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Articolo 34 Costituzione italiana: spiegazione e commento

30 Dicembre 2021 | Autore:
Articolo 34 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 34 sull’obbligo scolastico, sulla promozione dell’insegnamento e sugli aiuti economici ai meno abbienti. Le borse di studio.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Perché la scuola è un dovere?

«La scuola è aperta a tutti», dice l’articolo 34 della Costituzione. Non tutti però ci vogliono entrare, anche a cancelli spalancati. La favola di Pinocchio si ripete quotidianamente: anche dinanzi ai genitori che vendono la propria giacca per comprare l’abbecedario ai figli, i giovani preferiscono la via più breve, agevolata dai facili guadagni che Internet promette anche a chi non ha ancora una formazione. 

Ma la conoscenza è una staffetta che si tramanda di generazione in generazione. Per questo la scienza è avanzata, la cultura si è diffusa, la tecnica e la tecnologia sono progredite. Ed ecco perché è necessario che i ragazzi si facciano trovare all’appuntamento in cui verrà consegnato loro il testimone. Tuttavia, per arrivare pronti devono prima porsi allo stesso livello di chi li ha preceduti ed è quindi necessario che studino. La scuola è pertanto un diritto ma anche un dovere. Lo dice espressamente l’articolo 34 nello stabilire che la scuola è obbligatoria fino ad otto anni. Un dovere che ci portiamo dietro in forza della stessa Costituzione che, all’articolo 4, laddove parla di diritto al lavoro, stabilisce anche che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». E lo Stato deve investire sui giovani come una squadra di calcio deve crescere i propri pulcini. La cultura è un valore fondamentale per la crescita intellettuale dei singoli e per lo sviluppo della società.

Insomma, il concetto è chiaro: ciascuno di noi ha l’obbligo di contribuire al progresso collettivo: quello dei nostri figli, dei nostri nipoti, per chi verrà dopo di noi. Sulla terra siamo in affitto: e come chi prende in affitto un appartamento deve lasciarlo pulito ed accogliente per i futuri inquilini, anche noi dobbiamo lasciare il mondo in cui viviamo in perfetto stato per chi verrà dopo di noi. 

Certo, si potrà dire che la scuola non invoglia perché tutto ciò che viene imposto diventa inviso e noioso; che ha programmi vecchi, non al passo coi tempi e con le nuove esigenze; che, seppur col nobile scopo di consentire a tutti di seguire i programmi, a volte livella i più bravi verso il basso andando così a deprimere il sistema meritocratico. 

Ciò nonostante la scuola deve essere considerata un luogo sacro. «Sacro» perché offre un metodo, un esercizio al sacrificio e, soprattutto, la consapevolezza che senza sudore non si conquista nulla.

Proprio questa sacralità imporrebbe maggiore valorizzazione nei confronti dei professori e del loro lavoro. Un ingegnere che costruisce un ponte per collegare due strade viene pagato molto più di un docente che collega due generazioni, proiettando la seconda verso il futuro. 

Si spera nell’insegnamento perché è “il posto fisso”, pagato discretamente, che garantisce una discreta autonomia economica. Ma non si può nascondere che, ad insegnare, finisce spesso chi non riesce nella libera professione o non trova un posto dirigenziale di alto livello. Come a dire: la scuola è l’ancora di salvezza per chi non vuole restare disoccupato. Alla faccia della finalità perseguita dai bandi pubblici che dovrebbero mirare a selezionare i migliori. Se un docente venisse pagato quanto un magistrato, ci sarebbe molta più concorrenza nelle selezioni e, di conseguenza, più qualità.

Fino a quando la scuola è obbligatoria?

L’articolo 34 è la seconda norma che la Costituzione dedica al diritto all’istruzione, proseguendo il discorso iniziato con l’articolo 33. Parte da un principio di estrema importanza sociale, in sintonia con quanto stabilito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: il fatto che la scuola è libera ed aperta a tutti. Non fa quindi discriminazioni di reddito o di capacità d’apprendimento, tant’è che il diritto allo studio è riconosciuto anche agli studenti diversamente abili per i quali, da molti anni, sono previsti dei trattamenti personalizzati con insegnanti di sostegno. Anche per gli alunni migranti, oltre ai corsi per l’apprendimento della nostra lingua, viene prevista una specifica mediazione culturale. Il tutto in un’ottica di assoluta incisività.

Ancora una volta, torna a galla il principio che tutti siamo uguali, anche gli studenti a scuola, per quanto minorenni. La Repubblica non tollera discriminazioni di alcun genere, né al momento dell’accettazione delle iscrizioni, né durante le interrogazioni, né con gli scrutini finali. 

La legge ha aggiornato nel corso del tempo l’articolo 34 della Costituzione, allungando il periodo della scuola dell’obbligo da otto a dieci anni. Nel dettaglio, secondo il Ministero, «è obbligatoria l’istruzione impartita per almeno dieci anni e riguarda la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni. L’adempimento di quest’obbligo è finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il 18° anno di età». Inoltre, precisa la Costituzione, la frequenza durante il periodo obbligatorio deve essere gratuita.

Nonostante l’obbligo di istruzione per almeno dieci anni, non esiste una norma che punisca i genitori che non mandano i figli a scuola. Le uniche regole contro l’abbandono scolastico si riferiscono solo alla frequenza della scuola elementare: in particolare, viene previsto, a carico del padre e della madre, un vero e proprio reato. Invece, un genitore che non fa niente per il figlio che non vuol frequentare la scuola media inferiore o superiore, non rischia nulla. È il fenomeno che viene chiamato «dispersione scolastica» e che costituisce un problema non solo nazionale ma anche europeo. 

Il genitore può essere salvato dall’incriminazione penale solo in presenza di una giusta causa come:

  • la mancanza assoluta di insegnanti o di scuole nella zona di residenza;
  • l’eccessiva distanza tra l’abitazione e la scuola;
  • lo stato di salute del minore;
  • il categorico rifiuto del minore di andare a scuola e a ricevere un’istruzione nemmeno con l’aiuto dei servizi sociali.

I sussidi alle famiglie meno abbienti

La Costituzione vincola lo Stato a premiare gli studenti più meritevoli con aiuti economici alle famiglie che hanno meno possibilità di garantire ai figli la prosecuzione del percorso scolastico: dalle borse di studio all’assegno unico per i figli, dall’esenzione o riduzione delle tasse universitarie ai bonus libri o alle detrazioni sugli affitti fuori sede, sulla base di criteri oggettivi come la dichiarazione Isee che certifica la situazione patrimoniale del nucleo familiare.



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