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Il patto di famiglia è impugnabile?

18 Aprile 2022 | Autore:
Il patto di famiglia è impugnabile?

Compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore può trasferire l’azienda o le quote societarie ai discendenti più in grado di assicurare la continuità della gestione dell’impresa.

Tuo padre, anziano e assai malato, vorrebbe trasferirti le quote societarie dell’impresa di famiglia, a lui intestate. Il suo scopo è quello di evitare il disgregamento della società per il periodo in cui non sarà più in vita e, al contempo, di assicurare la continuità dell’azienda. Devi sapere che per realizzare il trasferimento immediato delle partecipazioni societarie è possibile stipulare un contratto di patto di famiglia, ovvero quel tipo di atto inter vivos, a titolo gratuito, disciplinato dall’articolo 786-bis del Codice civile. Sappi, però, che il patto di famiglia è impugnabile nei casi tipici previsti dalla disciplina del contratto in generale ovvero per vizi del consenso, violenza e dolo e per errore.

Patto di famiglia: cos’è?

Il contratto di patto di famiglia è un istituto giuridico che consente all’imprenditore di trasferire l’azienda, o al titolare di quote societarie di trasferire, in tutto o in parte, le proprie quote, a uno o più figli o nipoti. Tuttavia, nel caso delle società di capitali – come le società a responsabilità limitata (Srl), le società per azioni (Spa) e le società in accomandita per azioni (Sapa) – si discute se le quote trasferibili siano solamente quelle che permettono al soggetto beneficiario della successione di acquisire il controllo dell’impresa.

Il contratto di patto di famiglia rappresenta una deroga al divieto di patti successori [1], ossia alla regola secondo la quale sono nulli gli accordi che hanno ad oggetto le disposizioni dei diritti ereditari provenienti da una successione non ancora aperta. Il patto di famiglia, quindi, ha effetto nonostante il titolare dell’azienda sia ancora in vita, a differenza di quanto accade per la normale successione o per il testamento.

Quali soggetti sono coinvolti nel contratto di patto di famiglia?

Il Codice civile prevede che l’imprenditore può trasferire l’azienda o le quote societarie a uno o più discendenti mediante la stipula di un atto pubblico notarile. Ne consegue che sia i figli sia i nipoti beneficiari, entrambi denominati assegnatari, possono essere coinvolti nel contratto di patto di famiglia. Invece, al coniuge e a tutti coloro che avrebbero la qualifica di legittimari e che non hanno beneficiato del lascito dell’impresa o delle partecipazioni, spetta una sorta di indennizzo.

In sostanza, gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie sono tenuti a pagare agli altri legittimari non assegnatari, una somma corrispondente al valore delle quote di legittima ad essi spettante, salvo che gli stessi vi rinuncino, in tutto o in parte.

Le somme dovute sono stabilite da un contratto, che può essere stipulato successivamente al patto di famiglia, purché collegato al patto di famiglia e con la presenza degli stessi partecipanti.

La liquidazione può avvenire, in tutto o in parte, anche in natura, cioè con beni al posto del denaro; in questo caso, i beni assegnati in natura ai legittimari non assegnatari sono imputati alle quote di legittima loro spettanti e si considerano come un anticipo sulla futura eredità.

Per quanto attiene al contenuto del contratto è importante che il patto di famiglia specifichi se c’è o meno il diritto di recesso: se manca la clausola sul diritto di recesso, per sciogliersi dal vincolo l’interessato dovrà necessariamente ottenere lo scioglimento del primo patto facendo stipulare un secondo, nuovo patto di famiglia con le stesse persone.

Il patto di famiglia è impugnabile?

Il contratto di patto di famiglia è impugnabile in tribunale, previo esperimento del procedimento di mediazione dinanzi a un ente di conciliazione che abbia ottenuto il riconoscimento presso il ministero della Giustizia e con l’assistenza di un legale [2].

Se tale contratto è stato stipulato approfittando di un vizio del consenso dell’imprenditore, ovvero se questi era in errore o è stato costretto a sottoscriverlo con violenza o con l’inganno, ciascun partecipante – quindi, non solo il coniuge o i legittimari bensì anche l’imprenditore o gli assegnatari – possono proporre l’azione di annullamento del patto nel termine di 1 anno dal momento in cui è terminata la violenza o si è venuti a conoscenza del dolo o dell’errore.

Inoltre, se il coniuge o alcuni legittimari non partecipano al contratto di patto di famiglia, alla morte dell’imprenditore, possono chiedere agli assegnatari la corresponsione della somma dovuta a titolo di liquidazione più gli interessi legali.

Se gli assegnatari non versano la predetta somma, il contratto di patto di famiglia può essere impugnato sempre entro 1 anno.

Il patto di famiglia può essere sciolto o modificato?

L’articolo 768-septies del Codice civile prevede che il contratto di patto di famiglia può essere sciolto o modificato dalle medesime persone che lo hanno concluso in due differenti modi:

  1. con un altro contratto, avente le stesse caratteristiche e gli stessi presupposti del patto sotto il profilo sia formale sia sostanziale. In tal caso, bisognerà provvedere ai medesimi adempimenti pubblicitari e al nuovo contratto dovranno partecipare tutti coloro che avevano preso parte al patto anche successivamente alla stipula dello stesso;
  2. mediante recesso, se espressamente previsto nel contratto e purché l’esercizio del diritto venga reso a tutti i contraenti con una apposita dichiarazione. È buona prassi, pertanto, non essendovi disposizioni legislative in merito, regolare le modalità di recesso nel contratto ovvero il termine entro cui vi è la possibilità di esercitarlo. Il contratto può prevedere la facoltà di recesso a favore di tutti i partecipanti al patto. Se recede l’imprenditore, l’azienda o le partecipazioni societarie rientreranno nel suo patrimonio e il contratto si scioglierà. Lo stesso succede se a recedere è un assegnatario. Invece, se a recedere è un legittimario non assegnatario, il contratto non si scioglie. Sorge, però, in capo a quest’ultimo l’obbligo di restituire la somma liquidata equivalente alla propria quota di legittima con gli interessi maturati.

note

[1] Art. 458 cod. civ.

[2] Art. 768-octies cod. civ.


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