Diritto e Fisco | Articoli

Articolo 29 Costituzione italiana: spiegazione e commento

23 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 29 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 29 sulla tutela della famiglia e della parità tra coniugi.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Dal patriarcato fascista all’uguaglianza dei coniugi

Nessun’altra cosa come la famiglia è mutata così profondamente da quando è stata scritta la Costituzione. Sia con riguardo alla sua struttura: non più piramidale, basata cioè sulla figura del “marito-capo famiglia”, ma orizzontale, fondata sul principio di uguaglianza dei coniugi. Sia con riferimento alla sua formazione: non necessariamente derivante dal matrimonio ma anche dalla convivenza. Sia in merito ai soggetti che ne fanno parte: non più solo un uomo e una donna ma anche due persone dello stesso sesso. Una vera e propria rivoluzione che, dagli anni ’70 ad oggi, grazie all’intervento della Corte Costituzionale e delle numerose riforme legislative, ha determinato uno stravolgimento del concetto di famiglia.

La cultura fascista era basata sul patriarcato. Il marito si poneva su una posizione di superiorità e predominio rispetto alla moglie. Innanzitutto, aveva il cosiddetto ius corrigendi, ossia il potere di correggere – e quindi di punire – il comportamento scorretto dei figli e della moglie, ricorrendo se del caso anche all’uso della violenza fisica. Tant’è che si parlava di «patria potestà» e non, come oggi, di «responsabilità genitoriale» o «parentale». 

Inoltre, le pene per l’adulterio e il concubinato erano meno severe per l’uomo che per la donna. Come si giustificava tale discriminazione? Secondo i giudici – che, fino al 1969, hanno ritenuto legittima questa disparità di trattamento – la moglie era da considerare il vero perno della famiglia, l’elemento unificatore del focolare domestico: pertanto, un suo eventuale tradimento avrebbe minato più gravemente l’unità familiare rispetto a quello del marito.

L’articolo 29 della Costituzione capovolge questa impostazione e stabilisce (in attuazione del principio di uguaglianza già sancito all’articolo 3) che i coniugi hanno uguali diritti e doveri. 

Quali sono questi diritti e doveri che gravano su marito e moglie? Ad elencarli è l’articolo 143 del Codice civile a norma del quale i coniugi devono rispettare gli obblighi di: 

  • fedeltà;
  • reciproca assistenza morale e materiale;
  • collaborazione nell’interesse della famiglia;
  • coabitazione;
  • contribuzione ai bisogni della famiglia secondo le rispettive possibilità economiche.  

La violazione di tali obblighi non implica sanzioni se non, in caso di separazione e divorzio, la perdita del diritto al mantenimento (il cosiddetto addebito).

A carico del coniuge che fa mancare all’altro o ai figli i mezzi materiali di che vivere (ad esempio, abbandonando il tetto coniugale) si configura comunque il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Tutte le transizioni devono però avvenire gradualmente, specie quando si tratta di costumi e abitudini radicate nelle concezioni popolari, come succede appunto in materia di famiglia. Pertanto, l’articolo 29 della Costituzione, dopo aver sancito l’uguaglianza dei coniugi, aggiunge una postilla: «…con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Si tratta di una sorta di clausola di salvaguardia richiesta da chi, ancorato alle ideologie fasciste, voleva salvaguardare la possibilità di un diverso trattamento in presenza di esigenze straordinarie. Tant’è che, a lungo, la legge ha stabilito che, nel caso di contrasto tra genitori in merito alle scelte sui figli, il giudice, dopo aver tentato una soluzione bonaria tra i due, doveva adottare la decisione paterna, oggi sostituita con quella più conforme all’interesse del figlio stesso. 

Attualmente, tali limitazioni sono assai rare. Ad esempio, per ragioni di lavoro è concesso al coniuge di violare il dovere di convivenza, trasferendosi altrove, senza perciò vedersi addebitare la responsabilità per la crisi dell’unione familiare. 

Ma perché, se i coniugi sono uguali, la moglie ha diritto al mantenimento e l’uomo no?

«Da un eccesso all’altro» si potrebbe dire leggendo le numerose sentenze che, in tema di separazione e divorzio, accordano sempre alla donna tanto l’assegno di mantenimento quanto il diritto di abitazione nella casa coniugale. La legge però non dice nulla di tutto ciò: stabilisce solo che al coniuge economicamente più debole, che non per propria colpa non sia in grado di mantenersi da solo, è dovuto un contributo mensile a carico dell’ex. E siccome la nostra economia vede ancora la donna svantaggiata sotto il profilo lavorativo e, pertanto, il più delle volte, se non disoccupata, portatrice di un reddito inferiore rispetto a quello dell’uomo, è naturale conseguenza che a lei vada a finire puntualmente il mantenimento. Ma nulla esclude che, in una famiglia ove l’uomo è disoccupato e la donna un’affermata dirigente, sia quest’ultima a mantenere il primo.

Quanto poi alla casa, questa viene assegnata al genitore presso cui vanno a vivere i figli e dei quali si prenderà cura. Sotto questo aspetto, la giurisprudenza è ancora legata all’idea – seppur mai ammessa esplicitamente – di una superiore capacità della madre, ritenuta ancor oggi in grado, più dell’uomo, di rispondere alle necessità della prole. Ecco perché, nei fatti, in caso di separazione, la donna risulta puntualmente avvantaggiata rispetto all’uomo: il quale, oltre a perdere la disponibilità della propria abitazione, perde anche il contatto quotidiano con i figli.

La nuova concezione di famiglia

L’articolo 29 definisce la famiglia come una «società naturale fondata sul matrimonio». L’espressione «società naturale» richiama un’aggregazione di origine spontanea, che preesiste allo Stato e prescinde da un riconoscimento formale da parte dello Stato stesso. Storicamente, l’uomo si è prima riunito in famiglie, poi in tribù, poi in città e infine in Stati. Ecco perché la famiglia è la formazione di base in cui ha origine l’aggregazione sociale. E di tanto la Costituzione ne prende atto.

Poi, c’è l’errore: «fondata sul matrimonio». Un errore però giudicabile ex post. All’epoca, il principio sancito dall’articolo 29 secondo cui può definirsi «famiglia» solo quella che nasce dal matrimonio sembrava un cardine insormontabile, sia dal punto di vista giuridico che morale, tanto da essere inserito nella stessa Costituzione. Logica e forse inconsapevole devozione alle concezioni cattoliche.

I padri costituenti erano ancora fortemente ancorati alla tradizionale visione del matrimonio come giustificazione della convivenza tra un uomo e una donna, in un’epoca dove le coppie di fatto erano socialmente malviste e giudicate come peccaminose. 

Poi, sappiamo tutti com’è andata a finire. Poco alla volta, la Corte Costituzionale ha scardinato la necessaria correlazione tra «famiglia» e «matrimonio», riconoscendo anche alle coppie di fatto gli stessi diritti delle coppie sposate. La convivenza, accertata tramite dichiarazione rilasciata al Comune, riconosce ai conviventi alcuni importanti diritti (ad esempio, il riconoscimento dei permessi dal lavoro per l’esistenza al familiare disabile previsti dalla legge 104/1992; il diritto di abitare nella stessa casa in ipotesi di morte del coniuge proprietario; il diritto a designare l’altro convivente come proprio rappresentante). 

Infine, è arrivata nel 2016 la Legge Cirinnà. Quest’ultima, da un lato, ha attribuito alle coppie di fatto la possibilità di regolare, con appositi contratti, tutti gli aspetti economici e personali della propria unione, stipulando i cosiddetti contratti di convivenza. Dall’altro lato, ha riconosciuto valore giuridico alle unioni civili, ossia a quelle composte da persone dello stesso sesso. La legge Cirinnà riconosce agli omosessuali di vivere (quasi) come persone sposate, formalizzando la propria unione davanti all’ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni.

È interessante notare la discrasia che c’è tra una coppia di fatto che, con un contratto di convivenza, può regolare gli effetti di una eventuale separazione, andando a fissare in anticipo la misura dell’assegno di mantenimento, e una coppia sposata a cui invece è vietato siglare i cosiddetti patti prematrimoniali, con cui appunto si regolano in anticipo tutti i possibili effetti di un divorzio. Questo perché il matrimonio non è considerato dalla nostra legge un contratto, pertanto non può essere oggetto di accordi paralleli. 



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube