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Se il padre ha donato tutti i beni solo ad alcuni figli

8 Gennaio 2022
Se il padre ha donato tutti i beni solo ad alcuni figli

Mio padre è deceduto lasciando moglie e 4 figli. Egli disponeva di un patrimonio consistente e i miei fratelli hanno approfittato della situazione per dividere la “torta” in due, acquistando diversi immobili con i soldi di mio padre, fino a prosciugare quasi tutto il suo patrimonio, con l’intento di farlo sparire prima che venisse a mancare, sottraendolo alla divisione futura prevista dalla legittima successione. Io e mia sorella vorremmo impugnare queste operazioni. Quali prove si possono utilizzare a nostro favore?

Dalla descrizione della lettrice, sembra di comprendere che il defunto padre abbia quasi azzerato il proprio patrimonio dismettendo i beni a favore di alcuni figli, anticipando così gli effetti della futura successione che ha poi, inevitabilmente, pregiudicato le quote degli altri legittimari (le due figlie femmine).

Non è, tuttavia, chiaro se le donazioni fatte dal padre ai fratelli siano avvenute mediante atti di compravendita genitore-figlio o mediante la cessione di denaro dal genitore al figlio per effettuare atti di compravendita con terzi soggetti. In altri termini, sarebbe utile e necessario distinguere tra:

  • donazioni indirette: qualora i fratelli della lettrice abbiano acquistato beni immobili di terze persone mediante denaro ricevuto dal padre (appositamente per procedere agli atti di compravendita);
  • compravendite che simulavano donazioni: qualora il padre abbia venduto ai figli beni propri e non si sia in realtà mai verificata una cessione del prezzo o si sia verificata per un prezzo non conforme al valore di mercato dei beni.

La distinzione è molto importante ai fini processuali in ipotesi di un’eventuale azione giudiziaria per il ripristino della legittima lesa, in quanto, nel primo caso occorre dare dimostrazione dell’esistenza di una donazione indiretta e, dunque, della volontà del padre di donare indirettamente i beni immobili ai figli contribuendo economicamente agli acquisti. Nel secondo caso, invece, occorre esperire la cosiddetta azione di simulazione e dimostrare che le compravendite celavano, in realtà, delle donazioni e che l’intento delle parti era quello di trasmettere gratuitamente i beni dal genitore ai figli.

In entrambi i casi, l’onere della prova circa l’animus donandi del genitore deve essere fornita dall’erede legittimario che agisce in giudizio (nel caso di specie, la lettrice e sua sorella). La prova può essere fornita tramite:

presunzioni, cioè indizi tali da far presumere che il genitore abbia donato i propri beni ai figli (denaro o immobili): tra questi indizi, per esempio, vi possono essere la dimostrazione che i  fratelli della lettrice non avevano le risorse economiche per acquistare, senza aiuto esterno, determinati beni; che il genitore abbia compiuto operazioni bancarie sospette in coincidenza delle operazioni di compravendita immobiliare (prelievi, bonifici ecc.); che gli atti di compravendita (se stipulati tra genitore e figli – caso della simulazione) non diano atto del versamento del prezzo o riportino un prezzo di gran lunga inferiore al valore del bene ecc.. Di fronte a presunzioni supportate da indizi gravi, precisi e concordanti, spetterebbe ai fratelli dimostrare come avrebbero provveduto all’acquisto dei beni immobili e come avrebbero versato l’eventuale corrispettivo;

testimoni: prova testimoniale di persone che hanno partecipato alle operazioni di compravendita o di altri soggetti in grado di dichiarare lo spirito di liberalità del padre nei confronti dei soli figli maschi e di sapere che egli ha utilizzato le proprie risorse economiche esclusivamente in loro favore.

La difficoltà oggettiva dei giudizi di impugnazione delle donazioni lesive della quota legittima risiede sia nella prova delle donazioni, sia nella prova che esse abbiano leso la quota di riserva dell’erede interessato. Secondo la giurisprudenza, infatti, “per accertare la lesione della quota di riserva, va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 c.c.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 c.c.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 c.c.)” (Cass., 27352/2014).

Più precisamente, la lettrice e la sorella dovrebbero quantificare il valore complessivo dell’asse ereditario, composto dai beni mobili (ivi compreso, denaro, conti correnti, titoli ecc.) e immobili esistenti nel patrimonio del defunto al momento della morte e i beni che questi ha donato in vita ai coeredi. Dall’importo complessivo devono essere sottratti i debiti ereditari, cioè le passività esistenti al momento della morte (spese, debiti fiscali, debiti verso terzi ecc.). Dal totale così ottenuto, occorre calcolare le quote spettanti agli eredi (al netto dell’eventuale quota cosiddetta disponibile), tenendo conto che esse variano a seconda che il defunto abbia lasciato o meno testamento.

Se il de cuius ha lasciato testamento, le quote sono così divise:

– 1/4 al coniuge;

– 2/4 da dividere in parti uguali tra i 4 figli;

– 1/4 di quota disponibile, della quale, cioè, il de cuius può disporre come meglio crede (a favore di uno dei figli, del coniuge, di un amico, di un parente, di un’associazione benefica ecc.).

Se, invece, il de cuius non ha lasciato testamento, le quote sono così divise:

  • 1/3 al coniuge;
  • 2/3 da dividere in parti uguali tra i 4 figli.

Alla luce di quanto esposto, ai fini di un’eventuale azione di riduzione per ottenere la restituzione del “maltolto” e il ripristino della quota di legittima, occorre dimostrare che:

– il de cuius abbia donato beni in vita solo ad alcuni figli (attraverso donazioni indirette o compravendite simulate); una volta accertate le donazioni, i suddetti beni possono essere fittiziamente considerati come parte dell’attivo ereditario al momento dell’apertura della successione;

–  tenuto conto della massa attiva del patrimonio ereditario, sottratto il passivo (e l’eventuale quota disponibile solo se il de cuius ha lasciato testamento), sia stata lesa la quota dei 2/4 o dei 2/3 di eredità.

Sarebbe, dunque, opportuno, per valutare la convenienza di un’azione di riduzione:

  • effettuare una stima del patrimonio ereditario complessivo (considerando il valore dei beni – compresi quelli donati – al momento dell’apertura della successione);
  • recuperare, se esistenti, tutti gli atti di compravendita o donazione compiuti dal de cuius a favore dei figli;
  • recuperare tutti gli atti di compravendita immobiliare effettuati dai figli;
  • effettuare, presso la banca, la richiesta degli estratti conto dei rapporti intestati al de cuius: sul punto, si precisa che, per legge, la banca è tenuta a conservare gli estratti conto per non oltre dieci anni. Ciò non toglie che la banca possa essere in possesso anche dei documenti contabili anteriori; in tal caso, essa è tenuta ad esibirli agli eredi che ne facciano richiesta.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Maria Monteleone



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1 Commento

  1. Una terza possibile situazione:

    Una donazione farlocca che simula una compravendita.

    Sarei interessato a questa situazione.

    Piu’ specifico?
    Una ‘donazione’ da uno zio — con figli — a due nipoti che escludeva altri nipoti.

    Infatti si hanno le prove — oggi — di una compravendita.

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