forma di definizione agevolata delle controversie pendenti con l’Agenzia delle Entrate pendenti in qualsiasi stato e grado del giudizio, compreso quello in Cassazione. Questa speciale forma di rottamazione – che può essere avviata solo quando è già stato proposto il ricorso tributario contro la cartella ricevuta – ha consentito a molti contribuenti di definire le controversie tributarie pendenti con il pagamento di un importo ridotto.

La somma da versare per chiudere la vicenda viene calcolata sul valore della lite, in base a una percentuale decrescente in relazione alla fase della causa e al suo esito. Ciò rende conveniente aderire, specialmente se il contribuente era già risultato vittorioso nelle prime fasi del giudizio tributario e non intende proseguire oltre nella causa, chiudendo subito e definitivamente la controversia insorta contro l’Agenzia delle Entrate.

In particolare, nell’ultima edizione della rottamazione delle liti fiscali [2], varata nel 2018, la somma dovuta per l’estinzione del giudizio tributario è stata determinata nelle seguenti percentuali:

  • 90% per i giudizi pendenti in primo grado e instaurati con ricorso depositato alla data del 24 ottobre 2018;
  • 40% in caso di soccombenza dell’Agenzia in primo grado (Commissione tributaria provinciale);
  • 15% se l’Agenzia ha perso anche nel secondo grado (sentenza della Commissione tributaria regionale);
  • 5% per le controversie pendenti in Cassazione.

Rottamazione lite fiscale e processo penale

La vicenda decisa dalla Corte di Cassazione [1] riguardava una società che aveva aderito alla rottamazione delle liti, ma l’Agenzia delle Entrate aveva impugnato la definizione agevolata, ritenendo che la sua soccombenza nella causa tributaria fosse dovuta a una condotta illecita del contribuente: il legale rappresentante era stato rinviato a giudizio per i reati di truffa e di falso e, dunque, era in corso un processo penale per l’accertamento di tali fatti.

Nonostante la pendenza del processo penale, la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto del contribuente di beneficiare della rottamazione della lite fiscale, nelle forme della definizione agevolata cui aveva aderito: infatti – spiega la sentenza – l’assenza di un esito definitivo del procedimento penale non consente di ritenere «indeterminabili» gli importi dovuti per la definizione della controversia, ma, al contrario, impone di attribuire rilevanza alle sentenze di merito emesse nella causa tributaria. E in quel caso vi era stata la cosiddetta pronuncia «doppia conforme», cioè la vittoria del contribuente in entrambi i gradi del giudizio di merito. Pertanto, alla società spettava la definizione della lite con la liquidazione nella misura minima del 5%.

Ma cosa succede se poi il processo penale si conclude in senso sfavorevole al contribuente? A questo proposito, gli Ermellini hanno fornito un’importante precisazione: soltanto se, in seguito, dovesse emergere che quelle sentenze emesse dalle Commissioni tributarie erano viziate per dolo del giudice, l’Amministrazione finanziaria potrà chiedere la loro revocazione, ai sensi dell’art. 396 Cod. proc. civ. A quel punto, si aprirebbe la strada del recupero degli importi indebitamente non versati e la rottamazione della lite verrebbe meno per sopravvenuta carenza del suo presupposto legittimante.


note

[1] Cass. sent. n. 40217 del 15.12.2021.

[2] Art. 6 D.L. n. 119/2018.


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