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Chi fa dropshipping deve aprire una Partita Iva?

27 Dicembre 2021
Chi fa dropshipping deve aprire una Partita Iva?

Quali adempimenti fiscali deve rispettare chi avvia un’attività di dropshipping: Partita Iva, dichiarazione dei redditi e tasse da pagare.

Chi si avvia a svolgere un’attività di dropshipping si pone spesso numerose domande in tema di adempimenti burocratici; prima tra tutte la seguente: chi fa dropshipping deve aprire una Partita Iva? 

Si tratta di un problema di non poco conto: se infatti l’apertura di una Partita Iva non implica, in sé, dei costi (se non quelli del commercialista eventualmente delegato a svolgere tale attività), le ricadute economiche sono successive e dipendono dai contributi previdenziali che deve versare il titolare di una Partita Iva. Ciò va attentamente valutato nel business plan della start-up che si vuole avviare, al fine di non ritrovarsi con un fatturato insufficiente rispetto ai costi sostenuti o comunque allo sforzo profuso.

Del resto, chi fa dropshipping è quasi sempre un giovane, a volte inesperto del complesso mondo giuridico e delle tasse. 

Ecco perché è sempre bene chiedere al proprio consulente fiscale o commerciale, prima ancora di mettersi in affari, se chi fa dropshipping deve avere una Partita Iva. Cerchiamo allora di fare il punto della situazione. 

Cos’è il dropshipping?

Il dropshipping si è diffuso grazie ad Internet, in particolare tra i giovani, consentendo l’avvio di un’attività lucrativa senza la necessità di impiegare capitali e, soprattutto, a fronte di un rischio d’impresa minimo se non quasi nullo. 

Il dropshipping è un modello di vendita grazie al quale un soggetto (il dropshipper) vende al cliente un prodotto altrui senza prima stoccarlo materialmente in un proprio magazzino. In pratica, il dropshipper fa da intermediario mentre il fornitore è una sorta di grossista. L’acquirente versa il prezzo di vendita al dropshipper il quale, nel momento in cui trasmette l’ordine al fornitore affinché possa spedire il prodotto al cliente, gli versa il corrispettivo incassato, trattenendo per sé una percentuale. Questa percentuale costituisce il lucro del dropshipper. 

Questa pratica commerciale è particolarmente diffusa, specie tra i giovani che spesso non hanno i capitali necessari per realizzare in proprio la produzione di beni e servizi e per strutturarsi con dipendenti e magazzini. 

Chi fa dropshipping deve aprire una Partita Iva?

In un precedente articolo ci siamo occupati di definire cos’è il dropshipping e se la start-up che fa dropshipping è tenuta a fornire la garanzia all’acquirente per il caso di vizi del prodotto (leggi Chi fa dropshipping deve fornire la garanzia per prodotti difettosi?). Ora ci occuperemo dell’obbligo dell’apertura di una Partita Iva. 

La partita Iva è, per legge, obbligatoria tutte le volte in cui l’attività è continuativa e professionale, a prescindere dal fatto che sia organizzata prevalentemente con il proprio lavoro o con quello dei propri collaboratori. Il semplice fatto di svolgere un’attività per produrre reddito fa acquisire quindi la qualifica di imprenditore, indipendentemente dalle dimensioni della propria attività.

Non è neanche necessario che il lavoro sia giornaliero, ben potendo essere stagionale. Così bisognerà avere una Partita Iva anche solo per quelle attività svolte durante un mese all’anno, ma ciclicamente.

Contrariamente a quanto si crede, la Partita Iva è necessaria a prescindere dal volume di affari prodotto. Quindi, anche chi guadagna poco dovrà comunque aprire la Partita Iva. 

In linea generale, possiamo dire che l’attività di dropshipping richiede l’apertura della partita Iva, salvo che non si tratti di operazioni del tutto occasionali e sporadiche, prive di una vera e propria organizzazione interna. La prassi dell’Agenzia delle Entrate esclude il carattere dell’abitualità – e quindi consente di non attivare una partita Iva – solo nei casi in cui sono posti in essere atti economici, in via meramente occasionale (risoluzione 550326/1988).  

Tale valutazione dev’essere effettuata in concreto, ossia caso per caso, considerando la frequenza, il numero e l’ammontare complessivo delle vendite svolte dal dropshipper. Il fatto però di aver allestito un sito Internet, sempre online e quindi potenzialmente produttivo di vendite, fa del relativo dropshipper un imprenditore. Non si è imprenditori infatti solo quando gli affari vanno bene.

Di per sé la modalità del dropshipping consente di esercitare un’attività commerciale senza la necessità di disporre di magazzini o di personale addetto alla vendita. Ma la mancanza di strutture personali e materiali non esime l’operatore dall’obbligo di aprire una partita Iva se l’attività commerciale è svolta abitualmente. 

Quanto costa aprire la Partita Iva?

Come abbiamo detto in partenza, l’apertura di una Partita Iva non ha costi, così come non ci sono costi fissi annuali da sostenere se non quelli dei contributi previdenziali che il titolare di una Partita Iva deve sempre sostenere, anche a fronte di assenza di ricavi. A ciò si aggiunge l’eventuale costo di un commercialista di cui avvalersi nel caso in cui non si voglia procedere da soli a tutti gli adempimenti fiscali che la Partita Iva implica.

Per quanto riguarda i costi fissi della previdenza per le Partite Iva individuali dei commercianti (coloro cioè che fanno manodopera prevalentemente personale o compravendita di merci), questi devono iscriversi all’AGO (Assicurazione generale obbligatoria) e, anche se non guadagnano, devono versare nelle casse dell’Inps circa 3.900 euro all’anno.



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