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Editoriali Intervista a Carlo Ruta: la libertà di informazione in Italia

Editoriali Pubblicato il 13 ottobre 2011

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> Editoriali Pubblicato il 13 ottobre 2011

Dopo la recente sentenza della Corte di Appello di Catania, che ha confermato la condanna in primo grado, inflitta dal Tribunale di Modica nei confronti di Carlo Ruta per non aver registrato il proprio blog in Tribunale – caso giudiziario che ha fatto parlare tutta la rete e di cui ci siamo occupati in un precedente articolo a questo indirizzo – siamo andati a scomodare lo stesso giornalista siciliano, protagonista dell’incredibile episodio. Vocato a condurre indagini sulla criminalità organizzata, Ruta si è invece trovato a dover combattere contro gli organi giudiziari che lo hanno ritenuto responsabile del reato di “stampa clandestina”.

Dall’intervista fuoriesce un panorama raccapricciante della situazione dell’informazione italiana e di come certi “poteri forti” siano ancora capaci di influenzare i giochi nell’isola degli agrumi.

Buongiorno Carlo. Parla anzitutto di te e del tuo lavoro.

Mi occupo essenzialmente di storia, da varie prospettive. Una di queste riguarda i percorsi civili del Paese dagli anni dell’unità alla Repubblica. Ho intrapreso questo percorso specifico sin dai primissimi anni novanta, quando ho prodotto uno studio sulla strage di Portella della Ginestra, pubblicato dalla casa editrice Rubbettino. Mi interessavo in quel periodo dello “Stato profondo” in Italia, quello che potrebbe essere stato dietro molte stragi, sin dall’immediato dopoguerra. Ma presto ho dovuto confrontarmi con i fatti del presente. Questo avveniva a partire dalla seconda metà degli anni novanta. Nell’ovest dell’isola le cosche andavano in una specie di letargo, si allontanavano dal traffico internazionale degli stupefacenti, intensificando la loro proiezione verso gli affari “legali”. Nell’est siciliano, dove io vivevo e vivo, erano invece gli anni di piombo, con una escalation di stragi di mafia senza precedenti. In quella stagione salivano alla ribalta giudiziaria e mediatica i gelesi, i vittoriesi, i niscemesi. Era il tempo dei baby killer, dei rivoltosi che mettevano in discussione l’egemonia storica dei boss palermitani. Era il periodo in cui i clan criminali della costa sud si confederavano e in cui qualcuno tentava soluzioni verticistiche. Cercavo di capire meglio quel che accadeva, perché oltretutto rompeva i cliché sulla mafia.

L’articolo prosegue per I-dome a questo indirizzo

 


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