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Articolo 27 Costituzione italiana: spiegazione e commento

21 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 27 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 27 sulla presunzione di innocenza e sulla responsabilità penale personale?

La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte.

La responsabilità penale è sempre personale

Dai quattro principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione è possibile trarre numerose regole di vita quotidiana. Prima tra tutte quella secondo cui nessuno può essere punito per un reato commesso da altri. Nel nostro ordinamento vige il principio secondo cui la responsabilità penale è solo personale: del crimine può rispondere solo il suo autore e nessun altro. 

Tanto per fare un esempio, una persona che presta l’auto a un familiare non risponde di omicidio stradale se questa investe un pedone. Un genitore non può essere mandato in carcere per i reati commessi dal figlio minorenne. Il socio di una Srl non sarà mai responsabile delle condotte illecite commesse dall’amministratore.

La responsabilità civile e quella amministrativa invece prevedono forme di responsabilità oggettiva, quella cioè che attribuisce a un terzo soggetto la responsabilità (esclusiva o concorrente) per gli illeciti commessi da altri. Si pensi ad esempio all’obbligo per il padre e la madre di risarcire i danni conseguenti a condotte del figlio minorenne, sia per quelle di natura penale (atti di bullismo), civile (la rottura di un vetro a seguito di una pallonata) che amministrativa (la contravvenzione per la corsa sull’autobus senza biglietto). Si pensi anche al proprietario dell’auto, responsabile in solido con il conducente a seguito della violazione del Codice della strada da questi commessa. Un altro esempio è costituito dalle multe comminate al condominio per la violazione delle norme sulla raccolta differenziata imputabile a un solo condomino. Ed infine gli eredi rispondono dei debiti del defunto, ma fortunatamente non delle sanzioni amministrative (ad esempio, le contravvenzioni stradali), tributarie (ad esempio, gli aggravi sulle tasse non pagate) e penali (le multe per i reati).

Nel penale, invece, sussiste il divieto di qualsiasi forma di responsabilità oggettiva. Sussistono tuttavia alcune ipotesi in cui è comunque configurabile una forma di responsabilità “allargata”. È la cosiddetta colpa per non aver vigilato su determinate persone o situazioni che si aveva l’obbligo di controllare. Si pensi al datore di lavoro responsabile penalmente per l’infortunio occorso al lavoratore che, per sua inerzia, non abbia indossato i sistemi di protezione; si pensi al padrone di un cane che risponde penalmente per le ferite da morso procurate agli estranei; si pensi al direttore di una testata giornalistica perché ha permesso, senza controllare, la pubblicazione di scritti dei propri redattori; si pensi al titolare di un asilo che non metta in sicurezza l’immobile, consentendo così a un bambino di ferirsi. Insomma, esiste un principio, nell’ambito del diritto penale, in forza del quale il non impedire un fatto che si aveva l’obbligo di evitare equivale a commetterlo.

Resta comunque solido il principio secondo cui, affinché vi possa essere una responsabilità penale, è necessario che il soggetto sia capace d’intendere e di volere: il reo deve essere in grado di comprendere il significato delle proprie azioni. E così si punisce a titolo di dolo, ossia di malafede, chi compie coscientemente un’azione con il proposito di realizzare un determinato effetto (si pensi a chi si arma di una pistola per uccidere qualcuno) e a titolo di colpa chi compie coscientemente un’azione, senza il proposito di danneggiare altri ma violando le comuni regole di prudenza, diligenza e perizia (si pensi a un medico che, distrattamente, lascia le garze nella pancia del paziente o a un automobilista che procede a 200 chilometri all’ora incurante del fatto che potrebbe andare a sbattere contro altri veicoli).

Non c’è dubbio che chi spara un colpo di pistola in aria, per festeggiare il capodanno, non vuole uccidere nessuno ma è in grado di rappresentarsi la possibilità che ciò avvenga e pertanto è ugualmente responsabile, a titolo di colpa cosciente.  

Se però è vero che, per essere puniti penalmente, bisogna essere capaci e coscienti, basta allora ubriacarsi o drogarsi per non rispondere di un reato? Chiaramente no: in questo caso, la legge fa risalire la volontà ad un momento anteriore alla commissione del crimine: quello dell’assunzione della sostanza alcolica o drogante. È in quel momento che il soggetto è consapevole di poter perdere i freni inibitori e, quindi, deve assumersi anche la responsabilità di ciò che potrebbe compiere laddove non sia più capace di controllarsi.

La presunzione di innocenza 

Il secondo cardine del sistema penale moderno, sancito per la prima volta da Montesquieu, è la presunzione di innocenza: l’imputato non può essere considerato colpevole prima di una condanna definitiva.  

La condanna si considera «definitiva» solo quando non può essere più impugnata, o perché il giudizio ha percorso tutti i gradi di giudizio (appello e Cassazione) o perché sono scaduti i relativi termini per l’impugnazione. 

Scopo dell’articolo 27 è di evitare che si possa considerare colpevole una persona che è solo sottoposta a indagini o semplicemente imputata in un processo non ancora terminato. Si tratta di un principio di civiltà giuridica. Diversamente, chiunque sia vittima di una querela pretestuosa altrui, magari infondata e priva di prove, si troverebbe ad essere ritenuto dalla collettività alla stregua di un criminale. 

La presunzione di innocenza, seppur chiara e pacifica per la legge, non lo è purtroppo per l’opinione pubblica. Sappiamo infatti quanto possa incidere sul pregiudizio popolare la notizia di un avviso di garanzia o di un rinvio a giudizio. Inutile nascondersi dietro un dito: la nostra diffidenza nei confronti del prossimo ci gioca brutti scherzi fino a quando non siamo noi stessi gli imputati. Partiamo da una presunzione di colpevolezza non appena veniamo a sapere di un’inchiesta penale, complici anche i giornali che danno in pasto ai lettori solo le notizie più eclatanti, quelle cioè relative agli arresti e agli avvisi di garanzia, tacendo poi la successiva assoluzione. Eppure, il più delle volte, gran parte delle indagini e dei processi non portano alla condanna dell’imputato, senza che di ciò però si sappia nulla. Qualcuno ha ironicamente detto che in Italia, ogni mattina, si aprono più inchieste che finestre. Non aveva torto. E questo succederà fino a quando la carriera dei pubblici ministeri verrà ancorata alle condanne e non sarà invece penalizzata dai processi intentati contro innocenti.

Proprio per rafforzare le tutele dell’imputato e dell’indagato, una recente legge (che ha recepito la direttiva Ue n. 2016/343) prevede una carta contenente i diritti dell’imputato e dell’indagato. Si tratta di una serie di garanzie volte a non presentare prematuramente come colpevole il soggetto sottoposto a indagini o a un procedimento penale. È stato introdotto il divieto per le pubbliche autorità (concetto nel quale far rientrare non solo le forze dell’ordine ma tutti i funzionari pubblici, compresi ministri e altri funzionari pubblici) di presentare prematuramente come colpevole la persona sottoposta a indagini o imputata in un procedimento ancora in corso. In questo modo, anche la stampa non potrà adottare formule che possano ingenerare equivoci nei lettori. Chi legge le notizie deve ben comprendere che l’avvio di un procedimento penale non significa colpevolezza.

Pertanto, fino a quando la colpevolezza di un imputato non è stata provata nel corso del processo, le dichiarazioni pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sull’attribuzione di responsabilità penale non devono presentare la persona interessata come colpevole. 

L’indagato o il processato ha il diritto di richiedere la rettifica delle eventuali dichiarazioni illegittime sul suo conto e, di conseguenza, l’obbligo di provvedere entro le successive 48 ore da parte di chi le ha diffuse.

Per evitare che la stampa pubblichi notizie non ufficiali, spesso infondate o comunque non verificate, si prevede che i rapporti con gli organi di informazione devono essere tenuti dal Capo procuratore o dal suo delegato. 

La diffusione di notizie sui procedimenti penali è possibile solo in due casi:

  • quando strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini;
  • quando «ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico».

Perché si mette in carcere chi non è stato ancora condannato?

Ci si potrebbe giustamente chiedere perché, se è vero che non si può ritenere colpevole chi non è stato condannato in via definitiva, esiste il carcere preventivo a cui viene soggetto chi non è stato ancora giudicato. Quella che tecnicamente viene chiamata custodia cautelare e che inevitabilmente finisce per privare il cittadino della sua libertà prima ancora di una sentenza definitiva, può avere luogo solo quando sussistono accuse di reati molto gravi e vi sia il pericolo di:

  • fuga da parte dell’imputato, per sottrarsi al processo e alla punizione;
  • inquinamento delle prove, per impedire agli inquirenti di accertare la propria responsabilità;
  • commissione di altri reati come nel caso dello stalker. 

Solo in tali casi, del tutto eccezionali, è dunque possibile sottoporre l’accusato a carcerazione preventiva o agli arresti domiciliari.

L’umanità della pena

Terzo principio contenuto nell’articolo 27 della Costituzione è quello dell’umanità della pena. Dice il testo: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». In esso sono contenuti due concetti diversi. Da una parte, viene ritenuta illecita ogni forma di violenza o di tortura durante la pena detentiva, cosa che in passato era abituale praticare. Significa che alla privazione della libertà non è possibile aggiungere l’annullamento della dignità umana e dell’identità della persona. Così facendo, la Costituzione impone che ogni persona debba mantenere i propri diritti inviolabili anche quando si è macchiato di gravi delitti. Per esempio, non è possibile maltrattare o torturare un capo mafioso, un serial killer o uno spietato assassino, per quanto umano possa essere farsi assalire dalla relativa tentazione: consapevole di ciò e delle debolezze anche di chi tutela la giustizia, la Costituzione lo vieta espressamente.

L’altro concetto espresso da questo principio è la rieducazione del detenuto. Il carcere deve essere concepito non solo come un luogo di punizione in cui si viene privati dalla libertà per il reato commesso ma anche come una struttura di rieducazione e di recupero del condannato, sempre che egli sia disposto a ravvedersi e a darsi una seconda onesta possibilità. Di tanto parleremo meglio a breve.

La funzione della pena

A che serve la pena? A punire il colpevole e a impedire che commetta di nuovo lo stesso sbaglio? A rieducarlo affinché, con la sofferenza, comprenda la gravità della propria azione? A disincentivare la collettività dalla commissione di condotte simili? A restituire dignità alla vittima, a ristorarla dalla sofferenza patita, con la consapevolezza che la giustizia ha fatto il proprio corso? Un po’ a tutte queste cose. Una cosa è certa: ciò che la pena non può fare è mortificare il reo, alienarlo, distruggerne la personalità o l’integrità fisica. La pena, se anche serve a realizzare tutte le finalità appena elencate, deve comunque tendere a rieducare il colpevole, a recuperarlo, a reinserirlo all’interno della società affinché anche lui possa fornire il proprio contributo per il benessere collettivo. Ecco perché nel nostro Paese, da un lato, esiste l’istituto della buona condotta e, dall’altro, sono vietate le pene esemplari, quelle cioè sproporzionate rispetto all’illecito commesso, rivolte solo a dissuadere la collettività e a mantenere l’ordine sociale. Uno non può pagare per tutti.

Anche in questo caso, però, la realtà è diversa dalla teoria. L’Italia è stata la nazione più duramente condannata dai giudici europei per il trattamento inumano nelle carceri causato da celle troppo strette, inferiori a 3 metri quadrati. Per avere un’idea dell’intensità del problema basta esaminare uno degli ultimi rapporti di Antigone (Associazione che si batte per i diritti nelle carceri): il sovraffollamento carcerario è del 142,5%: dunque, ci sono oltre 140 detenuti ogni 100 posti letto, mentre la media europea è del 99,6%.

La situazione è particolarmente grave in alcuni istituti dove il numero dei detenuti è più che doppio rispetto ai posti regolamentari. Al problema degli spazi si aggiunge quello delle condizioni malsane, degli ambienti poco puliti, delle pareti scrostate e dei letti arrugginiti. Ecco perché alla Corte di Strasburgo pervengono più di 500 ricorsi l’anno da parte dei detenuti italiani. Ed ecco anche perché si moltiplicano i provvedimenti legislativi volti a consentire misure alternative al carcere per espiare la pena (affidamento ai servizi sociali, semilibertà, ecc.).

Per favorire il reinserimento dell’ex condannato nel tessuto sociale è stato poi previsto il diritto all’oblio, l’obbligo cioè per le testate giornalistiche online di cancellare le notizie pubblicate sulle proprie pagine web, riportanti la condanna o le indagini nei confronti di un cittadino, quando non sono più attuali. In questo modo, chi ha scontato la propria pena non si vedrà per sempre etichettato dalla società come un criminale, circostanza questa che gli impedirebbe di rifarsi una vita, iniziare un lavoro e vivere da cittadino modello. 

Il divieto della pena di morte

Ultimo principio, ma non per questo meno importante, è il divieto della pena di morte. E, come essa, anche tutte le altre pene che implichino mutilazioni o menomazioni permanenti all’integrità fisica come, ad esempio, la castrazione chimica (seppur invocata da alcune forze politiche, nonostante l’evidente contrasto con la Costituzione).

Il testo originale dell’articolo 27 della Costituzione consentiva il ricorso alla pena capitale «nei casi previsti dalle leggi militari di guerra». Questa parte è stata eliminata con la legge costituzionale n. 1 del 2007. Sicché, oggi, la pena di morte è sempre e comunque, vietata in Italia. La vita è infatti un bene supremo e insopprimibile della persona contro il quale né un privato cittadino né tantomeno lo Stato possono attentare. Ed è proprio in forza di ciò che il precedente articolo 26 vieta l’estradizione verso quegli Stati in cui il rifugiato verrebbe punito con la pena di morte. 



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