Diritto e Fisco | Editoriale

Titolo in Spagna: dopo tre anni gli abogados diventano avvocati

19 Luglio 2014
Titolo in Spagna: dopo tre anni gli abogados diventano avvocati

Le conseguenze della sentenza della Corte Ue: con l’attività si acquisisce il titolo italiano.

La decisione della Corte Ue che “sdogana” gli «abogados» spagnoli nel nostro Paese è destinata ad avere effetti immediati e di portata più ampia. I principi affermati nella sentenza del 17 luglio scorso (leggi: “Abogados con titolo in Spagna: per la Corte di Giustizia il titolo è legittimo”) – diritto di stabilimento ampio ed esclusione del principio dell’abuso del diritto quando si attua una libertà fondamentale del trattato, con il superamento, come parametro universale, dell’utilizzo delle regole nazionali di accesso alla professione – sono destinati a valere in Italia per molte professioni regolamentate che, da una mappatura della Commissione europea del 2014, risultano ben 155.

Per quanto riguarda gli avvocati, sarà difficile, per i Consigli degli ordini, bloccare le pratiche di iscrizione nel registro speciale [1]. Di conseguenza, per le pratiche pendenti e future, i Consigli degli Ordini dovranno accogliere le richieste di iscrizione nell’albo speciale degli avvocati stabiliti di chi ha conseguito il titolo e l’iscrizione all’albo in un altro Paese membro (che abbia conseguito o meno la laurea in Italia): l’interessato potrà esercitare con il titolo dello Stato di origine.

Ma le conseguenze non finiscono qui. Trascorsi tre anni di esercizio della professione in Italia, gli “abogados” potranno essere assimilati agli avvocati dello Stato membro ospitante. Insomma, potranno fregiarsi del titolo italiano di “avvocato”.

Infatti, la direttiva [2] prevede che, provato l’esercizio per almeno tre anni di un’attività effettiva e regolare nello Stato membro ospitante, e riguardante il diritto di tale Stato, ivi compreso il diritto comunitario, gli abogados saranno dispensati dalle prove [3]. Principi che naturalmente valgono anche per altri titoli professionali acquisiti in altri Stati Ue. E questo anche quando i richiedenti, dopo aver ottenuto il titolo in un altro Paese, chiedano immediatamente dopo l’iscrizione in Italia. Anche in questi casi, infatti, la Corte ha escluso ogni automaticità nel considerare questa prassi come un abuso del diritto, chiedendo, in pratica, a chi la invoca, di dimostrarne l’esistenza sotto il profilo soggettivo e oggettivo.

È evidente che i giudici comunitari hanno voluto imporre alle autorità nazionali – in questo caso gli Ordini – una lettura della direttiva orientata al rispetto della libera circolazione nella forma del diritto di stabilimento. La Corte, infatti, sottolinea che il principio cardine della libera circolazione deve valere per i professionisti, rafforzando il riconoscimento reciproco e limitando eventuali elusioni di questi principi adducendo l’abuso del diritto.

I principi affermati dalla Corte sono destinati a valere per tutti gli ordini professionali che non potranno avere come parametro, per l’iscrizione di cittadini che conseguono titoli in un Paese membro, le regole nazionali ma saranno tenuti a considerare i titoli professionali acquisiti altrove (salvo regole specifiche come per i revisori contabili). D’altra parte, il principio della presunzione a vantaggio di chi acquisisce il titolo in un Paese diverso da quello ospitante è alla base del sistema generale di riconoscimento delle qualifiche professionali proprio della direttiva del 2005 [4] (che esclude esplicitamente alcune categorie come i notai).


note

[1] In base alla direttiva 98/5.

[2] Art. 10 direttiva n. 98/5.

[3] Prove previste dall’art. 4 della direttiva 89/48.

[4] Direttiva 2005/36.

Autore immagine: 123rf com


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