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Webcam attiva del computer aziendale: è possibile?

21 Dicembre 2021
Webcam attiva del computer aziendale: è possibile?

Quando e come il datore di lavoro può controllare il computer dei dipendenti e attivare la telecamera nel monitor per spiare ciò che si fa in ufficio. 

Un nostro lettore ci chiede se, nell’ambito dei controlli a distanza che il datore di lavoro può attuare nei confronti dei dipendenti, è possibile attivare la webcam del computer aziendale in modo da controllare eventuali comportamenti illegittimi del lavoratore. Il sospetto è che ciò possa porsi in aperto contrasto con quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori.

La questione non è così semplice come potrebbe apparire a prima vista e coinvolge il problema dei cosiddetti «controlli difensivi» su cui, peraltro, la Corte di Cassazione è tornata a parlare proprio di recente [1]. In quest’ambito, come vedremo a breve nel presente articolo, si giustificano controlli più pervasivi da parte del datore che possono anche spingersi a violare la privacy dei dipendenti in modo occulto e senza informazione preventiva. 

Ma procediamo con ordine e vediamo se è possibile attivare la webcam del computer aziendale per spiare un lavoratore. 

Quando il datore di lavoro può controllare i dipendenti?

È bene ricordare che l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori ammette i cosiddetti controlli a distanza, quelli cioè effettuati tramite sistemi di videosorveglianza, solo se sussistono le seguenti necessità:

  • esigenze organizzative e produttive; 
  • salvaguardia della sicurezza sul lavoro; 
  • tutela del patrimonio aziendale.  

In ogni caso, prima dell’installazione dell’impianto video è necessario stringere un accordo con i sindacati aziendali o, in mancanza, ottenere l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. È infine indispensabile che i lavoratori siano messi al corrente della presenza delle telecamere con appositi cartelli ben visibili. I tempi di conservazione delle immagini devono essere quelli strettamente necessari a reprimere eventuali illeciti.

Come controllare il computer dei dipendenti?

Oltre ai controlli realizzati tramite la videosorveglianza («controlli a distanza»), il datore di lavoro può oggi controllare il computer dei dipendenti e tutti gli altri strumenti aziendali messi a loro disposizione (come laptop, portatili, smartphone, tablet). A tal fine, non è necessario l’accordo con i sindacati o l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro; è tuttavia indispensabile che il lavoratore sia stato messo precedentemente al corrente della possibilità di una verifica dei cookies, della cronologia di navigazione, del contenuto delle email e dei file. Insomma, il dipendente deve sapere che il suo device è sotto controllo. Tanto è stato previsto con la riforma del lavoro del 2015 (il cosiddetto Jobs Act).

Il datore di lavoro può attivare la webcam per spiare il dipendente?

È tecnicamente possibile accendere, da remoto, la telecamera posizionata sul monitor di un pc in modo da verificare non solo le attività svolte sul pc stesso ma anche le azioni del dipendente effettuando così un vero e proprio controllo ambientale. 

Bisogna verificare se tale attività sia consentita o meno rispetto alle norme appena elencate. 

In verità, la giurisprudenza ammette ciò che tecnicamente vengono chiamati controlli difensivi ossia quelle attività di “spionaggio” nei confronti dei dipendenti effettuate d’iniziativa dell’azienda senza il rispetto delle procedure e delle condizioni appena menzionate. Ma ciò solo a condizione che vi siano evidenti indizi di colpevolezza nei confronti del soggetto controllato. 

In particolare, la Suprema Corte ha confermato che tutti i dati contenuti nel pc assegnato al dipendente costituiscono patrimonio aziendale e che il datore di lavoro, nel rispetto dei doveri di correttezza, pertinenza e non eccedenza, ha la facoltà di acquisire ed utilizzare i dati lì contenuti ai fini disciplinari e difensivi, senza che ciò comporti di per sé una violazione della normativa sulla privacy.

Ciò è confermato da un consolidato orientamento della Corte di Cassazione secondo cui «i controlli anche tecnologici posti in essere dal datore di lavoro finalizzati (…) ad evitare comportamenti illeciti, in presenza di un fondato sospetto circa la commissione di un illecito, purché sia assicurato un corretto bilanciamento tra le esigenze di protezione di interessi e beni aziendali, correlate alla libertà di iniziativa economica, rispetto alle imprescindibili tutele della dignità e della riservatezza del lavoratore, sempre che il controllo riguardi dati acquisiti successivamente all’insorgere del sospetto». 

Affinché siano legittimi e sia pertanto possibile utilizzare le informazioni eventualmente raccolte, i controlli occulti possono essere effettuati non già in via preventiva, a scopo precauzionale, ma solo per reprimere o far cessare condotte illecite già prodottesi e di cui quindi vi sia un fondato sospetto. 

Tali controlli possono avvenire anche in maniera “occulta” (cosiddetti «controlli difensivi occulti»), a condizione che l’attività di accertamento effettuata dal datore avvenga con modalità non eccessivamente invasive e rispettose delle garanzie di libertà e dignità dei dipendenti. La giurisprudenza ammette i controlli difensivi, anche occulti, in caso di gravi illeciti (quali ad esempio furti, sospetti di perdite economiche, danneggiamenti, comportamenti lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale). 

Il controllo deve comunque essere sempre attuato secondo canoni di correttezza e buona fede e deve rivestire carattere occasionale e non sistematico nonché costituire una extrema ratio in quanto tecnicamente indispensabile e non sostituibile con altri tipi di indagine. 

È quindi necessario compiere un’analisi caso per caso: solo questa potrà stabilire se l’attivazione della webcam posizionata sul monitor del computer del dipendente sia l’unica strada percorribile per acquisire le prove di un grave illecito del dipendente, al fine di procedere poi all’eventuale querela e al licenziamento per giusta causa. 


note

[1] Cass. sent. n. 33809/20201.

[2] Cass. sent. n. 25732/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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