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Spese straordinarie casa familiare: chi paga?

22 Dicembre 2021 | Autore:
Spese straordinarie casa familiare: chi paga?

I criteri di riparto dei costi dell’immobile che viene assegnato in abitazione ad uno degli ex coniugi separati o divorziati.

La buccia di banana su cui scivolano molti ex coniugi nelle cause di separazione o di divorzio è l’assegnazione della casa familiare a chi dei due vi abiterà con i figli minori. Si tende a pensare che, una volta stabilito – con l’accordo dei coniugi o nel provvedimento del giudice – a chi debba andare l’uso di questo immobile, tutto sia risolto, ma in pratica non è così. Spesso, sorgono controversie riguardo alle spese straordinarie della casa familiare: chi le paga?

Mentre per le spese ordinarie – come le bollette luce e gas, il condominio, la tassa sui rifiuti urbani – il riparto è facile, in quanto esse ricadono normalmente su chi beneficia dell’assegnazione (salvo che il giudice abbia stabilito diversamente), le spese straordinarie della casa familiare causano molti dubbi, soprattutto per il fatto che non sono preventivabili a priori. Quando però arriva la tegola – ad esempio, la ristrutturazione della facciata esterna, il rifacimento del tetto o la sostituzione della caldaia condominiale centralizzata – i costi possono essere ingenti e occorre capire chi dovrà pagare: i litigi nascono specialmente quando la casa è di proprietà esclusiva di uno solo dei due ex coniugi (o dei suoi genitori) ma è stata assegnata all’altro, che ovviamente cercherà di godere dell’immobile senza addossarsi gli oneri.

Assegnazione della casa familiare

La casa familiare è quella ove la coppia di coniugi aveva stabilito la residenza e l’abituale dimora della famiglia durante il matrimonio. La casa familiare viene assegnata, dal giudice della separazione o del divorzio, all’ex coniuge che continuerà ad abitarvi insieme ai figli minori, o a quelli maggiorenni non autosufficienti o disabili. L’art. 337 sexies del Codice civile stabilisce che «il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli», per consentirgli di continuare a vivere nel medesimo luogo ove sono nati e stanno crescendo, anche dopo la fine del matrimonio dei loro genitori.

L’assegnazione è indipendente dalla proprietà dell’immobile: ad esempio, la casa può essere in comproprietà tra i coniugi, o intestata esclusivamente al marito, ma viene comunque data in abitazione alla moglie se i figli sono collocati presso di lei. Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale è trascritto nei pubblici registri immobiliari. Il diritto di abitare nella casa assegnata non è stabilito «a vita», ma viene meno se l’ex coniuge assegnatario muore o lascia l’immobile e cessa di abitarvi, oppure se contrae nuove nozze o intraprende una convivenza stabile con un un nuovo partner. In ogni caso, il godimento dell’abitazione cessa quando i figli sono diventati maggiorenni ed economicamente indipendenti, e dunque sono in grado di andare a vivere altrove. In presenza di una di queste condizioni, la casa assegnata all’ex coniuge torna al proprietario.

Casa familiare: ripartizione spese tra gli ex coniugi

Abbiamo visto che il godimento della casa familiare può essere attribuito anche all’ex coniuge che non è proprietario dell’immobile, se vi sono figli minori, o maggiorenni non autosufficienti, che abitano con lui (o con lei, dato che normalmente la beneficiaria dell’assegnazione è la madre dei bambini o dei ragazzi). Quindi, si verifica una scissione tra il diritto di proprietà, che rimane attribuito all’originario intestatario, e il diritto di abitazione, che viene riconosciuto all’assegnatario per un periodo che, nella maggior parte dei casi, è molto lungo e si protrae per diversi anni.

Questa peculiare situazione richiede che le spese di manutenzione ordinaria e legate all’uso normale e quotidiano della casa familiare siano attribuite all’utilizzatore, e dunque all’ex coniuge assegnatario. Sarà quindi costui – o, come di solito accade, costei, cioè l’ex moglie – a dover pagare le utenze, la tassa sui rifiuti e le spese condominiali di gestione ordinaria.

Il criterio si ribalta quando si tratta di attribuire le spese straordinarie per la casa familiare: esse ricadono sempre su chi è il proprietario dell’appartamento, anche se non lo utilizza e non può disporne, perché è stato assegnato all’ex coniuge. Gli accordi di separazione o di divorzio intercorsi tra i coniugi possono, comunque, stabilire diversi criteri di ripartizione, così come il provvedimento del giudice potrebbe stabilire altre specifiche regole di suddivisione, in base alla concreta situazione economica della coppia separata o divorziata. L’art. 337 sexies del Codice civile si limita ad enunciare un criterio molto elastico, che lascia un ampio margine di discrezionalità ai tribunali, quando afferma che: «Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà».

Specificando questo criterio, una recente ordinanza della Cassazione [1] ha affermato che, in alcuni casi, anche le spese straordinarie relative alla casa familiare possono ricadere sull’assegnatario, anziché sul proprietario. La Suprema Corte è stata drastica nell’affermare che «gli accordi separativi relativi alla definizione del regime giuridico dell’immobile e all’obbligo di sostenere le spese di manutenzione non rilevano ai fini dei criteri determinativi dell’assegno di divorzio». Questo perché – spiegano i giudici – le spese della casa familiare sono «estranee al contenuto tipico della causa divorzile».

La vicenda decisa dagli Ermellini presentava delle peculiarità che hanno giustificato questo scostamento dalla regola generale secondo cui le spese straordinarie della casa coniugale spettano al proprietario: su quella ex casa familiare gravava un usufrutto stabilito in favore della moglie, mentre la nuda proprietà era stata attribuita alle figlie della coppia divorziata e l’obbligo di provvedere alle spese di manutenzione straordinaria era stato attribuito al marito. In seguito, quando la donna aveva chiesto, ed ottenuto, un aumento dell’assegno divorzile (riconosciutole in 3.000 euro mensili), il Collegio ha ritenuto che almeno i costi di manutenzione straordinaria dell’immobile non dovessero più ricadere sull’ex marito, anche perché di essi si era tenuto conto «in via indiretta» nella determinazione del cospicuo assegno che egli le doveva versare. Al di là del caso specifico, si può ben notare che esiste nella prassi giudiziaria uno stretto rapporto tra assegnazione della casa coniugale e assegno di mantenimento.


note

[1] Cass. ord. n. 40793 del 20.12.2021.


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