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Mantenimento figli maggiorenni genitori separati

31 Dicembre 2021 | Autore:
Mantenimento figli maggiorenni genitori separati

Per determinare l’importo dell’assegno e ripartire l’onere occorre confrontare le posizioni economiche degli ex coniugi: redditi, patrimoni e altre disponibilità.

I genitori, anche se separati o divorziati, devono mantenere i figli che sono diventati maggiorenni ma non hanno ancora raggiunto l’indipendenza economica. Questo obbligo è sancito direttamente dalla Costituzione ed è specificato in apposite disposizioni del Codice civile, sia per i genitori uniti in matrimonio sia per quelli separati o divorziati. Le norme, però, sono per loro natura generali e astratte; manca una concretizzazione, e in questa delicata materia non esistono coefficienti matematici da applicare nei casi pratici. Così il mantenimento dei figli maggiorenni di genitori separati è spesso conflittuale, perché i due ex coniugi litigano sulla suddivisione delle spese e sull’ammontare dell’assegno periodico che il più abbiente dei due deve versare.

Siccome non esistono dei criteri precisi per stabilire come va ripartito tra i genitori separati il mantenimento dei figli maggiorenni, molte coppie si rivolgono al giudice per stabilire la cifra. Per la determinazione dell’ammontare la legge fornisce solo delle indicazioni generali che i giudici devono specificare caso per caso, se i genitori non hanno raggiunto un accordo consensuale. E anche dopo i provvedimenti di separazione o di divorzio, gli ex coniugi spesso tornano in tribunale (talvolta, accompagnati dai figli ormai adulti, che agiscono direttamente per sé) per rivedere l’importo dell’assegno. Il taglio o l’aumento della cifra può avvenire sia in relazione alle nuove esigenze dei figli – che aumentano con il crescere dell’età – sia in rapporto alle variazioni delle condizioni economiche dei loro genitori, che potrebbero essere cambiate rispetto al momento in cui la coppia si è divisa.

Ultimamente, la giurisprudenza sta raggiungendo una convergenza sui criteri da adottare per stabilire la misura dell’assegno e ripartire l’onere tra i due ex coniugi: le più recenti sentenze della Corte di Cassazione [1] affermano che bisogna effettuare una «comparazione tra le rispettive situazioni economiche». Questo metodo vale specialmente quando chi è tenuto a versare l’assegno periodico chiede una riduzione dell’importo del mantenimento, in base alle variazioni patrimoniali e reddituali proprie o dell’altro genitore; ma si applica anche all’eliminazione dell’obbligo di mantenere un figlio diventato ormai adulto, e che però non si dà da fare per cercare un lavoro che lo renda economicamente indipendente e così diventa un «bamboccione». E anche questo dimostra che il mantenimento dei figli maggiorenni da parte dei genitori separati non dura per sempre.

Obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni

L’art. 30 della Costituzione sancisce che i genitori devono «mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio»: noterai che la norma non contiene un riferimento all’età, quindi riguarda anche i maggiorenni. L’art. 147 del Codice civile specifica che l’obbligo di mantenimento dei figli deve avvenire «nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni» che, evidentemente, cambiano con il crescere della loro età.

Tutti sanno che le spese per la crescita dei figli aumentano quando diventano adolescenti, perché devono comprendere gli studi, lo sport e la vita di relazione, e sono ancora più consistenti quando si iscrivono all’università o frequentano master e corsi di specializzazione. Di conseguenza, col passare degli anni, l’onere di mantenimento dei figli da parte dei genitori diventa sempre più gravoso, specialmente se i giovani compiono un percorso formativo molto lungo e costoso, come una laurea in medicina, o hanno difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro.

Mantenimento figli maggiorenni: quanto dura?

Una volta assodato che il mantenimento spetta anche ai figli maggiorenni, bisogna capire fino a quanto dura. L’obbligo dei genitori può proseguire per parecchi anni dopo il raggiungimento della maggiore età dei figli, fino a quando essi non raggiungono finalmente l’autosufficienza economica, cioè trovano un’occupazione che gli garantisce un reddito stabile e l’indipendenza finanziaria.

Per evitare che i figli ormai adulti possano adagiarsi sul mantenimento dei genitori e vivere per sempre a loro carico, la giurisprudenza ha elaborato un principio di autoresponsabilità: i figli maggiorenni perdono il diritto al mantenimento se non frequentano l’università o altri corsi di studio e non si attivano per cercare un lavoro. I giudici dicono sempre più spesso stop al mantenimento del figlio adulto che non lavora e non studia. In particolare, dai trent’anni in su, tocca al figlio dimostrare la propria perdurante situazione di difficoltà economica e di inserimento lavorativo, e se non ci riesce dovrà dire addio al mantenimento di mamma e papà. L’unica eccezione riguarda i figli maggiorenni disabili e non in grado di lavorare, che hanno sempre diritto ad essere mantenuti dai loro genitori.

Mantenimento figli maggiorenni per i genitori separati o divorziati

Anche i genitori separati o divorziati devono mantenere i propri figli in modo analogo a quello delle coppie ancora sposate. L’art. 337 septies del Codice civile dispone che «il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto», cioè al figlio stesso, anziché al genitore con cui convive, come avviene per i figli minorenni.

È una norma dalla formulazione molto elastica (per non dire vaga), che lascia un’ampia discrezionalità al giudice e all’eventuale accordo tra le parti. Il limite al mantenimento dei figli maggiorenni consiste sempre nel raggiungimento o meno della loro indipendenza economica. Se questo risultato non si realizza, le cause non devono essere dovute a cattiva volontà o a scarso impegno del ragazzo o della ragazza nel completare gli studi e mettersi alla ricerca di un lavoro. La prosecuzione del mantenimento dipende essenzialmente da questo. Solo se i figli maggiorenni sono portatori di handicap, per il loro mantenimento, continuano ad applicarsi integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.

Come si calcola l’importo del mantenimento dei figli maggiorenni?

L’importo del mantenimento dei figli maggiorenni – e dunque, nelle coppie separate o divorziate, la cifra da riconoscere nell’assegno che l’ex coniuge obbligato dovrà versare periodicamente – va commisurato e parametrato alle effettive risorse economiche dei genitori e ad altri fattori che riguardano la crescita del figlio e il suo ambiente e stile di vita. L’art. 337 ter del Codice civile stabilisce che, salvi gli accordi intercorsi tra gli ex coniugi, «ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito».

Il giudice, nel fissare la misura dell’assegno periodico di mantenimento (in genere, da versare con cadenza mensile), deve rispettare questo essenziale «principio di proporzionalità», considerando, in particolare, questi aspetti:

  • le attuali esigenze del figlio;
  • il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Va sottolineato che nella determinazione della cifra non contano solo i redditi dichiarati, ma anche quelli occulti, come i proventi percepiti in nero o i ricavi non fatturati: il giudice può disporre accertamenti a cura della polizia tributaria per verificare l’entità dei guadagni reali. In base alle tendenze attuali della giurisprudenza, non sono solo i redditi che entrano in gioco, ma le situazioni economiche e patrimoniali di entrambi i genitori, che vanno esaminate e comparate nel loro complesso, come ha affermato l’ultima ordinanza della Cassazione che riportiamo per esteso al termine di questo articolo. La pronuncia è relativa alla riduzione dell’assegno di mantenimento a carico di un padre per la figlia maggiorenne che convive con la madre: l’uomo aveva chiesto il taglio dell’assegno perché la figlia aveva conseguito la laurea in giurisprudenza e stava svolgendo la pratica forense, presso lo studio del padre avvocato; la Suprema Corte ha disposto un esame più approfondito delle rispettive condizioni economiche dei genitori.

Approfondimenti

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note

[1] Cass. ord. n. 41919 del 29.12.2021 e n. n. 24460 del 10.09.2021.

Cass. civ., sez. VI – 1, ord. 29 dicembre 2021, n. 41919

Presidente Bisogni – Relatore Mercolino

Rilevato che:
con Decreto 18 giugno 2018, il Tribunale di Palermo dispose, ai sensi dell’art. 710 c.p.c., la modifica delle condizioni stabilite nel giudizio di separazione personale tra i coniugi C.F. e I.W.A.G. , revocando l’assegnazione della casa coniugale a quest’ultima, riducendo ad Euro 450,00 mensili l’assegno posto a carico del primo a titolo di contributo per il mantenimento della figlia F. , maggiorenne ma non ancora economicamente autosufficiente e convivente con la madre, e rigettando la domanda riconvenzionale, proposta dalla donna, di determinazione delle spese straordinarie sostenibili senza il consenso del coniuge;
che il reclamo proposto dal C. è stato rigettato dalla Corte d’appello di Palermo con Decreto 2 aprile 2020;
che avverso il predetto decreto il C. ha proposto ricorso per cassazione, per tre motivi, al quale la I. ha resistito con controricorso, illustrato anche con memoria;
che il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Palermo non ha svolto attività difensiva.

Considerato che:
con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente denuncia la nullità del decreto impugnato, per violazione e/o falsa applicazione dello art. 112 c.p.c., osservando che la Corte d’appello ha omesso di pronunciare in ordine al motivo di reclamo concernente la revoca dell’assegnazione dell’arredo della casa coniugale, avendo qualificato la relativa domanda come domanda restitutoria, in realtà mai proposta, ed essendosi conseguentemente limitata a rilevarne l’estraneità alla competenza funzionale del giudice della separazione;
che il motivo è inammissibile;
che ai fini della configurabilità del vizio di omessa pronuncia è infatti necessaria la totale pretermissione del provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto, ravvisabile allorquando il giudice abbia omesso di decidere sia pure implicitamente in ordine a una domanda o un’eccezione ritualmente introdotta in giudizio, il cui esame non possa ritenersi assorbito da altre statuizioni (cfr. Cass., Sez. III, 29/01/2021, n. 2151; Cass., Sez. VI, 4/06/2019, n. 15255; Cass., Sez. lav., 26/01/2016, n. 1360);
che nella specie il motivo di reclamo con cui era stata richiesta la revoca dell’assegnazione dell’arredo della casa coniugale è stato invece dichiarato espressamente inammissibile dal decreto impugnato, il quale, come riconosciuto dalla stessa difesa del ricorrente, ha qualificato la predetta domanda come una “richiesta di natura reale”, estranea alla competenza funzionale del giudice della separazione e proponibile nelle forme previste per il rito ordinario di cognizione;
che, nel contestare la predetta qualificazione, il ricorrente censura l’interpretazione della domanda, la quale, risolvendosi in un giudizio di fatto, costituisce un’operazione riservata al giudice di merito, il cui risultato è sindacabile in sede di legittimità esclusivamente per incongruenza o illogicità della motivazione, nei limiti in cui tali vizi sono ancora deducibili come motivi di ricorso per cassazione, a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, da parte del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (cfr. Cass., Sez. VI, 3/12/2019, n. 31546; Cass., Sez. I, 17/11/2006, n. 24495);
che i predetti vizi non sono stati in alcun modo dedotti dal ricorrente, il quale si è limitato ad insistere sulla riconducibilità della censura proposta alla domanda di revoca dell’assegnazione della causa coniugale, già accolta dal Giudice di primo grado, senza neppure spiegare le ragioni per cui tale statuizione non si estende all’arredo, e richiamando anzi l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, contrastante con il proprio assunto, secondo cui il diritto di uso dei mobili che arredano la casa coniugale, in quanto strumentale al godimento dell’immobile, è destinato a cessare quando l’assegnatario ne perda la disponibilità, con la conseguenza che il coniuge che è stato privato del godimento di tali mobili può reclamare quelli di sua appartenenza esclusiva o chiedere la divisione di quelli comuni (cfr. Cass., Sez. I, 14/02/1986, n. 878; 9/12/1983, n. 7303);
che con il terzo motivo, il cui esame risulta logicamente prioritario rispetto al secondo, il ricorrente lamenta la nullità del decreto impugnato per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., osservando che la Corte d’appello ha omesso di pronunciare sul motivo di reclamo con cui era stata dedotta l’omessa comparazione delle situazioni economiche delle parti, ai fini della riduzione dell’assegno di mantenimento;
che il motivo è infondato;
che, indipendentemente dall’esame delle censure riguardanti la correttezza giuridica e la logicità del ragionamento svolto nella decisione di primo grado, nella parte avente ad oggetto la modifica dell’assegno di mantenimento determinato in sede di separazione, la Corte d’appello non ha affatto omesso di statuire in ordine alla domanda di riduzione proposta dal ricorrente, avendone confermato l’accoglimento parziale, nella misura già stabilita dal Tribunale;
che tale statuizione, logicamente incompatibile con l’accoglimento delle predette censure, deve considerarsi sufficiente ad escludere la sussistenza del vizio di omessa pronuncia, non configurabile allorquando la decisione, adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte, ne comporti il rigetto o la non esaminabilità, pur in assenza di una specifica argomentazione (cfr. Cass., Sez. III, 29/01/2021, n. 2151; Cass., Sez. I, 9/05/2007, n. 10636);
che con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 337-ter c.p.c., rilevando che, ai fini della rideterminazione dell’assegno di mantenimento, il decreto impugnato ha omesso di procedere ad una valutazione comparativa delle situazioni economiche delle parti, risultanti dalla relazione depositata dal c.t.u. nominato in primo grado, essendosi limitato a prendere in esame i redditi ed il patrimonio di esso ricorrente;
che, ai fini della valutazione delle esigenze economiche della figlia, la Corte d’appello si è inoltre limitata a dare atto della crescita della stessa, senza considerare che successivamente all’assegnazione della causa in decisione F. ha completato gli studi universitari e ha intrapreso la pratica forense presso lo studio di esso ricorrente;
che la Corte d’appello ha infine omesso di valutare la riduzione dei compiti di assistenza gravanti sulla I. , per effetto dell’età ormai raggiunta dalla figlia, nonché gli effetti economici negativi dell’emergenza sanitaria da Covid-19, sopravvenuta nelle more tra la chiusura della discussione e il deposito del decreto impugnato;
che il motivo è parzialmente fondato;
che, in tema di separazione personale dei coniugi, l’efficacia di giudicato da riconoscersi, sia pure rebus sic stantibus, alle condizioni economiche stabilite dalla relativa sentenza alla stregua della situazione di fatto esistente all’epoca della sua pronuncia comporta che, nel caso in cui venga proposta domanda di revisione delle predette condizioni, ai sensi dell’art. 710 c.p.c., non può procedersi ad una nuova ed autonoma valutazione dei presupposti o dell’entità dell’assegno sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti, dovendosi innanzitutto verificare, nel pieno rispetto delle valutazioni espresse al momento dell’attribuzione dell’emolumento, se l’equilibrio economico risultante dalla predetta decisione risulti alterato a causa della sopravvenienza di nuove circostanze che non avrebbero potuto essere tenute presenti in quella sede, ed in caso positivo provvedere all’adeguamento dell’importo dell’assegno o dello stesso obbligo di contribuzione, in relazione alla nuova situazione patrimoniale (cfr. Cass., Sez. I, 30/ 09/2016, n. 19605; 27/08/2004, n. 17136; Cass., Sez. VI, 20/06/2014, n. 14143);
che tale principio, enunciato in riferimento all’assegno dovuto per il mantenimento del coniuge, trova applicazione anche a quello stabilito per il mantenimento dei figli minori o di quelli maggiorenni ma non ancora economicamente autosufficienti, il cui importo deve risultare idoneo a garantire all’avente diritto la soddisfazione di molteplici esigenze non limitate al solo aspetto alimentare, ma estese anche a quello abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, in misura adeguata alla sua età e al tenore di vita della famiglia, quale può desumersi dalla valutazione delle risorse economiche disponibili da parte di entrambi i genitori (cfr. Cass., Sez. VI, 11/01/2016, n. 214; 18/09/2013, n. 21273; Cass., Sez. I, 19/03/2002, n. 3974);
che tali principi, più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, non possono ritenersi correttamente applicati dal decreto impugnato, il quale, preso atto della riduzione dell’assegno dovuto dal ricorrente per il mantenimento della figlia, già disposta dal Tribunale alla luce dell’intervenuta modificazione della situazione di fatto esistente all’epoca della pronuncia della sentenza di separazione, ha confermato tale statuizione sulla base di considerazioni riguardanti esclusivamente la situazione reddituale e patrimoniale del C. , come accertata dal c.t.u. nominato in primo grado, omettendo di procedere al necessario confronto tra le risorse economiche in possesso di quest’ultimo e quelle disponibili da parte dell’I. , al fine di verificare se si fosse in concreto verificata l’alterazione dell’equilibrio risultante dalla predetta sentenza, fatta valere dal ricorrente a sostegno della domanda proposta in primo grado, e ribadita in sede di reclamo;
che il decreto impugnato non merita invece censura nella parte in cui ha omesso di prendere in considerazione gli effetti economici conseguenti al completamento degli studi da parte della figlia del ricorrente ed alla diffusione dell’epidemia da virus Covid-19, trattandosi di circostanze verificatesi successivamente all’assegnazione della causa in decisione, che non possono quindi costituire oggetto di esame neppure in questa sede, e la cui incidenza sulle esigenze dell’avente diritto all’assegno e sulla situazione reddituale e patrimoniale dei genitori potrà essere eventualmente valutata nel giudizio di rinvio, quale fatto nuovo, incidente sulla posizione delle parti, e non suscettibile di utile allegazione nelle precedenti fasi processuali (cfr. Cass., Sez. lav., 22/ 03/2013, n. 7301; Cass., Sez. III, 29/08/2011, n. 17690; Cass., Sez. I, 30/ 10/2003, n. 16294);
che la sentenza impugnata va pertanto cassata, nei limiti segnati dalle censure accolte, con il conseguente rinvio della causa alla Corte d’appello di Palermo, che provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso, rigetta il terzo, accoglie il secondo, per quanto di ragione, cassa il decreto impugnato, in relazione alle censure accolte, e rinvia alla Corte di appello di Palermo, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.


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