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Precedenti penali in famiglia: quali conseguenze?

15 Gennaio 2022
Precedenti penali in famiglia: quali conseguenze?

Mio padre è stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Quali conseguenze negative può comportare questo precedente in famiglia per me?

In linea di massima, avere precedenti penali in famiglia non comporta alcuna preclusione o trattamento di sfavore. Ciò che rileva sono solamente i precedenti personali, non quelli altrui.

Solitamente si pensa che la presenza di precedenti penali in famiglia possa impedire l’accesso alla carriera nell’ambito militare e, soprattutto, nell’Arma dei Carabinieri. In realtà, nei bandi di concorso non vi è alcun riferimento a preclusioni del genere. Per la legge italiana, infatti, la responsabilità penale è personale e, dunque, non è possibile che un fatto che è estraneo e che non riguarda in prima persona il candidato possa pregiudicarlo nella partecipazione a un concorso pubblico. Ciò vale anche per tutti gli altri concorsi militari e, in genere, per tutti i concorsi pubblici. Un candidato che nella propria famiglia ha parenti con precedenti penali può presentare domanda di partecipazione a tutti i concorsi.

Peraltro, va detto che la Corte costituzionale (sentenza 23 marzo 1994, n. 108) ha in passato dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che prevedeva, tra i requisiti per l’ammissione al concorso nelle forze armate, l’appartenenza a famiglia di estimazione morale indiscussa. Infatti, quest’ultimo requisito, non attenendo a capacità, attitudini o condotte relative all’aspirante, riguardava valutazioni o comportamenti riferibili ai familiari che venivano automaticamente imputati al soggetto interessato.

In pratica, la Corte costituzionale è intervenuta riguardo al requisito connesso con la parentela, dichiarando l’illegittimità della norma in relazione alla pregiudiziale esclusione di candidati da un pubblico concorso in ragione di elementi di apprezzamento estranei alla persona del candidato stesso.

Va però sottolineato che all’interno dell’iter concorsuale – in particolare negli accertamenti psico-attitudinali (colloquio con lo psicologo) – questo dato familiare potrebbe essere portato alla luce. Sarà poi la commissione del concorso a valutare la situazione in essere e a ritenere il candidato idoneo a proseguire l’iter concorsuale.

In sintesi, possiamo tranquillamente affermare che nessun concorso pubblico può prevedere una norma che escluda dalla partecipazione la persona che ha parenti o familiari con precedenti: sarebbe una grave violazione del principio, sopra richiamato, della personalità della responsabilità penale.

Problemi potrebbero esservi per ottenere il porto d’armi. La questura (che si occupa del rilascio del porto per uso sportivo e venatorio) e la prefettura (competente per il porto per difesa personale) sono piuttosto restie a rilasciare la licenza a chi vive nello stesso nucleo familiare di una persona che ha precedenti penali.

La questura, peraltro, può accedere non solo ai precedenti veri e propri (cioè, alle condanne definitive così come risultanti dal certificato del casellario giudiziale) ma anche ai cosiddetti precedenti di polizia, i quali consistono in ogni tipo di segnalazione giunta all’autorità di pubblica sicurezza. Nei precedenti di polizia rientrano, ad esempio, anche le denunce poi archiviate o i procedimenti prescritti.

Secondo la legge italiana (DPR 396 del 3/11/2000, così come modificato dal DPR n.54/2012), è possibile cambiare il proprio nome o cognome, ma solo se:

  • è ridicolo o vergognoso;
  • rivela l’origine naturale.

Per cambiare nome o cognome bisogna presentare un’istanza al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione è situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce.

Nell’istanza con la domanda di cambio nome o cognome bisogna indicare:

  • le ragioni per cui ritiene di dover cambiare nome o cognome.
  • la modificazione che si vuole apportare al nome o al cognome oppure il nome o il cognome che si intende assumere.

La domanda deve essere presentata in Prefettura e sottoscritta dal richiedente in presenza del dipendente addetto a riceverla, oppure deve essere inviata tramite raccomandata a/r allegando fotocopia di un documento di riconoscimento.

Il prefetto, assunte informazioni sulla domanda, se la ritiene meritevole di essere presa in considerazione, autorizza con suo decreto il richiedente a fare affiggere all’albo pretorio del Comune di nascita e di attuale residenza del richiedente un avviso contenente il sunto della domanda. L’affissione deve rimanere per 30 giorni consecutivi e deve risultare dalla relazione fatta dal responsabile in calce all’avviso.

Il decreto di autorizzazione della pubblicazione può stabilire che il richiedente notifichi a determinate persone il sunto della domanda. Chiunque ritenga di avere interesse, può fare opposizione alla domanda non oltre il termine di trenta giorni dalla data dell’ultima affissione o notificazione. L’opposizione si propone con atto notificato al Prefetto.

Trascorso questo termine di trenta giorni senza che sia proposta opposizione, il richiedente presenta alla Prefettura un esemplare dell’avviso con la relazione che attesta la eseguita affissione e la sua durata, nonché la prova delle notificazioni (quando queste sono state prescritte).

Il Prefetto, accertata la regolarità delle affissioni e vagliate le eventuali opposizioni, provvede ad emanare il decreto di concessione al cambiamento del cognome richiesto.

Il decreto di concessione, nei casi in cui vi sia stata opposizione, deve essere notificato, a cura del richiedente, agli opponenti.

La fase finale della procedura prevede che il decreto con cui il Prefetto autorizza il cambiamento del nome o del cognome debba essere annotato, su richiesta degli interessati sui seguenti documenti:

  • atto di nascita del richiedente;
  • atto di matrimonio del richiedente;
  • atti di nascita di coloro che ne hanno acquisito il cognome.

Avverso il provvedimento del Prefetto è ammesso ricorso giurisdizionale al Tar entro sessanta giorni dalla notifica, ovvero ricorso straordinario al Capo dello Stato entro centoventi giorni dalla notifica.

Nel caso esposto all’interno del quesito, sembra legittima una richiesta di cambio del nome e/o del cognome, se è provato che quelli attuali siano fonte di pregiudizio.

Per quanto riguarda la tutela della propria privacy, è possibile diffidare le testate giornalistiche (anche telematiche), nonché ogni tipo di sito Internet che diffonda illecitamente i dati personali (compreso nome e cognome) senza consenso. Va però precisato che, in questo caso, il diritto alla riservatezza va bilanciato con quello di cronaca. Pertanto, se un giornale riporta la notizia della condanna di una persona, non ci si potrà lamentare della violazione della privacy, anche se venissero riportati nome, cognome e pena da scontare. Ciò in considerazione anche del fatto che, secondo l’ordinamento giuridico italiano, i processi sono pubblici.

Diversa invece è la diffusione di notizie riservate o di atti d’indagine coperti ancora dal segreto istruttorio: in ipotesi del genere, sarebbe possibile diffidare l’autore della pubblicazione.

Ugualmente illecita potrebbe essere la divulgazione di immagini o fotografie: se non attinenti al fatto e inutili ai fini del diritto di cronaca, allora se ne può chiedere la rimozione.

Nel caso esposto all’interno del quesito, potrebbe essere illegale la divulgazione della foto del figlio del pregiudicato, magari presa dal profilo social di questi: per pacifica giurisprudenza, infatti, non è possibile utilizzare contenuti copiati dai social per diffonderli su altre piattaforme, in quanto la condivisione del materiale non autorizza gli altri a servirsene.

Insomma: la valutazione va fatta caso per caso, tenendo presente se la notizia divulgata sia di interesse pubblico, sia scritta in modo consono (cioè, rispettoso) e sia veritiera (i limiti di pertinenza, continenza e verità stabiliti dalla Corte di Cassazione, sentenza 08/05/2012 n. 6902).

Nell’ipotesi di pubblicazioni online, la rimozione del contenuto lesivo può avvenire o mediante l’eliminazione integrale dell’articolo oppure mediante la sua deindicizzazione, tecnica che consente di rendere non più rintracciabile un contenuto sui motori di ricerca.

Se la diffida non ha buon esito, è possibile ricorrere al tribunale civile (magari con ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c.) oppure al Garante per la privacy.

Nelle ipotesi di reati legati alle associazioni per delinquere, la legge prevede una serie di misure patrimoniali che possono essere applicate prima ancora della condanna: sono le note misure di prevenzione. L’art. 16 del Codice antimafia (Decreto legislativo, 06/09/2011 n° 159) stabilisce però che i soggetti che possono essere destinatari di tali provvedimenti sono soltanto quelli che, in qualche modo, risultano coinvolti in attività illecite, come ad esempio gli indiziati di appartenere a un’associazione per delinquere oppure soggetti che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi o ancora che, per la condotta ed il tenore di vita, debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose.

Insomma: la legge non sanziona, nemmeno con misure preventive di tipo patrimoniale, chi è figlio di persona pregiudicata. Chiaramente, se il figlio vive a carico del padre, è chiaro che questo tipo di provvedimento andrà in qualche modo anche a suo detrimento, colpendo l’intero patrimonio familiare.

Come visto sinora, il figlio di persona pregiudicata non deve temere ingerenze dello Stato nella sua vita. Come ricordato in apertura, la responsabilità penale è solo personale. Peraltro, solo per fare un esempio di come la legge si stia muovendo nel senso di cercare di limitare l’incidenza dei precedenti penali, basti pensare che, a seguito della riforma del casellario giudiziale voluta dal ministro Orlando ed entrata in vigore nel 2019, oggi anche le persone con precedenti penali personali possono autocertificare alla PA di essere incensurati, purché si tratti di condanne di scarso rilievo e alle condizioni previste dalla legge (ad esempio, patteggiamento a pena inferiore a due anni, oblazione, esito positivo della messa alla prova, ecc.).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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