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Mantenimento: sono dovuti gli arretrati?

23 Dicembre 2021
Mantenimento: sono dovuti gli arretrati?

Separazione consensuale: il mantenimento decorre dal deposito del ricorso e non dall’omologa.

Il mantenimento ai figli è dovuto sin dalla loro nascita, trattandosi di un obbligo connaturato alla qualità di genitore. Sicché, se la madre è costretta ad agire in tribunale stante l’inadempienza del padre, il giudice può condannare quest’ultimo al versamento delle somme dovute sin dal primo giorno di vita del bambino. Cosa succede invece nel caso dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge? Una volta che il giudice decide sul ricorso presentato da uno dei due coniugi ordina all’altro il versamento degli alimenti a partire dal giorno del deposito della sentenza o da un momento anteriore? Insomma, in caso di mantenimento sono dovuti gli arretrati? Sul punto è stata fornita una risposta interessante da parte della Cassazione [1]. La risposta però varia sensibilmente a seconda del tipo di procedura di separazione o di divorzio prescelta dalle parti. 

Come noto, tanto la separazione quanto il divorzio possono essere ottenuti sia in forma consensuale (con accordo cioè sottoscritto da entrambe le parti ed omologato poi dal giudice) oppure in forma giudiziale (con una regolare causa). Vedremo singolarmente queste due ipotesi.

Arretrati mantenimento in caso di separazione consensuale

Come noto, la separazione consensuale avviene in un’unica udienza, dinanzi al Presidente della sezione famiglia del tribunale (o altro magistrato da lui delegato) a seguito del deposito del ricorso congiunto dei coniugi. A questo punto, il giudice rimetterà il fascicolo al Collegio. Il Collegio deciderà in Camera di Consiglio (cioè in assenza delle parti e dei rispettivi difensori) ed emette il Decreto di omologazione con cui convalida l’accordo dei coniugi. Il Decreto di Omologazione, che chiude il procedimento, viene depositato in cancelleria dopo qualche settimana rispetto all’udienza presidenziale. 

Per poter poi divorziare la coppia deve attendere sei mesi dall’udienza presidenziale.

Nella separazione consensuale c’è quindi una procedura particolarmente lunga come in quella giudiziale, sicché il problema degli arretrati del mantenimento ha un’importanza relativa. Difatti, dal momento del deposito del ricorso al giorno dell’omologa non decorrono mai più di 4/6 mesi.

Ebbene, secondo la Cassazione, nel caso di separazione consensuale l’assegno di mantenimento va corrisposto dal momento in cui si deposita il ricorso e non, invece, successivamente all’atto dell’omologa. I coniugi però possono anche prevedere, nell’accordo dagli stessi sottoscritto, un differimento dell’obbligo di versamento dell’assegno ad una data successiva o anteriore. 

La necessità di versare gli arretrati del mantenimento, a far corso dal deposito del ricorso o dalla successiva omologa, è necessario per evitare qualsiasi pregiudizio del diritto a percepire l’assegno di mantenimento per via delle lungaggini processuali. E se anche la separazione consensuale è più breve rispetto a quella giudiziale: «è pur sempre indispensabile per i coniugi che abbiano formato il relativo ricorso congiunto, agire in giudizio o comunque attivare un procedimento per conseguire quanto stabilito negli accordi. In altri termini si è in presenza pur sempre di un procedimento peculiare, ma indispensabile per fare valere un diritto che trova la sua fonte nell’accordo tra i coniugi». Il tempo necessario affinché il procedimento si concluda non può andare a discapito di chi lo ha dovuto attivare, da ciò derivando che l’assetto di interessi che ne è oggetto operi una volta emanato l’atto conclusivo del procedimento, fin dal momento in cui questo stesso ha avuto inizio (naturalmente, a condizione che sul punto non sia indicato diversamente).

La Cassazione così ha espresso il principio di diritto secondo cui «l’assegno di mantenimento a favore del coniuge, fissato in sede di separazione consensuale in omologa di accordo che non ne preveda la decorrenza, è dovuto sia pure che l’omologa intervenga e non disponga diversamente, fin dal deposito del ricorso per separazione e non solo dalla data di pronuncia dell’omologa».

Arretrati mantenimento in caso di separazione giudiziale

Nella separazione giudiziale, la procedura si compone di due fasi. 

La prima avviene in tempi relativamente brevi dal deposito del ricorso in tribunale da parte di uno dei due coniugi. Le parti si incontrano dinanzi al Presidente del Tribunale che, dopo aver tentato una conciliazione, emette i provvedimenti provvisori che saranno vincolanti tra le parti fino a quando la causa non sarà decisa definitivamente. Leggi sul punto Come si svolge la prima udienza di separazione. Tra questi vi è la fissazione di un mantenimento, l’affidamento dei figli e il relativo calendario delle visite del genitore non collocatario. Anche in questo caso, l’obbligo di versare il mantenimento inizia a decorrere dalla data del deposito del ricorso e non già dalla decisione presidenziale.

Al termine del giudizio, la sentenza decide definitivamente su tutte le questioni prospettate dai coniugi, andandosi a sostituire al precedente provvedimento provvisorio. Il giudice potrebbe confermare i provvedimenti già emessi dal Presidente, ivi compreso l’importo del mantenimento o modificarli. 

Se vi è una conferma, allora nulla cambia in merito agli arretrati (decorrenti, come visto, dal deposito del ricorso) che dovrebbero essere stati già versati con il provvedimento presidenziale. Se invece la sentenza modifica i provvedimenti presidenziali prevedendo un importo superiore rispetto a quello inizialmente stabilito, il coniuge obbligato è tenuto a versare le differenze rispetto a quanto già pagato a partire dal deposito del ricorso, e quindi con effetto retroattivo. 

Viceversa, si ritiene che, in caso di previsione di un importo inferiore, non sia possibile richiedere la restituzione di quanto già versato all’ex coniuge.


note

[1] Cass. sent. n. 41232/21.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. III, sent., 22 dicembre 2021, n. 41232

Presidente Vivaldi – Relatore De Stefano

Fatti di causa

1. B.A. ricorre, con atto notificato addì 11/07/2018 ed articolato su di un unitario motivo, per la cassazione della sentenza – pubblicata il 19/06/2018 col n. 456 e non notificata con cui la Corte d’appello di Perugia, in accoglimento del gravame di T.A. , ha respinto le opposizioni da lui dispiegate ai precetti (per finali Euro 82.511,58) notificatigli da costei, coniuge in regime di separazione consensuale, relativi agli assegni previsti nei relativi accordi trasfusi in ricorso dep. il 13/01/2012 ed oggetto di omologa addì 08/05/2013, pur dichiarando il diritto di procedere in via esecutiva limitatamente alla somma di Euro 69.800,00.

2. Il Tribunale di Perugia, rilevato che nessuna decorrenza era stata indicata dai coniugi nel ricorso o fissata nel provvedimento di omologa, aveva invece accolto quell’opposizione, arguendo che nella separazione consensuale, a differenza che in quella giudiziale e soltanto alla quale andava applicato il principio generale della decorrenza degli effetti dalla domanda, salva diversa espressa determinazione in sentenza, il regolamento concordato tra coniugi ed avente ad oggetto la definizione dei rapporti patrimoniali, pur trovando la sua fonte nell’accordo, acquista efficacia giuridica solo in seguito al provvedimento di omologazione.

3. La corte territoriale, al contrario, ha ritenuto la decorrenza dell’assegno a favore di coniugi e figli dalla data della domanda, richiamando copiosa giurisprudenza (Cass. 2687/18, Cass. 2960/17, Cass. 16671/13, Cass. 24932/07, Cass. 14886/02, Cass. 4558/00, Cass. 4011/99, Cass. 7770/97, Cass. 147/91, Cass. 5749/93, Cass. 3202/86, Cass. 4411 e 4498 del 1985), specificata l’estensione del principio anche all’assegno di mantenimento per i figli – Cass. 21087/04, 10119/06 – e richiamato altresì l’ulteriore indirizzo giurisprudenziale per il quale – Cass. 24621/15 – l’effetto obbligatorio dell’accordo decorrerebbe, in virtù della natura negoziale, dall’accordo stesso e non abbisognerebbe neppure di alcuna omologa per dispiegare i suoi effetti.

4. L’intimata T. resiste con controricorso.

5. Per la pubblica udienza del 14/10/2021 (tenuta in camera di consiglio ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8 bis, conv. con modif. dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, prorogato dapprima al 31 luglio 2021 – dal D.L. 1 aprile 2021, n. 44, art. 6, comma 1, lett. a), n. 1), conv. con modif. dalla L. 28 maggio 2021, n. 76 – e poi fino al 31 dicembre 2021, dal D.L. 23 luglio 2021, n. 105, art. 7, commi 1 e 2, conv. con modif. dalla L. 16 settembre 2021, n. 126), il Pubblico Ministero deposita conclusioni scritte nel senso del rigetto ed entrambe le parti depositano memoria.

Ragioni della decisione

1. Il ricorrente lamenta, con unico articolato motivo, “violazione e/o falsa applicazione della norma di diritto di cui all’art. 158 c.c., e art. 711 c.p.c.: errata statuizione, da parte della Corte d’appello di Perugia…, nella fattispecie di separazione consensuale, della decorrenza dell’obbligo di pagamento dell’assegno di mantenimento a favore dei coniugi e dei figli a far data dal deposito, presso la Cancelleria del Tribunale, del ricorso per separazione consensuale anziché dalla data di pubblicazione del provvedimento di omologazione da parte del Tribunale”: in estrema sintesi, tutta la giurisprudenza richiamata dalla Corte d’appello si riferisce alla separazione giudiziale, ma il procedimento di separazione consensuale è diverso e solo il provvedimento che lo conclude rende efficace ogni accordo – se non altro quello tipico – tra i coniugi; dovendosi in ogni modo escludere l’immediata efficacia degli accordi in sede di separazione consensuale prima del provvedimento di omologa e, per ciò stesso, la stessa spettanza di quanto in quelli previsto.

2. Il ricorso non può essere accolto, poiché la corte territoriale ha raggiunto una conclusione conforme a diritto, benché in base ad un’argomentazione che va corretta come appresso.

3. Non può non condividersi la premessa del ricorrente, circa la diversità di natura e struttura della separazione consensuale rispetto a quella giudiziale ed il riferimento della giurisprudenza applicata dalla corte territoriale esclusivamente a quest’ultima; e coglie nel segno pure la sua critica alla generalizzata conclusione della qui gravata sentenza sull’irrilevanza dell’omologa in relazione alla natura negoziale dell’accordo tra i coniugi in sede di separazione consensuale.

4. Tanto non basta, però, ad inficiare la conclusione cui la corte territoriale è comunque pervenuta.

5. Vero è infatti che, senza necessità di alcuna altra indagine su natura e struttura del procedimento relativo all’omologa della separazione consensuale, la stessa lettera delle norme invocate dal ricorrente consente di identificare sì l’insorgenza dell’efficacia delle previsioni tipiche in tema di separazione (tra cui di certo quelle relative all’eventuale assegno di mantenimento per coniuge ed eventuali figli, in mancanza di specificazione diversa), ma senza che tale efficacia incida necessariamente, in difetto di alcuna statuizione espressa o anche solo implicita, sulla decorrenza di uno o più tra gli obblighi che uno dei coniugi separandi abbia assunto sottoscrivendo il ricorso congiunto con l’altro.

6. Pertanto, altro è l’efficacia e cioè la produzione dell’effetto proprio dell’atto, altro è la decorrenza di quello: l’effettiva pronuncia del provvedimento di omologa costituirà ovviamente condizione ineliminabile perché l’effetto venga a giuridica esistenza, ma appunto rendendo definitivamente operativo l’assetto di interessi complessivamente valutato dai coniugi in sede di deposito del ricorso congiunto come corrispondente al meglio alle reciproche e rispettive esigenze.

7. Ne consegue che, a meno di univoci elementi sulla sussistenza di una diversa volontà delle parti o di apposite nuove o diverse previsioni sul punto specifico nel provvedimento di omologa, la decorrenza va normalmente ancorata al momento del deposito, se non altro in applicazione del principio generale per il quale quod sine die debetur statim debetur ed in conformità alla regola di comune esperienza per la quale il complessivo assetto di interessi oggetto del ricorso congiunto può presumersi riferito al tempo e al contesto in cui esso è formato e soprattutto depositato, in quel momento diventando definitiva la manifestazione di volontà dei ricorrenti e così la loro valutazione di rispondenza degli accordi esposti ai loro interessi, beninteso ove non sia diversamente ma univocamente indicato da chi l’atto ha formato.

8. A ben guardare, lo stesso generale principio della necessità di escludere qualsiasi pregiudizio del diritto per il solo decorso del tempo necessario a farlo valere può, sia pure effettivamente mutatis mutandis, trovare applicazione al caso della separazione consensuale: anche se questa è ben diversa dalla separazione giudiziale, tuttavia è pur sempre indispensabile, per i coniugi che abbiano formato il relativo ricorso congiunto, agire in giudizio o comunque attivare un procedimento – nella specie, giudiziale e peculiare, sebbene di non pacifica qualificazione – per conseguire l’efficacia degli accordi così in quella sede raggiunti.

9. In altri termini, si è in presenza pur sempre di un procedimento peculiare, ma indispensabile per fare valere un diritto, che trova la sua fonte nell’accordo tra i coniugi separandi, destinato ad essere riconosciuto dall’ordinamento quale fonte regolatrice dei rapporti in pendenza della separazione, sia pure appunto a condizione della sua successiva omologa: ed il tempo necessario affinché il procedimento si concluda non può andare allora a detrimento di chi lo ha dovuto attivare, da tanto derivando che l’assetto di interessi che ne è oggetto operi, una volta emanato l’atto conclusivo del procedimento, fin dal momento in cui questo stesso ha avuto inizio (sempre, si ripete, ove non sia diversamente stabilito o, come nella specie, ove non sia stabilito alcunché, ovvero che – e nei limiti in cui questo possa avvenire – non sia precisato nulla sul punto di aggiuntivo o diverso dal provvedimento).

10. La gravata sentenza si sottrae alle censure mossele, così correttane la motivazione, poiché si trova ad applicare il seguente principio di diritto: “l’assegno di mantenimento a favore del coniuge, fissato in sede di separazione personale consensuale in omologa di accordo che non ne preveda la decorrenza, è dovuto, sia pure a condizione che l’omologa intervenga e non disponga diversamente, fin dal momento del deposito del ricorso per separazione e non solo dalla data di pronuncia dell’omologa”.

11. Il ricorso va pertanto rigettato, ma le spese del giudizio di legittimità possono compensarsi, attesa la novità della questione in relazione allo specifico profilo della decorrenza dell’assegno in sede di separazione consensuale, riferendosi effettivamente i numerosi precedenti citati al caso specifico di quella giudiziale.

12. Infine, poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono i presupposti processuali (a tanto limitandosi la declaratoria di questa Corte: Cass. Sez. U. 20/02/2020, n. 4315) per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, (e mancando la possibilità di valutazioni discrezionali: tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra le innumerevoli altre successive: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dell’obbligo di versamento, in capo a parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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