Diritto e Fisco | Articoli

Soccombenza virtuale: cos’è e come funziona?

30 Aprile 2022 | Autore:
Soccombenza virtuale: cos’è e come funziona?

Cessata materia del contendere: cos’è? Chi paga le spese di giudizio e le spese legali sostenute dalla parte vittoriosa?

La giustizia italiana non è solo lenta ma anche costosa. Chi intende fare causa a un’altra persona non deve infatti mettere in conto solamente la parcella del proprio avvocato, ma anche tutta una serie di costi che prendono il nome di “spese di giustizia”. In queste ultime rientrano tutti gli esborsi che si rendono necessari per poter sostenere un processo, come ad esempio il contributo unificato, i diritti di cancelleria, i costi per le copie e le notifiche, ecc. La legge consente di recuperare ogni spesa nel caso in cui si vinca la causa: chi perde, infatti, deve pagare le spese che l’altra parte ha sostenuto. Si tratta del cosiddetto principio di soccombenza. Con questo articolo ci soffermeremo su uno specifico aspetto: vedremo cioè cos’è e come funziona la soccombenza virtuale.

Sin da subito va detto che la soccombenza virtuale è legata al ricorrere di una situazione particolare che prende il nome di cessata materia del contendere. Come meglio diremo nel prosieguo, si ha cessata materia del contendere quando il giudice non può esprimersi sulla vicenda che è oggetto di causa in quanto, nelle more del giudizio, la controversia si è risolta spontaneamente. È il caso del debitore che, durante il processo, decide di pagare il creditore.

In un caso del genere, al giudice non resta che dichiarare la cessata materia del contendere. A questo punto, cosa accade con le spese? Qual è la parte che, avendo perso, deve sostenere i costi del processo? Per tutte queste ragioni è importante sapere cos’è e come funziona la soccombenza virtuale.

Principio di soccombenza: cos’è?

Il principio di soccombenza può essere espresso in maniera molto semplice con un modo di dire: chi perde, paga.

Tradotto in termini un po’ più tecnici, una parte processuale è soccombente quando la sua domanda viene rigettata dal giudice oppure quando viene accolta quella della controparte.

Soccombenza: come funziona?

Secondo la legge [1], il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa.

Il discorso è molto semplice: nel decidere il giudizio, il magistrato accolla alla parte che perde anche le spese sostenute dalla parte vittoriosa.

Le spese in questione sono:

  • quelle processuali (o di giudizio), legate ai costi della giustizia (contributo unificato, marche da bollo, notifiche, consulenti tecnici, ecc.);
  • quelle legali, corrispondenti all’onorario dell’avvocato, così come liquidato dal giudice.

Se il giudice, però, accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta stessa, salva l’eventuale necessità di procedere a compensazione.

In pratica, la legge consente al giudice di imputare le spese processuali alla parte vittoriosa, se questa alla fine l’ha spuntata con un risultato non superiore a quello che avrebbe ottenuto se avesse accettato la proposta conciliativa del giudice. Facciamo un esempio.

Marco cita in giudizio Paolo per una somma pari a 10mila euro. Il giudice, durante la prima udienza, propone una conciliazione a 5mila euro. Marco non accetta e decide di andare avanti. Al termine del processo, il giudice riconosce a Marco una somma non superiore a 5mila euro, condannandolo a pagare a Paolo le spese di giudizio maturate successivamente alla proposta conciliativa disattesa.

Insomma: la legge consente di far pagare le spese processuali alla parte vittoriosa che ha inutilmente proseguito il giudizio, se non ha ottenuto più di quanto gli era stato proposto in sede conciliativa. In questo caso, potremmo dire che chi non si accontenta, paga.

Cessata materia del contendere: cos’è?

Come anticipato in premessa, si ha cessata materia del contendere quando la controversia tra le parti è venuta meno nonostante il giudizio sia in corso.

Si pensi al debitore che decide di pagare il creditore che è in causa con lui, oppure al vicino che, spontaneamente, ha deciso di rimuovere la propria costruzione posta oltre il confine delle proprietà.

In casi del genere viene meno la ragione stessa del procedimento; pertanto, il giudice deve pronunciarsi con sentenza che dichiara la cessata materia del contendere ed estingue il giudizio.

In queste ipotesi, come farà il giudice a stabilire chi è soccombente e, quindi, dovrà pagare le spese sostenute dall’altra parte? È qui che entra in gioco la soccombenza virtuale.

Soccombenza virtuale: cos’è?

La soccombenza virtuale è quella che deve stabilire il giudice nel caso in cui la causa si sia conclusa con la cessata materia del contendere.

In questi casi, la soccombenza è “virtuale” perché, di fatto, il giudizio si è concluso senza vinti né vincitori.

Ciononostante, il giudice è chiamato comunque a stabilire chi deve pagare le spese legali e quelle di giudizio. Come fare? In caso di cessata materia del contendere, in che modo si stabilisce il soccombente?

Soccombenza virtuale: come funziona?

Secondo la giurisprudenza [2], la soccombenza virtuale si determina in base alla ragionevole probabilità di accoglimento della pretesa di parte.

In altre parole, per stabilire la soccombenza virtuale il giudice deve immaginare che il processo sia proseguito, ponendo le spese a carico della parte che, con ogni probabilità, avrebbe perso.

Insomma: sulla base degli elementi fino a quel momento raccolti, il giudice deve stabilire chi avrebbe vinto la causa se il processo fosse andato avanti anziché estinguersi per la cessata materia del contendere.

Nulla toglie, però, che il giudice opti per la compensazione delle spese [3], che ricorre in tre ipotesi:

  • se vi è soccombenza reciproca;
  • nel caso di assoluta novità della questione trattata;
  • in caso di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni giuridiche su cui si dibatte.

In sintesi: la cessata materia del contendere costringe il giudice a prendere posizione sulla soccombenza, stabilendo, con un proprio giudizio ipotetico, chi avrebbe vinto e chi perso se la causa fosse proseguita. Il giudice può scegliere per la compensazione (“pari e patta”, insomma) solo al ricorrere della condizioni appena menzionate.



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube