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Ciò che accomuna la Bellucci, la Rodriguez, Fiorello e il sig. Rossi: il furto d’identità su Facebook

29 gennaio 2012


Ciò che accomuna la Bellucci, la Rodriguez, Fiorello e il sig. Rossi: il furto d’identità su Facebook

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 gennaio 2012



Siamo lieti di pubblicare il contributo di SUSY P. inviato a “La Legge per Tutti”. Riportiamo di seguito il testo integrale dell’articolo del nostro lettore.

Il diffondersi di strumenti di contatto e di condivisione dei dati personali sui social network porta con sé la crescita esponenziale di condotte illecite, spesso lesive della privacy. Una di queste è la sempre più frequente creazione di profili falsi mediante l’impiego di dati personali altrui (anche detta e-personification).

Un bel giorno, un amico si congratula con te per le nuove foto che hai pubblicato. Non ne comprendi le parole sinché non ti accorgi che qualcuno ti ha rubato l’identità su Facebook, clonando la tua immagine e le informazioni personali. E mentre ti rendi conto di quello che sta accadendo, il numero di “nuovi amici” aumenta in modo vertiginoso, senza che tu ci possa fare nulla.

Il furto d’identità su Facebook è all’ordine del giorno. Secondo alcuni sociologi, spesso viene fatto solo per provare il  brivido di assumere le vesti di personaggi famosi (i più gettonati in Italia sono Monica Bellucci, Michelle Hunziker, Fiorello, Alessia Marcuzzi, Belen Rodriguez). Ma non è necessario essere famosi perché ciò accada. Può capitare a chiunque: è sufficiente confermare l’amicizia a una persona sconosciuta. Da quel momento, si perde subito la privacy; l’estraneo avrà accesso a tutte le nostre informazioni e a tutti i contenuti del profilo.

Non serve essere un hacker o avere conoscenze informatiche particolari. È sufficiente essere armati di cattive intenzioni. E non v’è dubbio che il metodo più veloce per raccogliere informazioni su una persona sia di sicuro Facebook. Qui sono gli stessi utenti a regalare i propri dati personali, a raccontare ingenuamente la loro vita, dove hanno studiato, vissuto, passato le vacanze e così via.

Sembrano informazioni inutili, ma non è così. La maggior parte delle persone, infatti, utilizza la stessa password per diversi account (posta, social network, msn , postapay , ecc.) e quasi sempre si tratta di date, nomi, estremi personali che sono stati, dallo stesso utente, pubblicati prima Facebook. In altre parole, l’utente sta dando in pasto al mondo intero i codici di accesso alla propria vita (ivi compresa la password del proprio conto corrente online o della combinazione della cassaforte).

L’e-personification, dunque, oltre a possedere una immediata e autonoma rilevanza offensiva (per via del furto di identità e della violazione del diritto al nome e dell’identità personale) si presta spesso ad essere strumento per la commissione di ulteriori delitti: si pensi al cosiddetto phishing (con cui l’autore del reato preleva l’altrui indirizzo email per lanciare esche e perpetrare truffe online) o ancora ai reati di minacce, ingiurie, diffamazione, il cui autore tenta di conservare il proprio anonimato, utilizzando la maschera dell’altrui identità personale.

Oltre a Facebook, il web è pieno di sistemi per carpire le altrui informazioni personali ed è bene conoscerli. Con FriendCSC chiunque può estrarre l’altrui nome, la storia scolastica e lavorativa e salvarla in un file .csv o excel.  Sul sito Plaxo c’è un’applicazione chiamata Pulse che si collega a Facebook, cerca gli amici degli altri, scarica dati ed altro ancora.

Facebook include precise tutele che evitano di incorrere in queste spiacevoli situazioni. Ma non molti utenti le conoscono e quasi nessuno le mette in pratica.

Così, prima di aggiungere alla lista dei contatti un nuovo “amico”, è bene verificare i dati del profilo richiedente: se sono presenti poche informazioni, potrebbe trattarsi di un fake (un falso). Date sempre un’occhiata agli “amici in comune” e, se non ce ne sono, state in guardia. Infine, è buona norma nascondere le proprie foto e i propri amici agli estranei così non da non diffondere inutilmente le proprie informazioni.

Per fronteggiare tale problema, in California si è approvata una legislazione speciale: la Senate Bill 1411 che punisce con la reclusione sino ad un anno e con una multa non oltre i mille dollari, chiunque, consapevolmente e senza l’altrui consenso, impersona credibilmente un altro individuo esistente, attraverso un sito web o altri strumenti telematici, con lo scopo di danneggiare, intimidire, minacciare o frodare qualcuno. Esiste poi una norma ad hoc che attribuisce alla vittima una speciale azione civile volta ad ottenere il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, sofferti quale conseguenza del reato, nonché la possibilità di ottenere dal giudice un decreto ingiuntivo che inibisca all’autore della sostituzione di proseguire nella propria condotta [1].

Da un punto di vista giuridico in Italia, non esistono norme specifiche che prevedono e sanzionano il furto d’identità telematico, ma la giurisprudenza ha interpretato estensivamente le regole già esistenti per la realtà materiale.

Si è così attuata un’attività interpretativa di estensione delle fattispecie tradizionali di reato tale da includervi anche quelle nuove condotte introdotte dalla nuova tecnologia e che non potevano essere previste dal legislatore all’origine, ossia al momento della formulazione della norma.

Il furto d’identità è stato ricondotto allo schema del reato di sostituzione di persona, previsto dall’art. 494 cod. pen. [2].

La Cassazione (sent. n. 46674/2007), alla luce dell’art. 494 del c.p. e delle altre norme previste dal Codice sulla privacy (D. lgs. 196/2003), ha ritenuto punibile, con la reclusione sino a un anno, l’imputato che aveva creato un account di posta elettronica “sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona”. Nel caso di specie, un uomo aveva utilizzato un indirizzo email intestandolo in apparenza a una propria conoscente al fine di nuocerle. La vittima, una donna, qualche tempo dopo ha iniziato a ricevere telefonate da sconosciuti che, anch’essi tratti in inganno, le chiedevano incontri sessuali.

Secondo la Cassazione, l’art. 494 c.p. non tutela solo la vittima, ma anche la fede pubblica degli utenti tratti in inganno, e quindi ha una portata ancora più generale di quanto in apparenza potrebbe sembrare. “Siccome – hanno affermato i giudici – si tratta di inganni che possono superare la ristretta cerchia di un determinato destinatario, così il legislatore ha ravvisato in essi una costante insidia alla fede pubblica, e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome”.

 

 

note

[1] Giovanna Corrias Lucente, Le falsità personali, in Diritto dell’Informazione e dell’informatica, Giuffré ed., 2011, 553.

[2] Art. 494 c.p.: Sostituzione di persona: “Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno”.

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