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Quando l’offesa è pubblicata su Facebook

24 Luglio 2014
Quando l’offesa è pubblicata su Facebook

Diffamazione, ingiuria e social network: la bacheca è una gogna; se offendete qualcuno attraverso un social network potreste essere condannati.

Fate attenzione a quello che scrivete sulla vostra bacheca di Facebook: in caso di contenuti offensivi, potreste essere condannati per diffamazione, proprio come se aveste offeso qualcuno attraverso le pagine di un giornale.

Il Tribunale di Livorno ha infatti condannato una ex lavoratrice per aver pubblicato su Facebook messaggi offensivi contro il centro estetico per il quale lavorava. Ma non solo: la donna ha dovuto anche risarcire, per danni morali, il titolare del cento estetico, costituitosi parte civile nel processo.

Bisogna partire da un principio: gli utenti dei social network sono consapevoli (anzi, l’effetto è voluto), del fatto che altre persone possano prendere visione delle informazioni scambiate via web.

Proprio per questo motivo il Tribunale ha ritenuto che l’offesa online sia equiparabile a un reato di diffamazione a mezzo stampa, cioè come se fosse stata pubblicata su un giornale.

Il giudice non ha avuto dubbi: il reato scatta ogni qualvolta:

  • il destinatario delle frasi ingiuriose (il centro estetico) è chiaramente individuabile;
  • la comunicazione ha carattere pubblico (il social network è in grado di raggiungere un numero indeterminato di persone);
  • la volontà di offendere la reputazione è palese.

Oltre alla condanna per diffamazione, con multa che può raggiungere anche mille euro, il giudice può ritenere che debba essere risarcito anche il danno morale sofferto dalla persona offesa.

Cosa prevede la legge

La legge dice che è punibile del reato di diffamazione chiunque, comunicando con più persone, offende la reputazione altrui.

L’offesa può essere effettuata tramite giornali e riviste (in gergo tecnico è la cosiddetta diffamazione a mezzo stampa) oppure con qualsiasi altro mezzo di comunicazione (per esempio, radio, televisione, ecc. ).

I giudici sono ormai concordi nel ritenere che l’offesa alla reputazione, utilizzando Facebook, rientri tra i casi di diffamazione a mezzo stampa. Questo a causa del suo carattere pubblico (una bacheca rivolta a più persone) e del contesto in cui si sono manifestate le offese (in rete).

È importante far notare come, anche senza alcuna prova concreta dell’effettiva esistenza del danno morale arrecato al datore di lavoro, questo sia stato comunque riconosciuto dal Tribunale di Livorno, circostanza peraltro non pacifica in giurisprudenza.

Come tutelarsi

Se qualcuno ha scritto una frase, un post o un commento offensivo nei tuoi riguardi su una pagina Facebook, è molto importante che tu, prima che il contenuto venga rimosso dal suo autore (resosi consapevole dell’illecito commesso) ti procuri la prova del crimine. Come?

Il metodo migliore sarebbe quello di andare dal notaio e farsi autenticare la pagina stampata con il commento offensivo. Per saperne di più, puoi seguire la procedura indicata a questo link: “Prove: come garantire che una stampa di una pagina web è identica all’originale.

Diversamente potresti fare uno screenshot della pagina, ossia una immagine digitale della schermata, conservandola con cura in formato .jpeg, per esempio. La stampa della pagina è, invece, assai più contestabile.

In ultima analisi, ci sono sempre i testimoni: coloro che hanno letto la frase ingiuriosa pubblicata su Facebook potranno sempre testimoniare a tuo favore in un eventuale processo.


note

[1] Trib. Livorno, sent. n. 38912 del 31.12.2012.

Autore immagine: 123rf com


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