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Pensione di reversibilità ai figli: quando spetta?

29 Dicembre 2021 | Autore:
Pensione di reversibilità ai figli: quando spetta?

In quali casi i figli minorenni, e quelli maggiorenni studenti o inabili al lavoro, hanno diritto a percepire l’assegno pensionistico se un genitore è defunto.

Molti lettori si chiedono se e quando spetta la pensione di reversibilità ai figli dopo il decesso dei loro genitori o di uno solo di essi. Normalmente, il diritto all’assegno di reversibilità è attribuito al coniuge superstite del pensionato defunto, ma in alcuni casi può essere esteso anche ai figli in possesso di particolari requisiti.

I principali casi in cui viene riconosciuta la pensione di reversibilità ai figli riguardano i minorenni, gli studenti e i maggiorenni inabili al lavoro. In questo caso, però, occorre anche la «vivenza a carico» del figlio al momento della morte del genitore pensionato. È proprio questo requisito a creare i maggiori problemi pratici, perché bisogna dimostrare che il genitore, fino a quando era in vita, provvedeva a mantenere il figlio inabile. Se il figlio che richiede la pensione di reversibilità non riesce a provare questa circostanza, la sua domanda deve essere respinta, come ha ribadito una nuova ordinanza della Cassazione [1].

Pensione di reversibilità: cos’è?

La pensione di reversibilità è un trattamento economico di natura previdenziale che viene riconosciuto agli stretti familiari superstiti di un lavoratore o di un pensionato deceduto. L’emolumento viene erogato dall’Inps, su domanda del richiedente; se si tratta di un lavoratore morto prima di aver raggiunto l’età pensionabile, la reversibilità viene chiamata pensione indiretta.

Pensione di reversibilità al coniuge

La pensione di reversibilità spetta, innanzitutto, al coniuge, anche se separato o divorziato (in questi casi deve essergli stato riconosciuto l’assegno di mantenimento o divorzile). Il trattamento di reversibilità cessa se l’ex coniuge si risposa.

Se il defunto ha contratto più matrimoni, l’assegno di reversibilità viene suddiviso tra i vari ex coniugi in base alla durata del matrimonio, al diritto all’assegno divorzile e alle rispettive condizioni economiche (per conoscere i criteri di riparto, leggi “Pensione di reversibilità contesa fra vedova ed ex moglie“).

La pensione di reversibilità è riconosciuta anche al superstite di una coppia unita civilmente ai sensi della «legge Cirinnà» [2], ma non al convivente di una coppia di fatto.

Pensione di reversibilità ai figli

Oltre al coniuge, la pensione di reversibilità può essere riconosciuta:

  • ai figli minori di 18 anni di età;
  • ai figli maggiorenni e studenti o frequentatori di istituti professionali fino a 21 anni di età;
  • ai figli studenti universitari fino a 26 anni di età;
  • ai figli dichiarati inabili al lavoro, senza limiti di età.

La nozione di «figli» comprende non solo quelli nati da una coppia unita in matrimonio, ma anche i figli naturali, legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati, e gli adottati o affiliati. Sono considerati figli anche i nati postumi, purché entro 300 giorni dalla data del decesso del genitore.

Pensione di reversibilità ad altri parenti

Ai fini della pensione di reversibilità riconosciuta ad altri parenti, ai figli sono equiparati i nipoti minorenni conviventi, purché a carico del lavoratore o del pensionato defunto. In particolare, se mancano il coniuge e i figli, la pensione di reversibilità spetta:

  • ai nipoti minorenni (che sono equiparati ai figli anche nell’entità dell’assegno), purché a carico del lavoratore o del pensionato defunto;
  • ai genitori aventi più di 65 anni di età, purché non siano titolari di pensione propria e risultino a carico del dante causa deceduto.

Se mancano anche i nipoti ed i genitori, la pensione di reversibilità viene attribuita ai fratelli celibi e alle sorelle nubili, a condizione che siano invalidi al lavoro e fossero a carico del defunto sino al momento del suo decesso.

Pensione di reversibilità ai figli inabili al lavoro

La pensione di reversibilità ai figli maggiorenni spetta – a parte il caso degli studenti fino a 26 anni – quando sono stati riconosciuti inabili al lavoro e risultano a carico del genitore fino al momento del suo decesso.

Ai fini delle prestazioni previdenziali, come la pensione di reversibilità, l’inabilità è definita dalla legge [3] come una situazione di «assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa».

Pensione di reversibilità ai figli: la vivenza a carico

La legge [4] dispone che: «Ai fini del diritto alla pensione ai superstiti, i figli in età superiore ai 18 anni e inabili al lavoro, i figli studenti, i genitori, nonché i fratelli celibi e le sorelle nubili permanentemente inabili al lavoro, si considerano a carico dell’assicurato o del pensionato se questi, prima del decesso, provvedeva al loro sostentamento in maniera continuativa».

Questo requisito della vivenza a carico del genitore, secondo la giurisprudenza [5], non va inteso come semplice coabitazione o convivenza nel medesimo nucleo familiare, ma in senso più ampio, che comprende anche l’impossibilità del figlio maggiorenne inabile a svolgere attività lavorativa; ciò comporta la necessità di dover dipendere economicamente dai propri genitori. Perciò, è necessario provare che il genitore provvedeva, in modo abituale e sistematico, a mantenere il figlio maggiorenne e inabile al lavoro.

Una recente pronuncia della Cassazione ha negato la pensione di reversibilità richiesta da un figlio disabile per la mancanza di prova della vivenza a carico del genitore defunto: un «presupposto indefettibile», secondo la Suprema Corte. Così è stata ritenuta insufficiente la produzione in giudizio dello stato di famiglia e della documentazione reddituale. Puoi leggere la sentenza integrale nel box sotto questo articolo.


note

[1] Cass. ord. n. 41548 del 27.12.2021.

[2] L. n. 76 del 20.05.2016.

[3] Art.8, co. 1, L. n. 222/1984.

[4] Art. 22 L. n. 903/1965.

[5] Cass. sent. n. 28608/2018, n. 9649/2015 e n. 14996/2007.

Cass. civ., sez. VI – L, ord. 27 dicembre 2021, n. 41548

Presidente Doronzo – Relatore Piccone

Rilevato che:
– con sentenza depositata il 21 novembre 2019, la Corte d’appello di Firenze, rigettando l’appello proposto da N.G. , ha confermato la decisione di primo grado che aveva ritenuto infondata la domanda della stessa volta ad ottenere la condanna dell’INPS alla corresponsione in proprio favore, in qualità di figlia disabile, della pensione della madre, S.A. , avvenuta in data (omissis) ;
– la Corte in particolare, ha condiviso la decisione del Tribunale che aveva ritenuto la mancata allegazione e dimostrazione, da parte della ricorrente, del requisito della “vivenza a carico” che, unitamente a quello medico legale, costituisce presupposto indefettibile per la concessione del beneficio richiesto;
– per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso per cassazione N.G. , affidandolo a tre motivi;
– l’INPS ha rilasciato procura;
– è stata comunicata alle parti la proposta del giudice relatore unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio.

Considerato che:
– con il primo motivo di censura si deduce la violazione e falsa applicazione della L. n. 903 del 1965, art. 22, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5;
– con il secondo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’art. 24 Cost., nonché dell’art. 420 c.p.c., in merito alla non concessione di rimessione in termini per depositare documenti;
– con il terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 152 c.p.c., in relazione alla condanna al pagamento delle spese di lite;
– il primo motivo e il secondo motivo, da esaminarsi congiuntamente per ragioni logico – sistematiche, sono infondati;
– giova evidenziare, al riguardo, come correttamente la Corte d’Appello abbia fatto applicazione della consolidata giurisprudenza di questa Corte (fra le tante, Cass. n. 9327 del 2018, Cass. n. 1861 del 2019) secondo cui in caso di morte del pensionato, il figlio superstite ha diritto alla pensione di reversibilità, ove maggiorenne, se riconosciuto inabile al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di questi, laddove il requisito della “vivenza a carico”, se non si identifica indissolubilmente con lo stato di convivenza nè con una situazione di totale soggezione finanziaria dei soggetto inabile, va considerato con particolare rigore, essendo necessario dimostrare che il genitore provvedeva, in via continuativa e in misura quanto meno prevalente, al mantenimento del figlio inabile;
tale accertamento di fatto è rimesso al giudice di merito e, pertanto, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato;
nel caso di specie, secondo quanto si legge nella motivazione della sentenza di secondo grado, il requisito della vivenza a carico non è stato oggetto di alcuna allegazione essendo stato depositato esclusivamente il certificato di morte della madre ed uno stato di famiglia da cui risultava, peraltro, la presenza, nel nucleo familiare, anche del marito della madre della ricorrente, che ben avrebbe potuto provvedere al suo mantenimento;
correttamente la Corte ha escluso che la mancata contestazione del requisito della vivenza a carico da parte dell’INPS nella fase amministrativa esonerasse la parte dagli oneri di allegazione che sulla stessa incombono nella fase giudiziale inerendo agli elementi costitutivi del diritto vantato;
d’altro canto, considerata la piena autonomia tra l’accertamento amministrativo e l’azione giudiziaria, la prima si pone esclusivamente quale condizione di procedibilità della seconda;
quanto alla dedotta violazione dell’art. 24 Cost., deve ritenersi sussistente un difetto di specificità, in violazione dell’art. 366 c.p.c., poiché nulla al riguardo viene rinvenuto in atti;
relativamente, infine, alla dedotta violazione dell’art. 152 disp. att. c.c., va rilevato che la Corte d’Appello ha liquidato le spese, secondo il principio della soccombenza, ai sensi del D.M. n. 55 del 2014;
come affermato da questa Corte (V. Cass. n. 16616 del 2018), in tema di esenzione dal pagamento di spese, competenze e onorari nei giudizi per prestazioni previdenziali, l’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo modificato dal D.L. n. 269 del 2003, art. 42, comma 11, conv. con modif. nella L. n. 326 del 2003, laddove fa carico alla parte ricorrente, che versi nelle condizioni reddituali per poter beneficiare dell’esonero degli oneri processuali in caso di soccombenza, di rendere apposita dichiarazione sostitutiva “nelle conclusioni dell’atto introduttivo” va interpretato nel senso che della ricorrenza delle condizioni di esonero deve essere dato conto nell’atto introduttivo del giudizio;
nella specie risulta dalla produzione documentale di parte ricorrente che la stessa aveva presentato apposita dichiarazione sostitutiva attestante le proprie condizioni reddituali: conseguentemente, il requisito in questione deve reputarsi accertato e pertanto vanno ritenute non dovute le spese relative al giudizio di appello;
alla luce delle suesposte argomentazioni, il terzo motivo deve essere accolto e, decidendo la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., devono dichiararsi non dovute le spese relative al giudizio d’appello; le spese relative al giudizio di legittimità vanno compensate in ragione della parziale soccombenza;
sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, art. 1 –bis, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, rigettati il primo e il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara la parte ricorrente non tenuta al pagamento delle spese relative al giudizio d’appello.
Compensa le spese relative al giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, art.1 –bis, comma 1 quater, ove dovuto.


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