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Quando ci si può ribellare a un poliziotto

24 Dicembre 2021
Quando ci si può ribellare a un poliziotto

Non commette reato chi si oppone ad atti del pubblico ufficiale per atti del tutto arbitrari.

Non tutti sanno che ci si può ribellare a un poliziotto quando questi eccede in modo del tutto arbitrario dai propri poteri. Ma, per poter giustificare la reazione del cittadino, il comportamento adottato dall’agente deve essere del tutto sconsiderato e imprevedibile. Non basta quindi che sia semplicemente illegittimo. 

A spiegare quando ci si può ribellare a un poliziotto (o a qualsiasi altro pubblico ufficiale come un carabiniere o un intendente della Finanza) è una recente sentenza della Cassazione [1] che val la pena di commentare per spiegare fin dove, chi “protesta” contro le violenze e gli abusi della polizia, non commette reato.

La resistenza a pubblico ufficiale

Ci sono diverse forme di ribellione alla polizia. La prima e la più innocua è la «resistenza passiva», il fatto di non collaborare. Si pensi a chi, ad esempio, dinanzi all’invito delle forze dell’ordine, si rifiuti di entrare nella volante per essere accompagnato in questura o a chi si piantona a terra o si irrigidisce dinanzi al tentativo di applicargli le manette. In questi casi, secondo la giurisprudenza, non si può parlare di resistenza a pubblico ufficiale, reato questo che scatta solo in presenza di una condotta attiva, tale da poter mettere in pericolo l’integrità fisica degli agenti o di terzi.

La ribellione agli abusi della polizia

L’articolo 393bis del Codice penale prevede una causa di giustificazione detta «reazione legittima agli atti arbitrari del pubblico ufficiale»: in base ad essa non si può punire penalmente chi reagisce a un pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio o al pubblico impiegato se questi abbia «ecceduto con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni».

Esiste dunque il diritto di ogni cittadino di “reagire” all’atto abusivo, arbitrario, persecutorio, dell’agente pubblico.

L’esenzione di responsabilità, tuttavia, scatta non solo perché la polizia ha commesso un atto illegittimo; è necessario qualcosa di più: il compimento cioè di un’attività ingiustamente “prepotente”; illegittimamente eccedente i limiti delle sue attribuzioni funzionali; e per ciò stesso fuoriuscente del tutto dalle ordinarie modalità di esplicazione dell’azione di controllo e prevenzione demandatagli dall’ordinamento. In altre parole, è necessario che l’azione dell’agente qualificato, a causa dello “sviamento” dell’esercizio dell’autorità dagli scopi per cui essa è conferita oppure in ragione delle forme e delle modalità di realizzazione, si risolva in un “eccesso prevaricatorio“, che rompa gli argini ordinamentali delle funzioni conferite all’agente pubblico; integrando un carattere di abuso che come tale rende scusabile il comportamento proporzionalmente oppositivo da parte del privato.

Di tanto abbiamo già parlato in:

Quando la polizia si comporta in modo arbitrario?

Abbiamo appena detto che, per potersi legittimamente ribellare alla polizia o ad altro pubblico ufficiale, è necessario che sia stato compiuto un atto del tutto arbitrario. Ma quando può parlarsi, concretamente, di un atto arbitrario? Ciò accade: 

  • quando il comportamento dell’agente di polizia sia del tutto ingiustificato o, peggio, vessatorio, ossia incongruo in relazione alla situazione di fatto nell’ambito della quale il funzionario sia chiamato a porlo in essere; 
  • oppure quando, pur essendo sostanzialmente legittimo, l’atto sia tuttavia connotato da un macroscopico difetto di conformità tra le modalità impiegate e le finalità per le quali è attribuita la funzione stessa.

Insomma, devono risultare violati i doveri di correttezza e “civiltà” che sempre devono caratterizzare l’agire dei pubblici ufficiali. È legittimo resistere, opporsi e ribellarsi di fronte a un sopruso. 

Che fare se il cittadino non conosce la legge?

Potrebbe succedere che il cittadino si ribelli ad un atto della polizia perché lo ritiene ingiusto per ignoranza, perché non conosce la legge. Ebbene, secondo la Cassazione, se il privato ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a suo favore. Il che significa che, nell’ipotesi in cui il cittadino dovesse, per proprio errore dettato da ignoranza, ribellarsi al pubblico ufficiale, la sanzione penale non sarebbe la stessa prevista per chi invece si comporta in malafede. 

Insomma, rileva anche l’erronea supposizione circa l’esistenza della scriminante.

La causa di giustificazione in questione dunque – fondata sul diritto costituzionalmente garantito del privato di reagire all’atto ingiusto del pubblico ufficiale – è configurabile anche quando il soggetto versi nel ragionevole, sensato, ancorché erroneo convincimento di trovarsi di fronte a un atto persecutorio e molesto. 

In ogni caso, chi assume di aver subìto un sopruso da parte della polizia deve dimostrarlo: sono necessari dati di fatto concreti, tangibili, palpabili, tali da giustificare l’inesatto ma plausibile convincimento del privato di trovarsi di fronte a una prevaricazione del pubblico ufficiale.  


note

[1] Cass. sent. n. 45245/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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