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Responsabilità avvocato: quando il risarcimento al cliente

21 Luglio 2014
Responsabilità avvocato: quando il risarcimento al cliente

Risarcibile solo il pregiudizio che discende direttamente dall’errore del professionista.

Il cliente che sia stato danneggiato dell’operato professionale del proprio avvocato di fiducia può chiedere il risarcimento del danno patrimoniale: ma solo per le conseguenze direttamente legate all’errore tecnico del professionista.

A chiarirlo è stata una sentenza del Tribunale di Roma [1] che ha analizzato sia i presupposti della colpa del legale, sia i principi di base per accogliere la domanda di risarcimento del danno avanzata dall’ex cliente.

La vicenda

Un uomo aveva citato in giudizio il proprio ex avvocato perché, avendo questi sbagliato l’arma processuale per la difesa, aveva colpevolmente fatto sì che il diritto del proprio cliente si prescrivesse.

I confini

Il tribunale di Roma, richiamando l’orientamento della Cassazione [2], ricorda che la responsabilità dell’avvocato non si può affermare solo per il suo non corretto adempimento dell’attività professionale. Occorre invece verificare tre fattori:

1. se l’evento che ha causato il pregiudizio lamentato dal cliente sia direttamente riconducibile all’avvocato (insomma ci deve essere un rapporto di causa-effetto tra il danno e l’errore del legale);

2. se vi sia stato effettivamente un danno (per esempio: non potrebbe esserci risarcimento solo prendendo le mosse da un’azione “per una questione di principio”);

3. se, con un comportamento diverso dell’avvocato, il diritto del cliente sarebbe stato riconosciuto. Infatti, se anche tenendo la corretta condotta, le sorti per il diritto del cliente non sarebbero mutate, allora alcuna responsabilità può essere addebitata al legale.

Il cliente insoddisfatto, scrive il giudice di Roma, per ottenere il risarcimento del danno, deve provare “non solo di avere sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dalla insufficiente o inadeguata attività del professionista e cioè dalla difettosa prestazione professionale”. In pratica, non basta che l’avvocato commetta un errore violando l’obbligo di diligenza da lui esigibile in quanto professionista ed esperto del diritto. Occorre anche che dall’errore commesso sia derivato il danno collegato alla negligenza professionale.

La diligenza

La sentenza ricorda che quella assunta dal difensore nei confronti del cliente è un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Infatti l’avvocato non deve garantire l’esito favorevole del giudizio. Piuttosto, l’inadempimento consiste nella violazione dei doveri di diligenza professionale che deve essere valutata alla luce della natura dell’attività [3].

Così, la responsabilità del professionista si configura quando questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente o se non abbia informato il cliente dell’impossibilità di espletarla.

Il danno derivante dalle eventuali omissioni del professionista è ravvisabile se, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito. Detto in termini più semplici: si può chiedere il risarcimento solo qualora sia ragionevole immaginare che, in presenza di un comportamento diligente, il cliente avrebbe raggiunto lo scopo che si prefiggeva (la tutela del proprio diritto). Se, diversamente, la causa sarebbe stata persa ugualmente, allora nessun addebito può essere mosso al professionista.

In sintesi, per ottenere un risarcimento del danno conseguente al presunto errore del proprio legale, il cliente deve dimostrare

1. l’azione o l’omissione negligente

2. il danno

3. che senza l’errore dell’avvocato, avrebbe con buona previsione ottenuto (in tutto o in parte) il risultato sperato.

Resta invece a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione.


note

[1] Trib. Roma, sent. n. 1424 del 21.01.2014.

[2] Cass. sent. n. 2638 del 5.02.2013.

[3] Art. 1176, comma 2, cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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2 Commenti

  1. Nel 2006, l’avvocato mi consigliava di patteggiare per un reato di peculato, nei primissimi atti dibattimentali facendomi prendere 1 anno e 6 mesi e non menzione, dicendomi che non sarebbe successo niente che avrei avuto al max una consegna di rigore che si sarebbe poi potuta cancellare.Essendo un finanziere l’amministrazione mi irrogava la perdita del grado.Nei successivi ricorsi al Tar Lazio e poi al Cdi stato venivo riammesso con riserva, in data odierna nello scioglimento della riserva veniva rigettata e riformulata l’intera vicenda dopo 9 anni ribaltandosi nella posizione di partenza cioe’ perdita del grado per rimozione!!!..Adesso come posso procedere aspettando che vada in mezzo ad una strada con tre ragazzini e moglie disoccupata!!

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