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Miscellanea L’istituzione penitenziaria che non uccide più… ma lascia morire!

Miscellanea Pubblicato il 29 gennaio 2012

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> Miscellanea Pubblicato il 29 gennaio 2012

Siamo lieti di pubblicare il contributo di ILARIA RIZZUTI inviato a “La Legge per Tutti”. Riportiamo di seguito il testo integrale dell’articolo del nostro lettore.

In carcere non si vive … E  troppo spesso si tenta il suicidio.

È una drammatica verità quella che padroneggia anche nel nostro ordinamento.

L’esigenza di una pena con funzione preventiva e rieducativa, cosi come palesato nell’art 27 della costituzione, spesso non viene soddisfatta. Il problema assume connotati paradossali, se si pensa che, a garantirla, dovrebbe essere proprio lo Stato, tenuto a tutelare i diritti fondamentali e la dignità della persona.

È ormai certo, oggi, che l’istituzione penitenziaria non uccide quasi mai di propria mano, ma lascia morire di noncuranza e d’indifferenza. Nell’ultimo anno, in Italia, sono solo 395 le vite salvate in extremis dalla polizia penitenziaria.

L’allarmismo è stato avvertito anche dal Parlamento Europeo.

In una risoluzione approvata lo scorso 15 dicembre, i deputati  infatti chiedono standard minimi comuni a tutta l’UE sulle condizioni di detenzione e nuove regole per garantire il rispetto dei diritti dei detenuti.

La maggior parte delle carceri europee presenta una “situazione allarmante”, fatta di prigioni sovraffollate, con una popolazione carceraria in continua crescita e un numero crescente di detenuti in attesa di giudizio, di quelli con disturbi mentali e di numerosi casi di suicidio. È semplice pensare come, in un tale ambiente, la detenzione, anche se breve, possa essere deleteria anziché rieducativa.

Il Libro verde della Commissione Europea menziona l’Italia, con Bulgaria, Cipro, Spagna e Grecia, fra i paesi con il maggior sovraffollamento carcerario e, con Lussemburgo e Cipro, fra quelli con il maggior numero di detenzioni in attesa di giudizio. Il testo approvato contiene anche la proposta di offrire ai detenuti, prossimi alla fine della carcerazione, programmi di reinserimento nella società al fine di ridurre il rischio di recidiva.

Intanto in Italia campeggiano importanti novità con la Riforma della Giustizia del Governo Monti, che prevede un decreto legge sull’emergenza carceri e un DPR di modifica del regolamento penitenziario che introduce la Carta dei Diritti e dei Doveri dei detenuti.

Se è vero che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” è più che necessario che l’istituzione penitenziaria si attivi  in concreto. Quale migliore soluzione se non il riferimento alla Legge 354/1975 che valorizza la funzione rieducativa della pena (art. 27 Cost.) introducendo le c.d. misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare ecc.).

L’utilizzo assai frequente di dette misure, in luogo della detenzione, è sicuramente idoneo non  solo a distogliere il reo dalla commissione di nuovi reati, ma soprattutto a restituirgli la voglia di vivere o, in altri casi, a mantenerlo in vita!


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